Quel giorno a Dachau faceva freddo. Le immagini che scattavo rivedendole oggi mi mettono in forte imbarazzo, mi sono portato a casa, la realtà di quello che è successo ed un mio ricordo di famiglia.
Il XX secolo sarà ricordato nella storia per essere stato il secolo dell’atomo, della scoperta dello spazio e dei cip informatici usati anche nella macchina digitale di mia figlia ma, anche, per lo “sviluppo” che la stessa fotografia ha raggiunto dopo le prime scoperte del XIX secolo.
Per "fortuna" che il bianco nero in questo XIX secolo viene sostituito dalla foto a colore, addirittura digitale, quasi a tracciare un confine tra la parte dei ricordi e la nostra realtà. Tra il sogno e la verità. Tutto ciò servirà e forse è già servito anche un po’ per difenderci dai ricordi della realtà vissuta in questo secolo passato e così lontano.
Oggi se guardiamo le immagini dell’epoca, dei campi di concentramento delle SS, ci sentiamo lontani da quei luoghi, apparendoci gli stessi quasi sconosciuti. Rassicurati dal fatto che la realtà è a colori e non può essere in "bianco e nero". Al massimo questo potrà rappresentare il brutto ricordo di qualcun’altro. Noi siamo a colori!
Il colore è realtà, mentre il bianco e nero è il ricordo: di altri! Come l’esigenza di raccontare un regime ed avere la necessità di costruire un “Istituto Luce” come strumento per trasferire un’immagine "dal negativo in positivo".
Il rischio è che tutto possa sfumarsi nella nostra mente. L’impressionismo, di un’immaggine che appartiene ad altri luoghi e ad altri tempi, fantastici. Solo successivamente una precisa presa di coscienza con la foto analitica e documentaristica che conquista anche il cinema con il suo “realismo” si è passati a rappresentare la cruda realtà sociale di quel pezzo di vita che resta confinato, in ogni caso, per certi versi all’irrealtà di un’immagine in bianco e nero.
Sin dall’inizio, la fotografia si è divisa in due tendenze: una che badava alla riproduzione della realtà (documento) in un modo diciamo, meccanico; l’altra, che cercava di interpretare la realtà partendo da presupposti “pittorici” o anche puramente “ideologici”. Ogni immagine di per se è bella anche se per certi versi rappresenta sempre la “morte" del soggetto.
Avendo consapevolezza di questo dualismo della fotografia e delle due epoche “tecniche” - bianco/nero e colore - ho cercato sempre di scoprire se dietro alcune immagini "estranee", quale "distanza" vi fosse, e quali "certezze" nascondesse. Nella sostanza, se certi luoghi potessero essere effettivamente reali e non l’immaginazione di un qualsiasi “artista”.
Forse questo è uno dei motivi che mi hanno spinto, per ben due volte, a visitare il campo di concentramento delle SS di Dachau in Germania. Il Campo è a soli poche centinaia di metri (in linea d’aria) dall’omonimo paese e ad appena a venti chilometri da Monaco di Baviera.
La prima volta che sono arrivato a Dachau mi è rimasto difficile capire i motivi del fatto che gli abitanti del paese, quando ti fermi a chiedere indicazioni per la strada, ti rispondono di non sapere dove è il campo.
In questo caso mi venne il primo dubbio: ma fa che non esiste? Eppure vivo a colori e più in la intravedo alcune segnalazioni stradali che, prima di perdermi, mi indicano la strada per il campo: Museo Nazionale alla Shoa.
Certo è veramente troppo vicino al paese ed allora si poteva anche giustificare questa cosa di non sapere, per “sopravvivere”! Ma, come si fa a “giustificare” ancora oggi una non risposta a questa mia richiesta di sapere quale strada fare ?
Si appena un anno fa - il 4 gennaio del 2006 - ero Monaco di Baviera, la città dove abita mia cognato. È una delle più belle città della Germania, dove tutta la spazzatura è riciclata (al 99%) e dove tutto funziona alla perfezione, anche gli ospedali, la metropolitana, gli autobus al massimo li aspetti tre secondi dall’orario annunciato e poi adoro mia cognata Monica, nata a Monaco di Baviera, per la sua immensa gioia di vivere che ti trasferisce in ogni suo gesto. E’ una vera "meridionale germanica" e questo ci avvicina molto nel carattere e mi sento molto a casa mia.
Così sono ritornato per la seconda volta nel Campo di Dachau. Questa volta non ho neppure avuto bisogno di chiedere informazioni conoscevo la strada. Faceva freddo. Un freddo secco e pungente, che però non ti da fastidio. Certo all’epoca doveva entrare nelle ossa, se tutti erano coperti solo di qualche panno.
Camminando sul selciato del campo, l’unica cosa che senti è lo scricchiolio del ghiaccio che si rompeva sotto le scarpe, con l’aiuto delle pietre del viale in terra battuta.
Lo scricchiolare del ghiaccio sul selciato segnano il viale che separa le camerate (che adesso non ci sono più) dalle camere a gas e dagli inceneritori.
Quello scricchiolio mi trasferiva tutta la sofferenza delle anime che senti ancora circolare il quel luogo e che ogni volta rivivono con te. Più che al mio passaggio per quel luogo sentivo il rumore dei passi di centinaia, di migliaia di persone che avevano vissutop quel luogo. In quel momento stavo percorrendo anch’io insieme a mia moglie il tratto che separa le camerate dalle baracche della camere a gas e dagli inceneritori. La cosa che più mi ha impressionato è la vicinanza tra le camere a gas e gli inceneritori. Era impossibile non comprendere neppure per loro qual’era la strada. Questa credo che sia la verità più angosciante di questo luogo.
I passi, sono le voci dell’anima che calpestato ancora oggi anche il tuo ricordo di quel passaggio che giunge alla morte. Una morte che sai dov’è!
Per fortuna che tutte le foto nel museo sono in bianco e nero, e queste per certi versi ti aiutano un pò a ritornare alla "tua" realtà allontanandoti quel luogo. Per certi versi ti aiutano a "ritrovare" la strada per ritornare a casa.
Un’altra sensazione molto forte che ho provato è stata quella di essere immerso nell’ovatta. Sembrava tutto così pulito e così neutro: bianco e nero, ancora oggi. La giornata era nuvolosa e tutto appariva così irrealmente ancora in bianco e nero.
Provavo una strana sensazione di impotenza e di frustrazione nel vivere l’impossibilità di non riuscire a fare foto a colori, non c’era una sfera di sole, e tutto continuava ad apparire in bianco e nero e ciò non ti consentiva neppure di esorcizzare "la realtà" che vivevi li adesso il quel luogo.
Sentivo forte l’esigenza di contrastare tutto ciò che solo pochi anni prima in - “bianco e nero” - era stato quel luogo, proprio attraverso l’immagine di qualche foto a colore. Certo lo so era un tentativo maldestro il mio di "cancellare il ricordo".
Non ci sono riuscito. Con questa sensazioni di impotenza, pensavo di quanto fossimo stati fortunati ad aver vissuto in un mondo tutto a colori e di come, tutto quel mondo in bianco e nero, non ci appartenesse più.
Pensando a queste cose, adesso riuscivo anche a comprendere meglio, perché è così difficile per gli abitanti del paese di Dachau, darti delle giuste indicazioni per trovare la strada del campo.
Troppo ingombrante perchè il peso di quel luogo lo potessero continuare a vivere da soli .. troppi voci dell’anima che ti salgono da sotto i piedi camminando per quei viali. Ecco neppure io, a pensarci bene, trovo oggi il coraggio di indicarvi la strada per raggiungere questo luogo.
Il tempo non può riuscire a concellare, questa oggettiva difficoltà, che pesa ancora oggi, a distanza di tanti anni, continuando quasi ad esercitare ancora oggi il tentativo di allontanare, nonostante la pochissima distanza, l’incubo di quei giorni.
L’unica cosa che "forse" è riuscita a far conoscere questo luogo ancora così ostile, è l’efficientismo tedesco con le indicazioni stradali in diverse lingue che prima o poi incontri. Manca l’italiano, (spagnolo, francese ed inglese) be un pò hanno anche avuto ragione a non "tradurcelo" questo luogo. Tutto ciò ancora a testimoniare che questo passato vive e deve vivere nel ricordo di tutti i popoli, e non solo in quello degli abitanti di Dacau, come soli e unici testimoni....
È proprio questo aspetto che alla fine ti da maggiore consapevolezza della realtà e di cosa è stato quel luogo che ancora oggi incute un così profondo dolore e vergogna, non solo per un popolo così "gioioso e colorato" come quello bavarese, ma per tutti noi.
"L’immagine" che più mi ha colpito di questa visita è vedere, ad un tratto, mia moglie passare davanti ad una delle camere a gas del campo (docce).
Qui mi vennero in mente immediatamente i reportage di Life che fu il settimanale che senza dubbio ha pubblicato le foto più importanti del periodo della seconda guerra mondiale ed al quale hanno collaborato i migliori fotografi. Rividi tante altre immagine che poco prima avevo visto nel museo del campo. Non avvevo la mia macchina manuale e così la fotografai con la macchina digitale di mia figlia. Rivedendola nel display a colori quell’immagine... piansi... era venuta in bianco e nero.
Brant fu uno dei primi fotografi che ci ha lasciato alcune delle testimonianze sociali più incredibili degli anni trenta e fu il precursore del futuro e forse più famoso fotografo di reportage di guerra Robert Capa anche lui per Life.
Per fortuna che sono tutte foto in bianco nero e ci aiutano a separare quegli anni, da quelli della nostra generazione, tutte a colori. Ci tranquillizzano perché quegli anni non possano più tornare. La fotografia è documento, impressione, emozione, fantasia. La realtà è solo a colori!
Quel giorno a Dachau faceva freddo. Le immagini che ho scattato rivedendole oggi mi mettono in forte imbarazzo. Questa foto che scattai a mia moglie oggi mi dà la consapevolezza che tutto ciò può capitare ancora e che non possiamo fare altro che tentare di fotografare a colore... il bianco e nero è morto!