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Senza pietà

Alex Schwazer non merita il nostro perdono, né le attenuanti di un ragazzo che si è pentito quando ormai era dentro un cul-de-sac.
di Piero Buscemi - giovedì 9 agosto 2012 - 2730 letture

Un merito ad Alex Schwazer bisogna riconosceglierlo: è riuscito a distrarre l’opinione pubblica dalla bagarre verbale tra Monti e Berlusconi. Per il resto, almeno da parte nostra, non è degno di alcuna considerazione.

Perché nel nostro piccolo, tutti ci siamo affacciati al mondo dello sport da ragazzini. E ci siamo affacciati con i nostri sogni appesi ai muri delle nostre camerette. Pietro Mennea che bruciava gli avversari di sempre, il britannico Wells e il giamaicano Don Quarrie, negli ultimi trenta metri nella finale dei 200 metri a Mosca nel 1980, ha segnato un’epoca di una generazione di atleti in erba nel tentativo di emulare il campione barlettano.

Ma anche la mamma saltatrice, Sara Simeoni, con il suo fisico prêt-à-porter, diventato di "moda" tra le modelle sin dall’inizio degli anni ’90 sulle passerelle di tutto il mondo, ha segnato la vita degli appassionati di atletica, sempre nell’edizione moscovita dei Giochi Olimpici, quando si permise il lusso di lasciarsi alle spalle campionesse come la polacca Kielan, la tedesca dell’est Kirst e addirittura la quasi imbattibile Ackermann, giunta quarta fuori dal podio.

E chi può dimenticare la bellissima Gabriella Dorio, che sorprese il mondo, e non solo i tifosi italiani, nell’edizione del 1984 a Los Angeles dei Giochi, quando si aggiudicò la medaglia d’oro nei 1500 metri ed è tutt’ora primatista italiana degli 800 metri.

Potremmo fare tantissimi altri nomi: Damilano, per restare nel campo della marcia; Cova, Antibo, Mei nella specialità dei 10000 metri; Panetta, il ragazzo di calabria che si lasciava dietro i keniani nella gara dei 3000 siepi. Si, ne potremmo fare tantissimi. Tanti che hanno segnato la storia dell’atletica italiana, con i suoi alti e bassi, i suoi trionfi e le sue delusioni. Così affascinante, da richiamare ancora moltissimi giovani verso uno sport, che solo raramente ripaga con la ricchezza e ancor meno, con i risultati.

Alex Schwazer non merita il nostro perdono, né le attenuanti di un ragazzo che si è pentito quando ormai era dentro un cul-de-sac, dal quale nessuno avrebbe potuto più farlo tornare indietro. Non sarebbe giusto. Per quelle migliaia di atleti sconosciuti sparsi nel territorio nazionale, con canottiere e pantaloncini improvvisati, su campi polverosi di periferia, o su piste improvvisate sui lungomari di paese a lanciarsi in 100 metri misurati per difetto, nelle ore canicolari di estati infuocate ad evitare troppe interruzioni delle auto in transito.

Non sarebbe giusto, per coloro che hanno dovuto rinunciare ad un sogno, non per forza olimpico, ma di gioia da condividere negli sfottò del dopo gara, dentro salette da bar poco illuminate, e tutto per colpa di infortuni senza ritorno, adagiati su carrozzine di consolazione.

Noi stiamo con quelli che, alla notizia, si sono istintivamente lasciati andare a coloriti commenti da bar, o da spiaggia se preferite. Quelli che lo avrebbero preso a nerbate, più incalzanti ad ogni nuovo scoppio di lacrime. Quelli che lo avrebbero mandato a zappare per vedere se, anche così, avrebbe comunicato al mondo che la vita dello sportivo famoso, era un lavoro pesante da sopportare. Quelli che continuano a correre alle 4 del mattino, su sterrati polverosi, a sognare una maratona da 42 chilometri e rotti, con la quale oltrepassare la linea di arrivo, almeno una volta.

Adesso, mentre sei davanti alle telecamere di tutto il mondo, mentre provi a spiegare qualcosa che non riesci neanche a comprendere, mentre tutti fanno a gara a riconsegnarti un’immagine che, con un eccessivo eufemismo, hai dichiarato gettata nel fango, pensa a chi questa piccola possibilità di riscatto e di rinascita non l’ha mai avuta. Fra tutti, Marco Pantani.

Tu, bambino capriccioso, che ti sei incazzato battendo i piedi alla conquista di una medaglia di minor pregio dell’oro, rendendoti ridicolo davanti alle telecamere di mezzo mondo. Tu, che in questi anni di pseudo-lotta al doping, hai rappresentato un volto "pulito" da emulare. Tu, che senza saperlo, o forse si, con il tuo gesto rappresenti la prova vivente del poco rispetto per coloro che usano i tuoi "sacrifici" per campare una famiglia. Tu, speriamo ingenuo ragazzo dei nostri tempi, se cercavi un modo per far parlare di te, nel pieno spirito del "che se ne parli bene o male, l’importante che se ne parli", ci sei riuscito a pieno.

Per il resto, noi, che abbiamo riposto i nostri sogni olimpici sui poster delle nostre camerette, che piano piano si stanno staccando dai muri, non ti perdoneremo mai.


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