Da una parte il penoso spettacolo della vecchia politica alla Cuffaro col suo carico di clientele parassitarie, dall’altra il rigoroso impegno della magistratura e delle forze dell’ordine ed il risveglio della coscienza civile nella classe imprenditoriale e nel mondo dei giovani.
In Sicilia siamo ancora alla prima repubblica? Sembrerebbe a prima vista di sì, a giudicare dalla Cuffaro story. Ma non è del tutto così. Oggi, più che mai, la Sicilia è terra di contraddizioni. Da una parte abbiamo la politica alla Cuffaro, dall’altra la decisa azione della magistratura e la rivolta di una parte della società civile contro la mafia.
C’è da premettere che una Sicilia immobile, indifferente ai traffici di mafia, irretita nelle trame del clientelismo, è l’ideale per i vecchi e nuovi padrini politici e non. Su questa regione, si sa, scorrono fiumi di denaro. Quasi tutto il gettito delle imposte e delle tasse rimane in Sicilia; in più bisogna considerare il cospicuo assegno di solidarietà nazionale e i ricchi finanziamenti europei. La Sicilia è una delle regioni più dotate finanziariamente. Appalti, contributi, concessioni, incarichi sono una girandola luccicante che manda su di giri parecchia gente.
In una situazione del genere, oltre che sulle sue tradizionali attività illecite (racket, droga, eccetera), la mafia conta molto sugli intrecci perversi con gli interessi di gruppi politici piuttosto disinvolti nella raccolta del consenso. La contraddizione sta nella coesistenza di queste frange residuali di vecchia politica con l’attuale vivace forza repressiva dello Stato e con il risveglio della coscienza civile nella società.
Gli anni del Pool della Procura di Palermo, del maxiprocesso, degli ergastoli e dell’assassinio di Falcone e Borsellino, segnarono il periodo epico della lotta alla mafia. Dopo la fine del Pool, sotto la guida del procuratore Giancarlo Caselli i magistrati palermitani continuarono con vigore la loro battaglia. Attualmente l’azione repressiva della magistratura siciliana, coadiuvata da forze dell’ordine pronte ed efficienti, prosegue con successo.
Pur tra contrasti e tensioni sono stati inferti duri colpi alla malavita organizzata. Si spera che questo rullo compressore della giustizia non s’inceppi e continui ad avanzare fino a colpire, dove esiste, il cosiddetto terzo livello, il perverso intreccio di rapporti ambigui o sfumati tra politica e impresentabili procacciatori di voti. L’apparato repressivo dello Stato, diciamolo, sta facendo il proprio dovere, con sacrificio, determinazione, coraggio. (e con scarso riconoscimento, c’è da aggiungere).
E la società civile? e la politica? Per quanto riguarda la prima una improvvisa sterzata si è verificata con la presa di posizione della Confindustria contro il racket. La sezione siciliana si è immediatamente allineata: chi paga il pizzo viene espulso dall’associazione. L’azione decisa del presidente Ivan Lo Bello sta facendo breccia sul muro di paura e di omertà: le denunce fioccano. Ancora è presto per dare un giudizio complessivo sugli esiti dell’iniziativa, ma l’ottimismo si fa strada.
Il fatto nuovo, direi decisivo, è il rovesciamento del modo di pensare dei singoli imprenditori: mentre prima chi sporgeva denuncia suscitava fastidio perché, in qualche modo turbava un certo equilibrio, adesso chi ha paura e non denuncia è guardato con severa disapprovazione e considerato quasi un complice degli oppressori. Sembra una cosa di poco conto ma è una piccola rivoluzione. Si spera nell’effetto di trascinamento per i commercianti, gli artigiani, gli esercenti, eccetera.
Su questo fronte si stanno muovendo associazioni giovanili come “Addiopizzo” ed altre realtà allineate sulla difesa dei diritti civili ed umani. La scuola non sembra sufficientemente attrezzata e impegnata. A parte singole iniziative, magari di insegnanti volenterosi e sensibili, non siamo di fronte a studi e programmi permanenti di educazione alla legalità, supportati da incentivi e finanziamenti. Oggi la scuola non è in grado di formare il cittadino di domani. Fornisce solo istruzione.
Diverse amministrazioni comunali fanno qualcosa: bandiscono premi, tengono conferenze sulla legalità. Ma serve poco; spesso sono occasioni per sfoggiare saggi di colorita (e ridicola) retorica italica. Solo la famiglia e la scuola potrebbero compiere il miracolo del radicamento di una coscienza civica e della legalità nelle nuove generazioni. Dovrebbe essere la politica a porre al centro della propria azione la famiglia e la scuola.
Invece vediamo ogni giorno come perde miseramente il suo tempo in diatribe interminabili, lontane dai veri interessi della società. Nel frattempo prospera il clientelismo fine a se stesso.