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Sergej Dovlatov “La Filiale” (Sellerio editore) – recensione


Ridere per non sentirsi un essere superiore, ma per entrare con più forza in sintonia con il genere umano.
martedì 5 aprile 2011, di Emanuele G. - 440 letture

“La Filiale” è la decima opera di Sergej Dovlatov, scrittore russo morto prematuramente nel 1990 all’età di 49 anni.

E’ un romanzo “sui generis” in quanto non c’è una narrazione ben precisa. Ossia una storia definita, chiara e lineare. Il romanzo lo si comprende solo alla fine. Rileggendo, pure, parecchie volte. Essenzialmente ci sono quattro scenari: la storia personale (dell’autore?), la vicenda di un convegno di immigrati russi realmente svoltosi nel 1981, qua e là sprazzi sia della realtà sovietica e di quella americana. E’ un caleidoscopio continuo. All’interno del medesimo paragrafo questi quattro livelli sono presenti, si intrecciano e si fondono. Componendo alla fine un impasto a prima vista poco omogeneo. Avvincente in seguito.

Tale costruzione strutturale del romanzo si riflette nella prosa. Un condensato esplosivo di parole. Poste le une dopo l’altro. Senza pause. In apparenza senza organizzazione. Come se l’autore avesse scritto “La Filiale” in prima battuta e non avesse sottoposto il testo a successiva correzione. E’ una prosa che non si può lasciare e poi riprendere. Devi leggere il romanzo tutto d’un fiato. La costruzione sembra soggiacere a un vitalissimo “elan vital”. La prosa, infatti, assume i caratteri di un fiume in piena. Che tracima ad ogni momento. Veloce. Implacabile.

Pertanto, l’unico appiglio che tu lettore hai è il seguente. Leggilo subito tutto. Fatti trasportare dal fiume in fase parossistica. Non cercare di fermarlo. Tuffati nei suoi abissi. Scoprirai che tu non puoi comandare la vita. Perché essa ha un suo lato ilare che ti spiazza di continuo. Una vita che impone sempre il suo punto di vista. Come la fine del romanzo dove Tasja chiede soldi. Con buona pace per un finale drammatico o il classico happy end romantico.

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