Sette x due

Non fa 14. In Italia fa assoluzione e promozione
di Adriano Todaro - mercoledì 18 gennaio 2017 - 3042 letture

Del Sette ve ne parlerò fra poco. Voglio cominciare a parlarvi, invece, dei due. E lo faccio in modo schematico, per punti, così da essere più chiaro:

1 di 2 – Come ho scritto varie volte, sono sempre felice quando qualcuno riesce a dimostrare la propria innocenza, quando la giustizia, anzi la Giustizia, oltre a fare il proprio corso fa anche le vie, i vicoli, le piazze, gli slarghi ecc. Con la memoria dobbiamo tornare indietro un po’, esattamente nel 2012. In quell’anno, Gabriele Albertini, ex sindaco di Milano, inviò un esposto al ministero di Giustizia contro il magistrato Alfredo Robledo, ex procuratore aggiunto di Milano, per una questione relativa l’acquisto di quote della società Serravalle da parte della Provincia di Milano, guidata allora dal braccio destro e sinistro di Bersani, Filippo Penati. Robledo si sentì calunniato e querelò Albertini. Ora seguitemi perché viene il bello, la dimostrazione lampante che siamo tutti uguali davanti alla legge. L’articolo 68 della nostra vituperata Costituzione dice che “I membri del Parlamento non possono essere chiamati a rispondere delle opinioni espresse e dei voti dati nell’esercizio delle loro funzioni”. Bon, chiarissimo. Albertini, a quel tempo, era “membro del Parlamento”? No, ma lo era in pectore nel senso che lo sarebbe diventato il 15 marzo 2013. La Giunta per le immunità di Palazzo Madama ha applicato la norma dell’articolo 68 prima che Albertini diventasse senatore. Non è meraviglioso? In pratica tu compi un reato oggi ma forse fra tre anni diventi senatore, quindi non sei perseguibile. Quale altro Stato al mondo potrebbe contare su una norma così aperta e democratica? Neppure nel Turkmenistan. Se vi chiamano i carabinieri in caserma e vi contestano un reato, vi consiglio di abbozzare e di rispondere: “Maresciallo, guardi che io l’anno prossimo aspiro a diventare senatore della Repubblica italiana”. Il maresciallo vi farebbe le scuse e vi accompagnerebbe alla porta in modo sussiegóso. Dimenticavo. Albertini fa parte di Ncd, la Nuova camorra democratica di Angelino e nel 1988 quando era sindaco, durante le giornate della moda, sfilò con mutande di cachemire a firma Valentino. Di nome fa Gabriele che nelle religioni abramitiche, significa "Potenza di Dio”. Qua la vera potenza è, invece, far parte del partito di Angelino Fronte Alta.

2 di 2 – “Venghino venghino signori”. Altro giro altra assoluzione. Altre mutande. Roberto Cota, ex presidente leghista del Piemonte è stato assolto dall’accusa di peculato. Sono contento perché era robetta da nulla. In totale dall’incrocio degli scontrini e delle agende dei consiglieri coinvolti nell’inchiesta su Rimborsopoli, erano emersi rimborsi per quasi 1,4 milioni di euro in due anni: pasti nei ristoranti, borse di lusso, il catering di un battesimo, massaggi da tremila euro, qualche elettrodomestico, un giogo da bue e poi, ovviamente, le famose mutande verdi di Cota. L’ex presidente ha parlato chiaro in Tribunale: “Ero a Boston a un corso intensivo di inglese, ho offerto un pranzo al professore che mi aveva portato a visitare il Mit e siccome il ristorante era in un centro commerciale, nelle spese ci sono finiti dentro anche i pantaloncini”. D’altronde lui consegnava gli scontrini alla segretaria e per sbaglio sono finiti fra le spese di rappresentanza e non personali. Insomma, come si dice, un “errore di sbaglio”. Lui, il Cota, l’avvocato penalista, il giornalista pubblicista, l’ex capogruppo della Lega alla Camera, l’ex sottosegretario di Stato, l’ex presidente del Piemonte, povero cocco, poteva mai andare a controllare dove finivano gli scontrini per le mutande e per gli altri regalini? Fra l’altro, per evitare guai più seri, il Cota aveva restituito 32 mila euro. Bazzecole. Ora è stato assolto e come lui stesso ha dichiarato: “Sono stato fatto oggetto di attacchi ignobili, ho sofferto tanto. Ma è giusto avere fiducia, una parte del sistema funziona". Anche noi soffriamo tanto e abbiamo sempre meno fiducia nel sistema.

Il Sette – O, più esattamente, Tullio Del Sette, classe 1951, che di mestiere fa il comandante dei carabinieri. Il governo Gentiloni, per distinguersi da quello passato di Renzi che lo aveva nominato nel 2014, l’ha confermato nella carica per un altro anno. In realtà, avendo superato i 65 anni, sarebbe dovuto andarsene a oziare su una panchina nell’attesa di una partitina a bocce. La poltrona del generale, però, è larga e comoda e le sue natiche ci stanno morbide. Intanto guadagna un discreto stipendio (462.642,56 euro) e, quando lo manderanno a giocare a bocce, la pensione sarà aumentata. E poi come dimenticare che il motto dei carabinieri è “usi obbedir tacendo e tacendo morir”? Tutto bene? C’è un piccolo problema che il generalone è indagato. Ma indagato non significa condannato e, quindi, può continuare a fare il generale. Su di lui indagano, guarda un po’, i carabinieri. In pratica, i militari indagano sul loro generale. In quale altro Stato poteva avvenire un capolavoro del genere? Qualcuno ha ricordato che per essere ufficiale dei carabinieri è necessario essere in possesso “di qualità morali e di condotta incensurabile”. Il ricordo è mal posto perché Del Sette ha molte qualità morali e ha la fiducia del governo. Non solo. Anche del mutulune di Palermo, il muto di Palermo, il nostro silenzioso ma firmaiolo presidente della Repubblica. Zitto zitto, quatto quatto cacchio cacchio Mattarella ha firmato la riconferma di Del Sette anche se c’erano una dozzina di generali con i titoli di Del Sette. E senza indagini a loro carico. Il Turkmenistan è lontano ma Del Sette vicino. Ed io, sconsolato, penso a Sandro il partigiano ed esclamo a voce alta: “Sandro Sandro perché sei morto?”.

C’è una morale in questi raccontini? Nessuna morale, solo fatti. Si nota solo impunità del ceto politico, personaggi mediocri promossi classe dirigente, appoggiati da una stampa addomesticata e lecchina. E intanto le mafie sono alimentate da questi episodi, la corruttela aumenta mentre i politici non hanno né pudore né dubbi che li possano scalfire. Loro sono sempre nel giusto e se la cavano sempre. Infatti, non siamo in Turkmenistan ma in Italia. E l’Italia, lo sappiamo, “s’è desta”. Forse se continuava a dormire era meglio.


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