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Si muore ancora nel mare di Lampedusa

Un’altra storia di vite che si perdono, accanto a sogni, speranze di un futuro diverso.
di Piero Buscemi - mercoledì 4 dicembre 2019 - 1269 letture

Cinque, quattro. Diciassette, diciotto. Dietro questi numeri si gioca un’altra cabala di morte estratta a sorte da un destino disumanizzato. La cronaca di questi giorni, dopo il recente naufragio al largo di Lampedusa, li accosta ad un imprecisato numero di cadaveri recuperati che una vaga speranza, auspica almeno di definire con certezza, quanto meno per mettere la parola fine ad un crudele stillicidio.

Chi non è stato a Lampedusa, può solo immaginare il mondo intorno a questa piccola isola delle Pelagie, che racchiude in poco più di venti chilometri quadrati quanto di meglio la natura abbia saputo creare. Spiagge, calette incontaminate, una vita marina che accompagna i turisti durante gli irresistibili bagni nelle acque cristalline del suo mare.

Lampedusa è conosciuta al mondo per tutto questo, ma non solo per tutto questo. Purtroppo. Su quest’isola si è costruita negli ultimi anni la base di lancio per la propaganda politica, sempre a braccetto all’ipocrisia e alla demagogia, per antiche ma sempre di moda idee legate ad assurde rivendicazioni razziali o di appartenenza etnica che nessuno studio antropologico potrebbe mai riconoscere.

Qui è nata anche la sensibilità verso l’accoglienza, il bisogno di dare una risposta diversa a chi, sulla vita persa di tanti esseri umani, ha speculato un ennesimo slogan per catturare l’ottusità accondiscendente di un certo tipo di folle. E’ nata dalle mani da chi ha raccolto altre mani. Sconosciute, silenziose, imploranti un piccolo gesto di umanità. E’ nata da menti istintive che, davanti ad una richiesta di aiuto, hanno risposto nell’unico modo che un "essere" umano può utilizzare. Senza inutili domande. Senza astruse interpretazioni di responsabilità, motivazioni, interessi politici e quant’altro possa essere stato utilizzato per costruirsi un alibi e voltare lo sguardo verso un’altra inutile distrazione.

Chi vive su quest’isola tutto l’anno, ma anche chi ci viene anche una sola volta, non può permettersi il lusso di volgere la propria attenzione verso un motivo di rinnegamento di un’assurda, tragica, reale verità che si ripete nel tempo, con maggiore crudeltà e drammaticità ogni volta che la morte si dà appuntamento con l’indifferenza in questo angolo di Mediterraneo, dove nascono le domande delle nuove generazioni alle quali le vecchie non hanno più il coraggio di immaginarne le risposte.

Non si dimentica Lampedusa. Il suo forte odore di mare, di vento, di sabbia. Di vita. E di morte. Si appiccica nei ricordi della mente già pochi attimi dopo avere appoggiato i piedi sui suoi selciati accoglienti, mentre ci si incammina verso quell’unica Strada di Ponente che taglia l’isola in due e che conduce alle località più attrattive.

Non la si dimentica se si è avuto il coraggio di approfondire la personale idea di Lampedusa. Quella assorbita dalle immagini televisive, dalle dichiarazioni rubate allo sgomento di chi vive quotidianamente questa vergognosa e obsoleta lotta alla sopravvivenza, dentro la quale - è inutile illudersi del contrario - i ruoli di chi vince e di chi perde sono chiari sin dall’inizio.

Siamo stanchi delle frasi fatte, quelle che fanno "effetto" sui pensieri vomitati sulle pagine internet. Quelle stile "perdiamo tutti", "siamo tutti responsabili" o quelle che si preferisce prelevare da quelle attribuite ai grandi intellettuali del passato, tanto vere da essere copiate. Tanto false nel provare ad emularle nei fatti.

Si muore ancora a Lampedusa. Nel suo bellissimo mare, in attesa di un’altra stagione estiva da offrire a nuovi turisti. O curiosi che siano. Ma per capire la morte e la vita di Lampedusa, bisogna aver percorso le banchine del suo porto e toccare il legno scorticato dal sole di quei frammenti di barche abbandonate dopo l’ennesimo naufragio. Occorre aver toccato le mani di quegli esseri umani allungate da un buio certo di disperazione verso una luce ignota di salvezza.

Tenere in braccio un bambino che, forse, non ritroverà il seno della madre. Senza farsi troppe domande, lo ribadiamo. Seguendo soltanto l’istinto di solidarietà e voglia di dare un reale motivo al nostro stare su questa terra. L’unico in grado di renderci veramente umani.

Chi non ha vissuto il contatto di uno sbarco. Chi rifiuta la realtà di un mondo diviso da sempre tra poche certezze in mano di pochi privilegiati e troppe precarietà ereditate da milioni, miliardi di "ombre del mare". Chi vive l’ennesima tragedia di Lampedusa come un segnale rafforzante delle proprie idee razziste sull’immigrazione, senza essersi fermato mai ad incrociare con l’immaginazione l’idea di una fuga da uno dei tanti inferni di cui, forse, il suo mondo di certezze potrebbe esserne la causa.

Chi, davanti a questi 170 esseri umani, accomunati e divisi tra la vita e la morte di questo nuovo olocausto del mare, riesce ancora a trovare l’ispirazione per un nuovo slogan dove racchiudere uno stupido egoismo, non merita di essere nominato neanche da un palco di protesta di fronte ad una piazza di sognatori di una società diversa.

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Lampedusa barche
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Lampedusa spiaggia


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