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Con simpatia, con rispetto

"Ciò che maggiormente non possiamo perdonare è il male che vediamo dentro di noi, l’aspetto peggiore di noi stessi che non riusciamo a perdonare. Saggezza vuole riuscire a perdonare noi stessi" (Victor Kusak).
di Sergej - martedì 19 gennaio 2021 - 479 letture

La dialettica interna del PCI ondeggiava sempre tra un colpo ricevuto da destra e uno da sinistra, un colpo dall’alto e uno dal basso. Il PCI è sempre stato un pugile suonato - baldanzoso e velleitario prima di entrare nel ring, salvo poi dopo l’ennesimo KO dire, con l’occhio tumefatto e la bocca sanguinante: “Hai visto come gli ho bloccato tutti i cazzotti?”; la vicenda dell’italiano rintuzzato la cui unica scusa era che “a me m’ha rovinato a guera”. In questa strana vicenda del PCI la cui unica certezza era che non sarebbe mai potuto andare al potere - visto il ruolo di gendarme degli Stati Uniti e del munifico Occidente -, ma che nonostante tutti riusciva ad avere il consenso di un terzo dell’elettorato - e decine di sezioni sparse in tutta Italia, un organo di stampa importante con L’Unità, il governo conquistato negli anni di diverse città e province - ovunque dimostrando capacità amministrative e di buon governo esemplari che hanno permesso all’Italia del tempo di crescere, incivilirsi, assaporare persino forme di benessere e di distribuzione del reddito impiegato per migliorare i trasporti e la vivibilità delle città - in questa vicenda, dicevamo c’è anche la storia interna della componente migliorista - di cui Emanuele Macaluso, e il suo leader Napolitano, furono i rappresentanti. La dirigenza di Berlinguer si reggeva su un difficile equilibrio: tra una dominanza di destra prima rappresentata da Amendola, e poi trascolorata alla più debole preminenza di Napolitano; e la marginalizzata e debole “sinistra” di cui Ingrao era il rappresentante. Debole anche per le espulsioni avvenute (il gruppo de Il Manifesto) oltre che per carattere - la fedeltà comunque al Partito per cui alla fine si chinava sempre la testa e si obbediva. Con i "giovani leoni" Occhetto D’Alema Veltroni alle soglie. In questi equilibri interni, la necessità di costruire e rafforzare un partito - il maggiore partito comunista dell’Occidente -, e nello stesso tempo rintuzzare le ingerenze e i diversi interessi di Paesi e Partiti di mezzo mondo.

Una frangia di nuove forze, numericamente marginali ma chiassose si muoveva fuori dal partito, ma appunto perché fuori non è stato mai possibile per la sinistra far fronte comune e cambiare gli equilibri interni. Il lungo spreco di energie, risorse intellettuali e personali che la sinistra extraparlamentare ha causato alla politica del nostro Paese nell’ultimo centinaio di anni - salvo alcuni ravvedersi in vecchiaia e aderire alla destra reazionaria al potere.

I miglioristi, all’interno del PCI, erano una fonte di modernizzazione ma anche il sintomo di una transizione di classe: il passaggio del PCI da partito dei lavoratori a partito della borghesia; e di una borghesia che via via diventava piccola, media, composta da impiegati e funzionari. Con il relativo trasmutamento ideologico, da posizioni classiche del marxismo a posizioni socialdemocratiche fino al neoliberismo. Quando nel 1989 si dovette decidere, il dado era ampiamente tratto e la bandiera rossa fu definitivamente abbandonata in un fosso. Ciò che è uscito fuori non ha più avuto nulla a che fare con la storia precedente: per scelta e per composizione di classe. I corpi erano gli stessi, ma chi alloggiava dentro quei corpi erano altri. Macaluso era un migliorista, ma certamente lo fu sempre da "sinistra" - e comunque molto più di sinistra di gran parte dei più giovani successori che si sono avvicendati nelle formazioni politiche e nelle coalizioni che abbiamo visto nel tempo.

Vogliamo ipotizzare che dentro il Macaluso giovane e attivo fino agli anni Settanta del Novecento alloggiasse uno di quei giovani nisseni, formatisi nell’opposizione al fascismo e che hanno dato vita al primo PCI siciliano - attorno a compagni come Colajanni e al nucleo dei nisseni, una storia che è arrivata fino a Pio La Torre.

Lui amava ricordare: "Con Girolamo Li Causi nel settembre 1944 andammo a Villalba, uno dei feudi della mafia, a sfidare il boss Calogero Vizzini e ci spararono addosso [...]. Non c’è paese in cui non abbia fatto un comizio, una volta con Calogero Boccadutri, il capo del Pci clandestino a Caltanissetta, andammo a Riesi percorrendo cinquanta chilometri a piedi. Con trentasei sindacalisti uccisi, la lotta alla mafia allora non si faceva a chiacchiere”.

C’è poi il secondo Macaluso, il secondo PCI tout court: chiamato da Berlinguer, nella ristrutturazione che investì tutte le strutture del partito dopo gli anni Settanta, fu direttore de L’Unità. E fece un lavoro di modernizzazione, alloggiando Staino e la satira e i listini di borsa. Quando morì Berlinguer toccò a lui far pubblicare il titolo "Tutti" che ancora oggi emoziona. Cooptato come funzionario, quadro, Macaluso solo marginalmente ha potuto influire sull’evoluzione del PCI in Sicilia, fattasi drammatica soprattutto dopo l’uccisione di La Torre. Dopo la morte di Berlinguer è ancora un’altra storia.

Negli ultimi giorni della sua vicenda, dopo la morte di Moro e di Berlinguer, e poi soprattutto dopo la notte dei lunghi coltelli di “mani pulite”, le tentazioni neofasciste e poi leghiste e populiste, il corpo chiamato Macaluso è stato a volte interrogato dai giornalisti - anche perché questo Macaluso risultava essere stato tra i collaterali della presidenza Napolitano, testimone sempre acuto e intelligente -, in cui manifestava una certa nostalgia per un tempo precedente all’attuale, quando la politica era più “matura” e alta. Strana traiettoria compiuta da questa generazione d’uomini.



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