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Senza la verità, ma brandelli

La trattativa c’è stata ma voleva fermare le stragi. Questa è la motivazione della sentenza della corte d’appello di Palermo sulla trattativa Stato-mafia

di Luigi Boggio - lunedì 8 agosto 2022 - 1520 letture

La trattativa c’è stata ma voleva fermare le stragi. Questa è la motivazione della sentenza della corte d’appello di Palermo sulla trattativa Stato-mafia, che ha portato alla assoluzione degli ex vertici dei Ros dei carabinieri e di Marcello Dell’Utri non avendo trovate le parole di Graviano sui rapporti con Berlusconi dei riscontri.

Quanto alle revoche del "carcere duro" decise nel ’93 dall’allora ministro Conso, insinuare dei cedimenti alla mafia anche dal presidente della Repubblica Scalfaro "è stato un errore di sintassi giuridica" dai giudici di primo grado.

Il rapporto tra mafia e istituzioni come nel passato c’è stato e che le sentenze si fermano sempre all’ultimo miglio. Entrano nel mondo dei misteri, delle mancate verità e della giustizia sospesa. Mai la luce, quando sta per sorgere, viene spenta con assassini e stragi. Nei 57 giorni dall’uccisione di Falcone per arrivare a Borsellino la sentenza parla che egli non era stato informato. Nessuna informazione mentre cercava di capire in quale direzione muoversi nella consapevolezza che stava arrivando il suo giorno. Arrivò insieme agli uomini della sua scorta. Nessuna informazione e successivamente un clamoroso depistaggio.

Anche questo fa parte della storia di quel periodo.

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Falcone, Borsellino e Caponnetto - Fonte ANSA

Per i giudici, scrivono nella sentenza, si trattò di "una sorta di ibrida alleanza da stringersi senza necessità di stipulare nessun patto, ma solo in ragione di una obiettiva convergenza di interessi con la componente più moderata di Cosa Nostra". La trattativa avviata con Ciancimino "non costituisce reato" in quanto non era l’intenzione di rafforzare la minaccia mafiosa allo Stato, ma di evitare altre stragi. Il reato l’hanno commesso i boss Leoluca Bagarella insieme ad altri boss morti o pentiti che volevano ricattare i governi in carica con bombe e minacce.

La sentenza, nello scorrere della sintesi, è piena di giudizi molti duri sull’azione del colonnello Mario Mori, del capitano Giuseppe De Donno, sotto l’egida del generale Antonio Subranni con il rapporto con Vito Ciancimino. "Un’ iniziativa quanto mai improvvida, oltre che intrapresa in totale spregio ai doveri inerenti al loro ufficio e ai loro compiti istituzionali". Taciuta "senza alcuna valida ragione" a Paolo Borsellino. Il dialogo dei carabinieri con l’ala "cosiddetta moderata" Provenzano mirava ad isolare la componente stragista capeggiata da Riina.

Una sorta di ritorno al passato del rapporto tra mafia ed istituzioni come se nulla fosse successo dalla strage di Portella ’47 a quelle del ’93. La mafia nel tempo è mutata profondamente nei territori, nelle alleanze, negli affari, ma quando gli tocchi gli interessi, cioè i soldi, spara e uccide. Non sente ragione. La loro arma è la violenza. Il capo dei capi Riina veniva preso ma il suo covo non è stato perquisito, forse il motivo dello scambio, per dare tempo ai mafiosi di ripulirlo d’ogni traccia. Una vicenda che rimane ancora oscura che i Ros dovrebbero chiarire. Alcuni mesi dopo l’arresto di Riina usciva dalla sommersione Provenzano, arrestato dalla Polizia. Ci sono voluti molti lustri in un gioco di scambi con un prima e un dopo. Senza la verità ma brandelli.


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