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Senza Islam con ci sarebbe l’Europa

La conoscenza della storia come unico argine all’imperante oscurantismo

di Emanuele G. - giovedì 12 gennaio 2017 - 3626 letture

Il presente articolo non ha alcuna finalità scientifica. Infatti, per redigere un articolo storico - che sia corretto dal punto di vista scientifico - necessiterebbe una diversa impostazione e una struttura ben definita. Considerate quanto state leggendo uno sprone al fine di iniziare, da parte vostra, un personale viaggio alla scoperta della civiltà araba e sull’immenso apporto che essa ha dato alla civiltà di tutto il mondo.

Non è stata azione facile scegliere un percorso univoco che desse unità all’articolo proprio per il motivo della vastità della civiltà araba e della sua storia. Pertanto, ho pensato di optare per un percorso ideale che unisce Baghdad a Toledo passando dal Cairo. Baghdad in quanto centro di irradiazione della cultura e civiltà araba nel mondo di allora e Toledo poiché lì avvenne il travaso del sapere arabo in Europa.

Iniziamo, tosto, dunque il nostro "percorso" in seno alla civiltà araba al fine di capire come mai il suo apporto è fondamentale e imprescindibile per la civiltà contemporanea.

* Gli inizi della cultura araba

Il punto di inizio attiene a un fatto precedente all’apparizione della religione islamica sul proscenio del mondo.

Nel 529 dC l’imperatore Giustiniano decise di chiudere il centro della cultura greca ossia la Scuola di Atene. Quella Scuola di Atene che per secoli era stata un faro della civiltà greca in tutto il mondo di allora. Una scuola filosofia che seguiva ed approfondiva il pensiero platonico.

Il re di Persia Cosroe I° prese una decisione destinata a salvare la cultura greca dall’oblio. Un oblio voluto dal Cristianesimo e da un’Europa oramai precipitata in piena età barbarica. Infatti, invitò gli ultimi maestri della Scuola di Atene in Persia. Con il loro arrivo - mi riferisco ai maestri ateniesi - si procedette all’apertura dell’Accademia filosofica a Gundishapur. Qui e nell’analoga accademia a Nisibis, fondata tempo prima per accogliere altri filosofi greci cacciati e perseguitati dai nestoriani, la cultura persiana poté fiorire in maniera faconda e rigogliosa.

Passano gli anni e l’Impero Sasanide non esiste più in quanto travolto dalla formidabile avanzata araba. Dominano i califfi Abassidi che trasferiscono a Baghdad la capitale del Califfato. Si deve a un Califfo illuminato, al-Ma’mun, la creazione nell’828 dC dell’osservatorio astronomico e nell’832 dC di una scuola di traduzione divenuta in seguito università.

Questa scuola di traduzione, grazie allo straordinario traduttore Hunayn Ibn Ishaq, salvò decine e decine di opere della filosofia, letteratura, scienza e cultura greca traducendo preziosissimi manoscritti in arabo. L’opera di salvamento non solo servì come conservazione, ma diede slancio a un incredibile e possente rinascimento culturale creando di fatto la cultura araba.

Per descrivere tale risveglio fù coniata una parola: "falsafa" ossia filosofia. Il pensiero arabo era nato.

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* La Casa della Sapienza in Baghdad

La Casa della Sapienza ossia Bayt al-Ḥikma (in arabo: بيت الحكم) fu la prima e fra le più importanti istituzioni culturali del mondo arabo.

In origine biblioteca privata del Califfo abbaside Hārūn al-Rashīd, il Bayt al-Ḥikma fu grandemente ampliata a partire dall’832 da suo figlio e successore al-Maʾmūn che la affidò alle cure di Sahl b. Hārūn e di Salm., dotandola di un patrimonio librario che raggiunse, al momento della sua massima acme, la cifra sbalorditiva di quasi mezzo milione di volumicon opere in greco, siriaco, ebraico, copto, medio-ersaiano e sanscrito. E non era raro che ogni volume potesse ospitare ospitare due o più opere, molto sovente scritte in margine. Mezzo milione di volumi era una cifra al dir poco incredibile se si pensa che le più accredidate biblioteche cristiane avevano a mala pena un migliaio di volumi. Come mai le biblioteche cristiane aveva un numero così ridotto di volumi? La Chiesa cattolica guardava con sospetto le opere pre-cristiane in quanto considerate "pagane".

La novità del Bayt al-Ḥikma non era peraltro solo quella di costituire la più grande biblioteca del mondo arabo-islamico (in un’epoca in cui le più accreditate biblioteche cristiane latine non giungevano neppure al migliaio di esemplari, tra l’altro d’interesse quasi esclusivamente religioso, visto il sospetto con cui la Chiesa guardava le opere dell’antica saggezza "pagana"), con opere in lingua greca, siriaca, ebraica, copta, medio-persiana e sanscrita,

Ciò che rendeva il Bayt al-Ḥikma un’istituzione unica nel mondo di allora è che serviva anche da università pubblica. Ossia un luogo dove si svolgevano corsi d’istruzioni superiore. Nel qual caso di corsi attinenti alla medicina la Casa della Sapienza assumeva la funzione di ospedale (bīmāristān). Ospedale che dava libero e gratuito accesso a tutti i malati, di ogni sesso e razza.

Fu anche un osservatorio astronomico - scienza in cui rifulse il genio islamico - e in questa sede furono migliorate le Tavole risalenti all’età sasanide e che erano note come Zīj Sind Hind (in in arabo: زيج ﺳﻨﺪ ﻫﻨﺪ‎, ossia "Tavole astronomiche del Sind e dell’Hind"). Un deciso miglioramento rispetto a quelle risalenti a Claudio Tolomeo. Verso la fine del XV secolo, saranno usate da Cristoforo Colombo per la sua navigazione oceanica verso le Indie Occidentali.

Purtroppo, il Bayt al-Ḥikma scomparve a causa del declino violento della capitale abbaside. Declino contraddistinto da incendi e guerre civili. Per non parlare del colpo di grazie rappresentato dalla feroce distruzione perpetrata nel 1258 ad opera dei Mongoli di Hulegu.

Non si sa quanti volumi siano andati perduti e ciò costituisce un autentico crimine nei confronti dell’umanità intiera allo istesso modo dell’incendio della Biblioteca di Alessandria.

Infine, vorrei ricordare alcuni illustri studiosi che illuminarono di genio la Casa della Sapienza di Baghdad:

Alcune delle personalità più eminenti che contribuirono all’attività del Bayt al-Ḥikma:

* al-Khwārizmī (780-850 ca.)- Le sue opere ebbero grande influsso sull’Europa medioevale, dal suo nome viene il termine moderno di algoritmo mentre dall’inizio del titolo di una sua opera (che di per sé significa "diversità") è derivato il termine algebra. Fu noto col nome di Algorizmi nell’Occidente latino.

* al-Kindī (801-873) - Introdusse la filosofia greca nel mondo arabo, fu pioniere della crittografia e dell’uso della musica in medicina, noto in Europa come Alchindus o Alkindus.

* I fratelli Banū Mūsā - Ja’far Muhammad ibn Mūsā ibn Shākir (800-873 ca.), Ahmad ibn Mūsā ibn Shākir (805-873) e al-Hasan ibn Mūsā ibn Shākir - matematici e ingegneri, così chiamati perché figli di Mūsā ibn Shākir, un astrologo della corte del Califfo al-Ma’mun, che furono tra i primi a spingere oltre i risultati classici della matematica greca e porre le basi della matematica araba e persiana.

* Ḥunayn b. Isḥāq (704-761 ca.)- medico, cristiano nestoriano, conosciuto nel mondo arabo come il grande traduttore, in Europa come Johannitius, tradusse in arabo gli Elementi di Euclide.

* Thābit b. Qurrā (830-901) - conosciuto in Europa come Thebit, matematico e astronomo, fu uno dei primi riformatori del Sistema tolemaico, in meccanica è considerato il fondatore della statica, scrisse in arabo e siriaco, si occupò di teoria dei numeri, di geometria nella tradizione greca, scrisse dei quadrati magici nella tradizione matematica cinese.

* al-Rāzī (865-925) - medico, chimico/alchimista e filosofo, di origine persiana, fu il primo a descrivere il vaiolo e l’asma allergica. Fu noto in Europa come Rhazes.

* Abū Bishr Mattā ibn Yūnus (m. 940 ca.) - traduttore dal siriaco all’arabo, maestro di al-Fārābī (870-950 ca.), noto questi come Abunaser o Alpharabius.

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* L’Università di al-Azhar

Un altro grande centro della cultura araba fu l’Università di al-Azhar (in arabo: ﺟﺎﻣﻌـة لأزهر‎, Jāmiʿat al-Azhar, ossia "Università al-Azhar") del Cairo. Anzi è così importante che un suo pronunciamento è considerato legge per tutto il mondo islamico di osservanza sunnita. Altre università fondamentali per il mondo sunnita sono quella Qarawiyyīn di Fez (Marocco) e la Zaytūna di Tunisi.

Per assurdo fu fondata da una dinastia di califfi sciiti, i Fatimidi. La sua data di fondazione si colloca nel 970 dC o 972 dC. Le materie di insegnamento erano grammatica araba, astronomia islamica, filosofia islamica e logica.

Una delle particolarità di tale università è che fu voluta da studenti che intendevano discutere su importanti tematiche riguardanti la religione e la conoscenza del mondo. Vi erano ampie sale dove gli studenti si riunivano assieme a degli insegnanti al fine di creare momenti associativi e lezioni. L’Università di al-Azhar non era una struttura privata in quanto chiunque poteva assistere ai succitati momenti associativi. Denotando in questo una concezione democratica della cultura.

Quanto lontane sono da codesta impostazioni le moderne università dove il sapere è amministrato secondo metodologie puramente burocratiche e non di apertura alla stessa cultura.

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* La figura di Alhazen

Alhazen, nome con cui nell’Europa medievale era conosciuto Abū ʿAlī al-Ḥasan ibn al-Ḥasan ibn al-Haytham (persiano: أبو علي الحسن بن الحسن بن الهيثم‎‎) (Bassora, 965 circa – Il Cairo, 1039), è stato un medico, filosofo, matematico, fisico ed astronomo persiano.

Fu uno dei più importanti e geniali scienziati del mondo islamico (ed in genere del principio del secondo millennio). È considerato l’iniziatore dell’ottica moderna. Fu anche chiamato al-Baṣrī (di Bassora), al-Miṣrī (l’egiziano), Avennathan e Avenetan, Ptolemaeus secundus ma, più che altro, fu noto appunto come Alhazen, corruzione del suo nasab "Ibn al-Ḥasan".

Gli studi e le speculazioni

Originario delle aree della Mesopotamia (attuale Iraq[1]), vi crebbe studiando religione e conoscendo le scienze attraverso gli insegnamenti dei religiosi locali, fra Bassora e Baghdad. Ben presto (avrebbe poi narrato nella sua autobiografia) si fece convinto dell’impossibilità che le diverse religioni, portatrici di messaggi tanto differenti e tanto violente nel reciproco confliggere, potessero trasmettere messaggi veritieri.

Figlio di un agiato dignitario, i suoi studi erano inizialmente diretti verso carriere che oggi si potrebbero definire di pubblica amministrazione; fu anche nominato visir per la provincia di Bassora, ma i suoi dubbi religiosi resero incompatibile la sua permanenza in cariche in qualche modo dipendenti dal potere politico, strettamente connesso con l’ambiente "clericale" dei dotti. Fu questo uno dei motivi che lo spinsero a dedicarsi completamente alle scienze; le sue qualità cominciarono ad emergere, ad attribuirgli una certa notorietà ed a fargli conoscere le teorizzazioni della cultura classica dell’area mediterranea. Uno dei suoi primi "incontri" con la scienza classica lo portò a conoscere Aristotele.

L’arrivo in Egitto

Si trasferì ancora giovane in Egitto, dove avrebbe operato per il resto dei suoi giorni. Vi giunse, secondo una versione (una leggenda per alcuni storici), per invito dell’Imām al-Ḥākim della dinastia dei Fatimidi (che regnò anche in Sicilia) il quale, avendo saputo dei suoi straordinari talenti, lo avrebbe invitato a progettare un sistema per la regolazione delle acque del Nilo, che causavano le ben note inondazioni; secondo altre versioni, parrebbe che Ibn al-Haytham avesse per suo conto elaborato un progetto, probabilmente per una diga. Giunto presso al-Janadil, a sud di Aswān, con una nutritissima squadra di tecnici ed operai finanziatagli dall’Imām-califfo, incontrò difficoltà che alcuni indicano tecniche, altri finanziarie, e dovette rinunziare al progetto.

Tornato alla capitale dovette subire la sprezzante umiliazione di al-Ḥākim che, rinnegandone le qualità "professionali", accusandolo cioè di non possedere le qualità di uno scienziato, gli assegnò un posto da impiegato - diremmo oggi - di concetto. Temendone però l’ira, perché al-Hākim era un eccentrico tiranno che si era distinto, sì, per un costante ed importante mecenatismo, ma anche per una fredda crudeltà, Ibn al-Haytham si finse pazzo per una dozzina d’anni, sino alla morte violenta dell’Imām (1021).

Le esperienze e le ricerche

Durante questo periodo ebbe modo di viaggiare (pare che abbia visitato la Spagna islamica e la Siria dove - in base a ipotesi che non ha però riscontri - avrebbe vissuto), mentre è certo che si stabilì comunque in Egitto, nella sua capitale (vicino alla moschea di al-Azhar) dove la presunta pazzia non gli impedì di essere ammesso agli studi ed all’insegnamento presso quella stessa moschea che, come oggi, funzionava da università. Costituì inoltre una personale biblioteca le cui dimensioni, per l’epoca e per la posizione di Alhazen, erano impressionanti: si disse che fosse seconda solo a quella della Dār al-Ḥikma (Casa della Saggezza), eretta dagli Imām fatimidi.

Al Cairo, grazie ai vantaggi offerti dalla vivissima attività culturale della capitale, studiò a fondo la scienza nelle teorie sviluppate dagli studiosi greci, traducendo in arabo un gran numero di opere e consegnando quindi al mondo islamico, proprio nel momento in cui la fioritura delle scienze era presso di questo al suo più florido sviluppo, un contributo documentale ed informativo di grandissima importanza.

Restituì alcune opere perdute all’intera umanità: Le coniche di Apollonio di Perga erano in otto libri, dei quali l’ultimo era andato perduto. Ibn al-Haytham fu capace di rielaborare deduttivamente (e proseguendo i ragionamenti dei libri precedenti) il libro mancante, dandone una stesura del tutto compatibile con la possibile originaria.

Ma le traduzioni (fra le quali rilevano gli Elementi di Euclide e l’Almagesto di Tolomeo) lo introdussero anche alla speculazione personale su molte delle materie analizzate, risultando in approfondimenti e riformulazioni che sarebbero rimaste per molti secoli di importanza capitale. La parte più rilevante dei suoi studi è raccolta in 25 saggi di matematica ed in 45 ricerche di fisica (a lui è attribuita la prima, consistente stima dello spessore dell’atmosfera) e metafisica, oltre alla sua autobiografia del 1027.

Fu soprattutto nell’ottica che le sue ricerche produssero risultati d’eccezione. Studiando l’ottica euclidea, enunciò teorie sulla prospettiva, della quale focalizzò il suo interesse sui tre punti fondamentali (il punto di vista, la parte visibile dell’oggetto e l’illuminazione), riformulando i modelli geometrici che ne descrivevano le relazioni.

a) L’ottica

Demolizione delle vecchie teorie sull’ottica

In epoche successive sarebbe stato considerato il maggior esponente della "scuola araba" dell’ottica anche perché i suoi studi furono di notevole influenza nella demolizione delle vecchie teorie sulla natura e sulla diffusione delle immagini visive: in antico, con i primi studi si riteneva che la luce fosse una soggettiva (e per questo relativa) elaborazione della psiche umana.

In seguito si era cominciato a parlare di "scorze" (o "èidola") sostenendo che particelle di ogni oggetto osservato (sorta di "ombre" che ne riproducevano la forma ed i colori) si staccassero dall’oggetto per raggiungere l’occhio umano (sebbene questa teoria non potesse spiegare l’accesso all’occhio delle "ombre" di grandi montagne se non supponendo una misteriosa progressiva riduzione dimensionale in corso di tragitto).

A questa teoria seguì quella dei "raggi visuali", per la quale l’analisi dell’assunzione delle informazioni visive da parte del cieco, che le ricava con un bastone, avrebbe dovuto spiegare che l’occhio sarebbe stato dotato di una sorta di "bastoni" coi quali percuotere il mondo visibile e ricavarne le informazioni ottiche. La teoria era esposta alle argomentazioni di chi eccepiva che questa non avrebbe spiegato la mancanza di visione notturna (o in assenza di luce), non avrebbe spiegato quella che oggi si conosce come rifrazione e, soprattutto, non spiegava come potesse fare l’occhio umano a "toccare" coi suoi supposti bastoncini sensoriali oggetti lontanissimi come il Sole e le stelle.

La scuola araba delle scorzettine dell’ottica

Della scuola araba dell’ottica, ibn al-Haytham è in genere considerato il primo e massimo, geniale, esponente. Fu grazie ai suoi studi che si poterono formulare nuove ipotesi, fresche anche per mancanza di inerzie culturali, e che lo studio di queste materie ebbe la possibilità di costituirsi in "scuola", destinata a formare un numero (per i tempi assai rilevante) di studiosi specialistici.

Un elemento che attrasse la sua attenzione fu la persistenza delle immagini retinee, insieme alla sensazione dolorosa procurata dall’osservazione di fonti di intensa luminosità, come il Sole. Se infatti, fu il suo ragionamento, davvero fosse stato l’occhio a "cercare" con raggi o bastoncini l’oggetto, non vi sarebbe potuta essere persistenza delle immagini durante la pur rapida chiusura delle palpebre (mentre questo rapido movimento è comunemente impercettibile proprio per la persistenza dell’immagine - oggi sappiamo - sul fondo della retina). Inoltre, se l’occhio, organo di senso, davvero gestisse autonomamente le informazioni visive, non "toccherebbe" lo "scottante" Sole e nessun’altra fonte fastidiosa, non procurandosi dolore né abbacinamento.

Demolita così la teoria dei raggi visuali, Alhazen si rifece a quella delle scorze, supponendo stavolta che l’acquisizione delle informazioni luminose fosse sì dovuta ad un agente esterno, ma che questo non rilasciasse "ombre", viaggianti in forma di "scorze" appositamente in direzione dell’occhio dell’osservatore, bensì delle "scorzettine", emesse dall’oggetto in tutte le direzioni. Per questo, dovette affrontare una ipotesi di scomposizione rudimentalmente particellare di ciascuno degli oggetti osservati, ed attribuire a ciascuna infinitesima componente di ciascun oggetto la capacità di emissione di scorzettine in ogni direzione.

Le "scorzettine"

La genialità della scomposizione particellare consisteva nella prima monizione (elaborata in forma, si noti, squisitamente logica) di un embrione della teoria corpuscolare: da ciascun oggetto, anzi da ciascuna delle piccolissime parti componenti l’oggetto si sarebbero staccate "informazioni luminose" (scorzettine) che avrebbero raggiunto l’occhio, attraversato il cristallino, penetrata la pupilla, attraversato il globo oculare fermandosi sul fondo. Per ogni oggetto, poi, per ogni particella di questo, di tutte le scorzettine emesse in tutte le direzioni, una sola avrebbe potuto colpire la cornea normalmente (cioè, secondo una traiettoria rettilinea perpendicolare al piano della cornea), attraversarlo e giungere a destinazione. L’unicità della scorzettina evitava la duplicazione di immagini e la confusione sulla retina di ciascuna particella, consentendo una visione ordinata.

A questa teoria lo scienziato aggiungeva per corollario l’ipotesi che vi fossero due tipi di scorzettine, alcune "normali" (secondanti appieno la sua teoria) ed altre "irregolari". Mentre le normali avrebbero raggiunto regolarmente la retina procedendo in linea retta e con velocità finita, le altre sarebbero state fermate dalla rifrazione e respinte, negando la visione di talune parti di oggetti. Della rifrazione andava del resto abbozzando rudimenti teorici, avendo effettuato esperimenti su oggetti trasparenti (vetrosi) di forma sferica o cilindrica, e della riflessione e dell’assorbimento stava per dedicarsi a studi più profondi.

Sulla retina, le scorzettine regolari (una per ciascuna delle componenti particellari dell’oggetto) si sarebbero fermate a fornire l’informazione visiva che, insieme alle altre scorzettine regolari giunte a destinazione, avrebbe consentito di ricostruire una informazione generale sull’oggetto che le aveva emesse. L’immagine sarebbe dunque stata il risultato della ricezione-percezione della somma delle scorzettine emesse da ciascuna particella dell’oggetto, ordinate dall’occhio in una visione finalmente comprensibile.

Avendo studiato a fondo l’anatomia dell’occhio, ed avendo per questo maturato una profonda consuetudine con le teorie di Galeno (dal quale aveva appreso della cornea e delle tuniche), Ibn al-Haytham si rese conto (ben prima che la nozione divenisse di generale accettazione) che le scorzettine, attraversando il globo (nell’allora solo supposta traiettoria rettilinea), si sarebbero disposte sulla retina in ordine inverso, come in effetti accade: l’immagine risultante sulla retina è effettivamente capovolta, e Ibn al-Haytham lo aveva intuito con semplici schemi di geometria.

La ricerca del sensorio

Non disponendo di migliori elementi, e non potendo accettare che l’immagine si capovolgesse (giacché l’uomo la vede "correttamente" - oggi si sa però che non è così), ma comunque ben saldo nella consapevolezza del valore della sua teoria, si risolse a cercare il "sensorio", cioè il nervo che trasmette le informazioni al cervello, in un punto della traiettoria delle scorzettine che fosse raggiunto precedentemente al punto di "capovolgimento" (il centro del globo oculare).

E davanti al centro del globo vi erano l’ininfluente liquido, il foro della pupilla ed il solo elemento trasparente ma solido, il cristallino. Fu in questo perciò che Alhazen dedusse doversi trovare il sensorio e quindi doversi raccogliere l’immagine corretta.

La specialità della luce solare

La considerazione delle caratteristiche dell’illuminazione, ormai senza più dubbio attribuita all’effetto della luce solare, unita alla considerazione delle sensazioni dolorose arrecate dall’osservazione diretta del massimo Astro, condusse Alhazen ad ipotizzare che dal Sole promanasse qualcosa (forse non propriamente scorzettine nel senso che aveva già individuato) capace di provocare l’emissione di scorzettine "ordinarie" da parte degli oggetti colpiti dalla luce solare.

Intuì dunque una sorta di forza, di energia emessa dal Sole (ma non pervenne ad una sua precisa definizione), tanto forte da suscitare la produzione di informazioni visive provenienti dagli oggetti e troppo forte per l’occhio, che di tali scorzettine doveva riceverne, non produrne.

Questa sorta di radiazione gli consentì di ipotizzare che il colore fosse effetto d’una radiazione secondaria, emessa dagli oggetti colorati che fossero stati sollecitati da un agente primario, come la luce del Sole; si spinse ad ipotizzare, per primo, che la luce solare illuminasse la Luna e che questa la riflettesse sulla Terra.

Sintetizzando, ibn al-Haytham introdusse l’ipotesi che (come poi sarebbe stato sviluppato dalla teoria corpuscolare) la visione dipendesse da un agente esterno (il lumen, concetto innovativo rispetto alla lux) e che le informazioni fornite dai lumen fossero in realtà un flusso di particelle materiali emesse dagli oggetti.

La camera oscura e le illusioni ottiche

Lo studio sul capovolgimento dell’immagine all’interno del globo oculare, dovuto al passaggio per lo stretto foro della pupilla, diede lo spunto ad Alhazen per sviluppare il primo studio in assoluto sulla camera oscura. Lo scienziato descrisse con grande anticipazione ed esattezza il meccanismo di capovolgimento dell’immagine che attraversando un foro si fermava sul fondo della camera.

Anche delle illusioni ottiche ibn al-Haytham si occupò a fondo, citandole innumerevoli volte nelle sue opere ed usandole per analizzare l’eventuale influenza della psiche umana nella formazione dell’errore. La considerazione prevalente del tempo voleva che l’occhio fosse tendenzialmente fallace, in quanto il risultato della visione veniva espresso attraverso il filtro non oggettivo dell’individualità di ciascun osservatore, in mancanza di riscontri tecnicamente "freddi". Ma la propensione di ibn al-Haytham fu a favore del carattere estremamente soggettivo della visione.

La diffusione delle teorie di Ibn al-Haytham

Ci volle molto tempo perché l’Europa potesse conoscere gli studi di Ibn al-Haytham. Ostavano ad una loro rapida diffusione la distanza culturale e linguistica del mondo occidentale da quello arabo, e non erano di giovamento le distanze politiche e religiose: infatti mentre l’islam incoraggiava la scienza e la sua diffusione, la chiesa la ostacolava. Un compendio dei suoi studi fu tradotto nel 1270 dal monaco polacco Vitellione, che sotto il titolo complessivo di "De Aspectibus" raccolse insieme altre opere come l’"Epistola sulla luce" e il "Libro dell’ottica", che fu conosciuto in Occidente col titolo di Prospettiva di Alhazen.

Le teorie dello scienziato arabo posero certamente in discussione le tradizioni consolidate nella teoria delle scorze, ma - forse anche per le molte implicazioni di natura culturale generale - non le scardinarono: si giunse invece ad ipotizzare una sorta di teoria di mediazione fra le vecchie e le nuove ipotesi, detta "teoria delle specie". In questa le scorze divenivano "specie", che lasciavano l’oggetto per effetto di un agente esterno, raggiungendo l’occhio grazie ad alcuni raggi visuali che l’occhio avrebbe emesso per catturarle.

Anche gli studi sulla rifrazione e sulla camera oscura, come quelli sul capovolgimento delle immagini nel globo oculare, non furono recepiti immediatamente, ma si procedette pigramente alla ricostruzione, talvolta scettica, dei percorsi seguiti da Ibn al-Haytham oppure si seguitarono gli studi già avviati ignorando il contributo dello scienziato di Bassora; lo stesso Leonardo ipotizzò (al contrario, rispetto all’arabo) che anche all’interno dell’occhio si avesse un capovolgimento dell’immagine analogo a quello della camera oscura leonardiana.

Sarebbe stato l’abate Francesco Maurolico da Messina, molto tempo dopo, a rivalutare le intuizioni di Alhazen, pur restando fra i suoi contemporanei assai isolato e poco considerato; Maurolico perfezionò l’idea della moltitudine di punti emittenti segnali, definendoli raggi geometrici. Fu poi con Keplero, ispirato dall’arabo e dal Maurolico, che le innovazioni di Alhazen servirono di base per lo sviluppo della teoria moderna.

La tesi Hockney-Falco

A una conferenza scientifica nel febbraio 2007, Charles M. Falco ipotizzò che il lavoro sull’ottica di Ibn al-Haytham potesse avere influenzato gli artisti rinascimentali.

Fonte: Wikipedia

Ho riportato il link a un sito inglese dove si possono scoprire i segreti della luce giocando e conoscendo, di conseguenza, la figura di Alhazen uno dei maggiori scienziati dell’epoca.

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* Il Corano e la scienza

La scienza fu massimamente curata dagli arabi. Che vi apportarono essenziali e fondamentali migliorie.

Essendo la tematica alquanto vasta ho deciso di riportare un interessante contributo preso dal sito www.parodos.it.

"[...] GLI ARABI E LA SCIENZA

Gli arabi cominciarono nei secoli VIII-X a compiere una serie di traduzioni dei capolavori della scienza greca, che furono alla base della loro cultura scientifica. Una particolare attenzione essi portarono alla medicina che fu coltivata quasi da tutti i filosofi di cui si è parlato. Famoso medico fu soprattutto Al-Rhazes (865-925), di origine persiana come molti degli scienziati e dei filosofi dell’Islam. Oltre alla gigantesca enciclopedia medica, tradotta in latino nel XIII secolo col titolo cli Continens, è celebre il suo trattato sulla rosolia e sul vaiolo.

Merito degli scienziati arabi è pure la radicale trasformazione dell’alchimia, che si proponeva di preparare un elisir di lunga vita e di mutare i più vili metalli in oro. Ancora profondamente influenzata dalle scienze occulte alessandrine è la prima opera araba di alchimia, tradotta in latino col titolo di Turba pbilosophorum (un dialogo i cui personaggi sono tutti filosofi presocratici), e composta verso la fine del IX secolo. A questo stesso periodo risalgono anche le opere di Geber (Gabir Ibn Hayyan), che per la teoria dei rapporti numerici - ogni corpo sarebbe l’espressione di un rapporto numerico di equilibrio delle « nature » che entrano nella sua composizione - è stato considerato un autentico precursore della chimica moderna. Geber si occupò tra l’altro dei metodi di raffinamento dei metalli, di preparazione dell’acciaio, di colorazione della seta, ed attribuì particolare importanza allo zolfo e al mercurio, che rappresenterebbero il fuoco e la liquidità. Ad un altro famoso alchimista arabo del XII secolo, Al-Khazini, spetta invece il merito di avere descritto una mirabile bilancia di precisione, mediante la quale egli determinò, con buona approssimazione, il peso specifico di una cinquantina di sostanze. Agli alchimisti arabi noi dobbiamo pure le indicazioni per la preparazione di alcuni importanti acidi, come l’acido solforico e l’acido nitrico, e la costruzione di alcuni essenziali strumenti di laboratorio (storte, alambicchi, ecc.).

Questi pochi cenni possono bastare a dimostrarci come l’interesse degli arabi per le ricerche alchimistiche si inquadrasse direttamente nel loro interesse generale per tutto quanto riguardava la pratica; vedremo fra breve che un impegno pratico è riscontrabile perfino nelle loro indagini matematiche. Proprio esso sta alla base dei notevoli progressi che la civiltà araba realizzò in pressoché ogni campo della tecnica, e che si sforzò di introdurre sistematicamente nei paesi via via conquistati (è noto il grande incremento dell’irrigazione che i conquistatori arabi portarono in Spagna).

Oltreché nella medicina, nell’alchimia e nella tecnologia, gli scienziati dell’Islam seppero conquistarsi un posto eminente anche nella fisica vera e propria.

Il maggior fisico musulmano fu Alhazen (Ibn Al-Hasan), vissuto in Egitto fra la fine del X secolo e l’inizio dell’XI. Egli fu autore di un celebre trattato di ottica, ben presto tradotto in latino con il titolo Opticae thesaurus, nel quale si trova per la prima volta descritta con esattezza la struttura dell’organo della vista con le sue parti fondamentali (umor acqueo, cristallino, cornea, retina). Alhazen dimostrò, fra l’altro, che i raggi visivi non partono dall’occhio per giungere all’oggetto luminoso, ma da quest’ultimo per giungere all’occhio. Se possiamo asserire che l’ottica geometrica fu creata dai greci, dobbiamo riconoscere che l’ottica fisiologica risale invece agli arabi e in particolare ad Alhazen. L’Opticae thesaurus sarà largamente utilizzato in occidente da Vitellione e da Ruggero Bacone, e sarà ancora attentamente studiato nel Cinquecento dal grande keplero.

Un altro campo nel quale gli scienziati arabi si conquistarono altissimi meriti fu quello delle discipline matematico-astronomiche, ove seppero attingere preziosi insegnamenti tanto dal grande patrimonio accumulato dagli studiosi greci quanto dalle nuove idee provenienti dall’India. Anche se non raggiunsero quasi mai una produzione ad alto livello veramente originale, il solo fatto di avere assimilato e trasmesso due tradizioni scientifiche come quella greca e quella indiana, trovando spesso il modo di integrarle l’una con l’altra, costituisce un titolo di benemerenza che la storia della civiltà deve loro indiscutibilmente riconoscere.

In arabo furono tradotte tutte le principali opere della matematica greca, ed anzi alcune di esse - come il commento di Pappo al libro X degli Elementi di Euclide ed alcune opere di Apollonio – si sono conservate solo nella versione araba. Per quanto riguarda i rapporti con la matematica indiana, basti ricordare che spetta agli arabi il merito di aver trasmesso alla civiltà occidentale l’uso della scrittura posizionale dei numeri in base dieci, ricavata appunto dalla scienza indiana, scrittura di cui gli arabi seppero immediatamente comprendere la grande utilità applicandola con successo anche ai calcoli necessari per la tenuta dei registri commerciali.

Il califfo Al-Mamun, fondò nell’828 l’osservatorio astronomico di Bagdad. A questo califfo furono legate in particolare la persona e l’attività del grande matematico persiano Mohamed Ben-Musa Al-Khowarizmi, fiorito fra l’813 e l’833, generalmente riconosciuto come l’iniziatore della matematica araba. Ed infatti è proprio per incarico di Al-Mamun, che Ben-Musa scrisse i suoi tre più importanti trattati: una raccolta di tavole astronomiche, un trattato di aritmetica e uno di algebra.

Il primo va soprattutto menzionato perché l’autore vi fa uso, nella risoluzione dei triangoli, delle funzioni seno, coseno e tangente di un arco, invece di prendere in esame (come facevano gli astronomi greci) la sola corda dell’arco. Il secondo è importante perché spiega le operazioni aritmetiche elementari e le loro proprietà, facendo riferimento alla rappresentazione decimale dei numeri; i problemi trattati hanno per lo più un carattere pratico (sono problemi della vita comune, di tecnica commerciale, ecc.), ma proprio questo fatto sta alla base della rapida diffusione - anche in ambito non strettamente scientifico - del nuovo sistema di scritturazione numerica. Il terzo affronta i problemi caratteristici di quella parte della matematica che noi chiamiamo « algebra » elementare, la quale attinse il proprio nome per l’appunto dal titolo dell’opera di Ben-Musa: Al gebr al mukabala. Va sottolineato che dal nostro autore deriva pure il termine « algoritmo » (di uso comune nell’algebra moderna), la cui radice è legata al nome Al-Khowarizmi con cui i latini useranno indicare Ben-Musa (in realtà proprio con questo nome iniziava il titolo del suo trattato di aritmetica). Sappiamo che parecchi problemi algebrici erano già stati trattati dai matematici greci, ma la loro esposizione era svolta in termini sostanzialmente geometrici. Il nuovo modo di esporli e discuterli, usato dagli arabi, apre la via a una trattazione autonoma di essi, molto più generale e senza dubbio più agevole (perché basata su procedure regolate da leggi ben determinate): è la via che porterà all’algebra propriamente detta.

Non ci sembra necessario soffermarci sui particolari progressi tecnici dei continuatori dell’algebra di Ben-Musa; aggiungeremo invece qualche parola sulle concezioni astronomiche degli arabi, più direttamente collegate allo sviluppo generale del pensiero scientifico-filosofico.

Va detto innanzitutto che a base dell’astronomia (come pure della geografia) dell’Islam dobbiamo collocare la traduzione di Tolomeo, a cui gli scienziati arabi aggiunsero nuovi calcoli ed osservazioni, che poterono compiere anche con gli importanti strumenti scientifici, come l ’astrolabio, da essi inventati o perfezionati.

Il maggiore astronomo del mondo arabo fu Albatenio (Al-Battani), vissuto in Mesopotamia all’inizio del X secolo. Pur professandosi discepolo di Tolomeo, egli fu studioso spesso originale, attento osservatore dei fenomeni celesti, fornito di notevole senso critico, e proprio perciò disposto - ove necessario - a correggere e aggiornare l’astronomia tolemaica. Nella trattazione matematica dell’astronomia preferì - distaccandosi dai greci — far uso, come già Ben-Musa, delle funzioni trigonometriche anziché della misurazione delle corde, e in tal modo diede un contributo decisivo alla diffusione della trigonometria nel senso moderno del termine. In base a precise osservazioni degli astri e delle loro orbite, compose nuove carte astronomiche e calcolò nuovamente la precessione degli equinozi. Le sue ricerche furono proseguite da Abril Wafa, vissuto nella seconda metà del X secolo, autore di un proprio Almagesto, profondo cultore di trigonometria sferica oltreché di quella piana.

Nel secolo seguente, in Egitto l’astronomo Ibn Yunus registrò le osservazioni delle eclissi lunari e solari, e in Persia l’astronomo, filosofo, matematico e poeta Omar Khayyam operò un’importante riforma del calendario introducendo gli anni bisestili.

Più geografo che astronomo fu invece Al-Biruni (973-1048), uno dei più grandi eruditi dell’Islam, che calcolò con molta esattezza la latitudine e la longitudine di varie località, e ci lasciò una preziosa descrizione di alcune parti dell’India. Nel campo degli studi di trigonometria va ricordato che Al-Biruni scrisse inizialmente un trattato basato unicamente sulla nozione di « corda » (usata, come sappiamo, dai greci). In opere successive mise a punto il rapporto fra tale nozione e quella di seno, illustrando criticamente i vantaggi di quest’ultima, come pure delle altre funzioni ad essa collegate (coseno, tangente, ecc.) nello sviluppo delle indagini trigonometriche.

Al-Biruni fu inoltre valente studioso di algebra, nella quale affrontò alcuni problemi di terzo grado. Ebbe diversi discepoli che proseguirono e perfezionarono la sua opera.

Va infine ricordato il forte interesse degli arabi per la storia della scienza, in particolare per la storia della matematica e più ancora per quella della medicina. Già alla fine del X secolo un libraio di Bagdad, Ibn An-Nadim, in un famoso elenco di tutti gli autori a lui noti e dei loro scritti, aveva dato numerose notizie storiche per ogni materia; verso la metà del secolo seguente Said Ben-Ahmad, un erudito di Toledo, scriverà una vera e propria storia della scienza, dando un interessantissimo quadro complessivo dell’attività scientifica, a lui nota, di indiani, persiani, caldei, greci, egiziani e arabi."

Inoltre, vorrei citare un’interessante saggio scritto dal Dott. Zakir Naik avente un titolo molto attuale "Il Corano e la Scienza Moderna Compatibile o incompatibile?".

Il saggio, rileggendo il Corano, rintraccia osservazioni e principi scientifici contenuti nel libro sacro per eccellenza della Summa islamica.

Ne ho reso disponibile il contenuto provvedendo il link di accesso che troverete in fine al presente paragrafo.

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* La fondamentale importanza di Toledo

Un altro dei fulcri della cultura araba e della sua irradiazione nel mondol di allora era la Spagna. Conquistata dagli arabi a partire dal settimo secolo dopo Cristo. Gli fu dato il nome di al-Andalus. Per esattezza controllavanol anche il Sud della Gallia con il nome di Settimania. Dal punto di vista amministrativo fu eretta - mi riferisco alla Spagna - ad Emirato sotto le dirette dipendenze del Califfato di Baghdad che allora costituiva il centro nevralgico dell’Impero arabo. Cordova fu designata come capitale della Spagna musulmana.

Fra le città maggiormente rappresentative si distinse Toledo sede di importanti istituzioni culturali. Fra queste biblibioteche che raggiungevano gli ottantamila libri custoditi. Una cifra strabiliante per i tempi poiché analoghe istituzioni bibliotecarie cristiane potevano assemblare un numero di volumi inferiori al centinaio!

Nel 1085 dopo Cristo Toledo fu una delle prime città arabe a cadere in mano ai cristiani che a poco a poco avrebbero riconquistato alla cristianità l’intera penisola iberica. Il fatto che codesta città fosse dotata di biblioteche corpose e ben fornite fece si che iniziarono ad arrivare europei cristiani fortemente interessati a consultare tali preziosi libri. Al dir il vero, nel corso degli anni d’oro di al-Andalus, frotte di uomini di cultura cristiani vennero ad intraprendere studi nelle città spagnole in mano agli arabi contribuendo a creare una continua osmosi culturale che contribuiì in maniera lenta e decisa a riaccendere l’Europa dolpo i secoli bui dell’Alto Medio Evo. La consultazione e la diffusioni dell’immenso patrimonio culturale arabo che aveva salvato le precedenti culture dall’oblio accese un fuoco culturale piuttosto impressionante nel resto d’Europa. Un esempio - seppur secondario - è rappresentato dal fatto che le travi lignee delle cattedrali gotiche inglese eranol contrassegnata da numeri indo-arabi e non più romani.

La massima figura culturale della Spagna islamica fu Averroé. Eccone un efficace ritratto preso dal sito già citato http://www.parodos.it:

"[...] AVERROE’

Il maggiore filosofo della tradizione musulmana è Averroè (Ibn Rushd), nato a Cordova nel 1126, e morto nel 1198 nel Marocco, dopo aver subito persecuzioni ed esser stato esiliato per il suo atteggiamento di pensatore libero dalla ortodossia della tradizione religiosa. Dopo avere studiato fin da giovane il diritto e la medicina (scrisse una famosa enciclopedia medica dal titolo Liber universalis de medicina), egli si dedicò soprattutto alla filosofia aristotelica. l suoi commenti ad Aristotele lo resero famoso in tutta la posteriore filosofia occidentale come il « commentatore » per eccellenza. In questi commenti egli si propose di ritornare al significato vero dell’opera dello stagirita, che egli riteneva « la più alta perfezione umana », e da cui si erano distaccate le interpretazioni di Al-Farabi e di Avicenna. Pur rimanendo egli pure impregnato di motivi neoplatonici, la sua fedeltà ad Aristotele lo portò, nel suo commento all’Almagesto, a respingere l’astronomia tolemaica e la teoria degli epicicli e degli eccentrici.

All’opera di Al-Ghazali, La distrazione dei filosofi, ed a coloro che, in nome della pura fedeltà al Corano, si opponevano alle pretese della filosofia, Averroè oppose l’opera La distruzione della distruzione dei filosofi, ove cercò di dimostrare che rivelazione e filosofia, muovendosi in piani diversi, non possono contraddirsi. La filosofia ha però un compito più elevato, quasi di religione, per gli uomini intellettualmente più preparati. Dio non è arbitrio assoluto, come afferma il misticismo di Al-Ghazali, ma principio di razionalità.

Opponendosi ad Avicenna, che concepiva il mondo come una serie di essenze, emananti una dall’altra, Averroè riteneva che le sostanze individuali siano la realtà, e che l’essenza non abbia una realtà distaccata dall’individuo. Gli individui reali, ordinati da un identico fine, sarebbero composti di materia e forma, potenza ed atto. La forma pertanto non sarà, come per Avicenna, derivata da una forma esterna, separata, l’intelletto agente o dator formarum; non occorre in realtà introdurre nulla di esterno nella materia, ma solo farla passare dalla potenza all’atto. Ciò presuppone che la causa di questo sia già in atto, fino ad arrivare alla causa prima, atto puro. Il mondo è per Averroè eterno perché il principio del suo movimento, dio, è eterno ; ma il movimento non giunge al mondo sublunare direttamente dal motore immobile. Questo infatti muoverà il cielo delle stelle fisse, ed il movimento si propagherà via via per i vari cieli intermedi.

Anche la conoscenza non è che un passaggio dalla potenza all’atto, dalle immagini dei sensi ai concetti. Ma l’intelletto materiale non può giungere ai concetti se non è illuminato dall’intelletto agente, il quale fa sì che « i concetti intelligibili in potenza passino in atto ». L’« intelletto materiale » illuminato dall’« intelletto agente » viene da Averroè chiamato « intelletto acquisito ». Per Averroè l’intelletto agente è sostanza separata unica per tutti gli uomini. Anche l’intelletto materiale non è individuale ma unico, e si diversifica nei vari individui solo perché sono particolari le immagini che riceve dai sensi. In questa dottrina è evidente la negazione dell’immortalità individuale, per affermare l’immortalità e la stabilità dell’intelletto e della scienza.

La filosofia di Averroè è per alcuni punti, quali ad esempio l’eternità del mondo e la negazione dell’immortalità dell’individuo, assai lontana dalla predicazione coranica. Come giungere ad una conciliazione? Averroè afferma che la predicazione del Corano ha una validità letterale per gli incolti, mentre la filosofia studia il senso nascosto di tale rivelazione. La ricerca filosofica deve rimanere strettamente riservata allo scienziato, in modo da non portare confusione ed eresie fra il popolo, ma deve avere uno sviluppo pieno e libero, rinunciando ad ogni compromesso con la religione popolare.

« Secondo i filosofi le religioni sono necessarie perché guidano verso la saggezza in una direzione comune a tutti gli esseri umani; laddove la filosofia dirige alla conoscenza della felicità solo un certo numero di persone intelligenti, che devono apprendere la saggezza, le religioni mirano all’istruzione delle masse in genere... Perciò fa parte integrante dell’eccellenza del sapiente il non disprezzare le dottrine religiose in cui è cresciuto, spiegarle nelle più lontane contrade, comprendere che queste dottrine valgono soprattutto per i loro aspetti universali, non per i particolari, e che, se esprime un dubbio circa i principi religiosi in cui è cresciuto, o li spiega in contrasto con i profeti, scostandosi dal loro cammino, il sapiente merita più d’ogni altro di vedersi applicare la qualifica di miscredente, ed è degno di pena per mancanza di fede nella religione in cui è cresciuto. »

Gli averroisti latini parleranno a questo proposito di « doppia verità », e manterranno un ossequio del tutto esteriore ai dogmi della religione, accanto alla costruzione di teorie filosofiche e scientifiche ormai del tutto razionalistiche.[...] "

Infine, mi sono pregiato di indicarvi alcuni siti dove è possibile saperne di più sulla presenza araba in Spagna.

- Per saperne di più cliccare sui seguenti links:

- Link HOMOLAICUS;

- Link MUSLIMHERITAGE;

- Link ZANICHELLI.

Credo di aver rappresentato con dovizia di notizie e fonti il fondamentale contributo dato dagli Arabi alla cultura mondiale e perciò all’Europa. Senza la loro meritoria azione di salvataggio dell’insieme della cultura pre-cristiana cosa sarebbe l’Europa di oggi? Pensiamoci un attimo prima di esarcerbare gli animi con futilità razziste.

CREDITS: La fotografia di copertina è tratta dal sito http://allah.org


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