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Siamo stati resettati e non ce ne siamo accorti?

Cosa ci è accaduto in questi anni? perché siamo diventati così? cosa diavolo ci è successo?

di Sergej - venerdì 27 gennaio 2012 - 1718 letture

“Ogni tempo ha il suo fascismo: se ne notano i segni premonitori dovunque la concentrazione di potere nega al cittadino la possibilità e la capacità di esprimere ed attuare la sua volontà. A questo si arriva in molti modi, non necessariamente col terrore dell’intimidazione poliziesca, ma anche negando o distorcendo l’informazione, inquinando la giustizia, paralizzando la scuola, diffondendo in molti modi sottili la nostalgia per un mondo in cui regnava sovrano l’ordine, ed in cui la sicurezza dei pochi privilegiati riposava sul lavoro forzato e sul silenzio forzato dei molti.”

Primo Levi - Un passato che credevamo non dovesse tornare più, Corriere della sera, 8 maggio 1974


Cosa ci è accaduto in questi anni? perché siamo diventati così? cosa diavolo ci è successo?

Una cosa del genere uno se la può chiedere a livello individuale, esistenziale. C’è un film con Steve McQueen del 1966, "Quelli della San Pablo", regia di Robert Wise. Il protagonista chiude il film proprio con una affermazione del genere, ma più rivolto a sé come esistente. Uno scarto all’interno del film, e del personaggio: uno di quei squarci improvvisi che mostrano quanta disperazione esistenziale può esserci dietro il cinismo apparente.

La domanda che vogliamo porre riguarda noi come singoli, ma anche noi come collettività - Paese, cittadini. Ciò che abbiamo davanti è un insieme di lobbies, piccole categorie che cercano di difendere disperatamente la propria identità e il proprio esistere. Il governo Monti ha in parte scoperchiato qualcosa che covava da tempo. Tassisti, farmacisti, autotrasportatori. Ma ognuno di noi appartiene a una categoria, e ogni categoria rivendica oggi ruolo e diritto d’esistenza. Aggrappati alla categoria, perché non ci fidiamo delle volontà riformistiche che provengono dall’esterno. Mentre noi, dall’interno, siamo incapaci di riformare le categorie. Una volta le categorie fierissime in Italia erano le città. Essere livornese, o pisano, o siracusano, catanese, palermitano, napoletano: una questione di lingua, di "gruppo". Che è poi diventata negli anni Ottanta squadra di calcio e tifo in maniera diversa da quanto accadeva nel "prima".

Il meccanismo delle categorie, dell’appartenza/contrapposizione è davvero micidiale. Si pensi quanto scrive a proposito della memoria dell’olocausto Valentina Pisanty ("Abusi di memoria" edito da Bruno Mondadori). Si pensi a cosa succede quando si parla di temi bollenti come aborto, eutanasia, mafia, spazzatura di Napoli ecc. Ci sono temi che sembrano essere appannaggio ed esclusiva di determinate categorie, e chi si impiccia di questi temi e non appartiene a quelle categorie, muore :-)

Si chiede Piero Buscemi, che è scrittore e collabora con Girodivite: "Oggi i ragazzi sanno solo andare su Facebook e citare. Mettono delle frasi, mettono la firma tipo Hermann Hesse o Oscar Wilde. Si nascondono dietro la citazione. Ma fino a che punto hanno davvero capito quella citazione, il sentimento che intendono esprimere è davvero quello che sembra dire la citazione. Hanno idea del contesto in cui la citazione ha senso, o usano le citazioni come luoghi comuni, frase fatte...? Sembra quasi che non abbiano il coraggio di dire i loro sentimenti, hanno bisogno di usare le frasi di altri...".

Io penso a un momento in cui è nato ciò che si chiama il "post-moderno". L’idea di un’arte che è citazionismo, che è manierismo. Che presuppone (e si contrappone a) un’epoca precedente in cui invece si "produceva". Mentre nel post-moderno si vive il piacere dell’eterogeneo, la ricchezza del vario. A un certo punto, ci siamo ritrovati nel post-moderno e non riusciamo più che "citare"? ("Il Postmodernismo è incredulità nei confronti delle metanarrazioni": Jean-François Lyotard)

Ecco, quello che vorrei capire. C’è un "prima" e un "dopo". C’è stato un momento della nostra storia in cui c’è stata una svolta epocale, che ci ha fatto attraversare come un universo altro. Siamo entrati in un universo altro.

Chi è stato bambino ed adolescente negli anni Sessanta e Settanta è vero che percepisce come totalmente "altro" la generazione nata negli anni Ottanta e Novanta? O si tratta di una normale, generazionale, falsa percezione - la normale diversità che ogni generazione sente nei confronti della successiva (o precedente)?


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