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Se una notte d’estate un viaggiatore…

Bologna. Nella rovente estate italiana 2023, tra incendi e alluvioni, l’Arte resiste impavida e offre mostre, spettacoli, performance di grande valore.

di Alessandra Calanchi - sabato 29 luglio 2023 - 830 letture

(A Marc e Italo)

Nella rovente estate italiana 2023, tra incendi e alluvioni, l’Arte resiste impavida e offre mostre, spettacoli, performance di grande valore. Ma nell’ampia offerta del Bel Paese è probabile – a meno che non siate passati dai sotterranei della Stazione Centrale di Bologna dove transitano dell’AV – che vi sia sfuggita un’audio-installazione davvero unica e destinata a far parlare molto di sé. Innanzitutto, non sa di esserlo. Cioè, non è stata creata da artisti e non ha alcuna coscienza estetica di sé come oggetto artistico. Semplicemente, si offre senza veli alle orecchie dei viaggiatori, i quali nell’ascoltarla non vedono l’ora di andarsene e corrono il più velocemente possibile verso le pensiline.

L’installazione è collocata tra le scale mobili e i binari dell’alta velocità e consiste di un insieme di rumori (cigolii, stridii, sferragliamenti) variabili per durata e intensità, diversi per tonalità e timbro, ma genericamente molto, ma molto acuti. L’irregolarità li rende inattesi, e quindi ancor più spiacevoli. La gente rabbrividisce, si tappa le orecchie (ma poi pensa che magari si perde gli annunci delle partenze e quindi a malincuore abbassa le mani) e mugugna. Talora, bestemmia.

Che poco rispetto per l’arte! Questi viaggiatori – inconsapevoli, ignari del bello, vere e proprie capre direbbe qualcuno – non comprendono la poesia dello stridore, la potenza estatica del rumore, la meraviglia dello sfrigolio elettrico capace di generare pura adrenalina. Il rumore, questo relitto postfuturista figlio di una società industriale ai suoi ultimi spasimi, peto liberatorio del Capitale, ci fa sentire parte del Tutto: la stazione svanisce e siamo in un mondo Altro, in un rudere di Paradiso meccanico dove tutto cigola e sta per crollare, in un Altrove remoto fatto solo di stimoli sonori, in un’Atlantide del senso che annulla ogni precedente sforzo creativo – da Paganini che giustamente non ripete fino a John Cage che non suona proprio. Il silenzio rimane una voce fuori campo, un’utopia pregressa e preclusa alla società contemporanea, che non è liquida ma liquaminosa, che non è convergente ma incontinente, che non è fatta di non-luoghi ma di luoghi che ahimè purtroppo ci sono e nessuno riesce a cancellarli.

rumors

Ah, caro Marc Augé, solo tu, che chissà dove sei, puoi capire il mio sfogo e la mia amarezza. Perché nella tetra e anonima stazione dell’alta velocità di Bologna non c’è proprio nessuna audio-installazione. Ho voluto scherzare. Ci sono solo scale mobili rotte da mesi, che da mesi necessitano di manutenzione – una parola desueta e pericolosa – e il cui stridore si mescola a quello delle sedie del bar a cui mancano i feltrini (che servirebbero per non farle appunto stridere), e risuona come un memento mori, un ultimo conato di entropia umanitaria che vuole ostinatamente ricordare ai viaggiatori che un tempo lì non c’era un non-luogo grigio e anonimo, ma un molto-più-affascinante grande nulla di pietre e di vuoto, un sottoterra non meglio specificato ma palpitante di possibilità, mentre al piano di sopra, nella stazione vera, la gente lavorava e s’incontrava… partiva e si salutava con un bacio… e c’erano le sale d’aspetto, dove caddero bombe e tante persone rimasero uccise (e i loro assassini impuniti), e un piazzale dove c’era perfino un’edicola… nella quale chissà, tanti anni fa, magari ti accadde di comperare, insieme al giornale, un libro che si intitolava Se una notte d’inverno un viaggiatore…


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