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Se io fossi un epidemiologo

... nello stesso tempo non potrei essere un infettivologo, né un virologo, né un pneumologo, né un immunologo, né un microbiologo e viceversa. Le ragioni etimologiche che sottendono discipline diverse per me non sarebbero ovviabili.
di Gaetano Sgalambro - venerdì 22 gennaio 2021 - 538 letture

Innanzitutto preciso che se io fossi un epidemiologo nello stesso tempo non potrei essere un infettivologo, né un virologo, né un pneumologo, né un immunologo, né un microbiologo e viceversa. Le ragioni etimologiche che sottendono discipline diverse per me non sarebbero ovviabili. Né mi riconoscerei nei diversi (omonimi) colleghi imbucati entro le alte istituzioni sanitarie centrali o periferiche dello Stato e delle Regioni, i quali, da quando è esplosa in estremo oriente la pandemia del Coronavirus, non hanno dato alcun segnale di vita professionale. Tantoché In previsione del suo arrivo non si sono presi la briga di rispolverare il vecchio piano epidemico che dal 2006 ammuffiva in un cassetto.

Questa premessa didascalica serve a dirimere la confusione dei ruoli professionali che i nostri colti media hanno riconosciuto ai loro illustri ospiti, intervistandoli su qualsiasi aspetto pertinente la pandemia, sia clinico (di dovere), sia epidemiologico, sia di salute pubblica, sia di quant’altro; nonché a dissolvere l’obnubilamento della mente di gran parte del pubblico che ne è conseguito.

Illustri ospiti che, bisogna riconoscerlo, dall’alto della loro autorevolezza non si sono risparmiati a tali esposizioni. Sembra che stare in televisione sia bello comunque, anche se per rispondere a certe domande occorra travalicare i propri confini di competenza professionale. Forse perché nessuno nel paese ne sa di più e se ne può accorgere?

A questo punto, almeno per un giorno e a fine esemplificativo, da uomo comune fingo di essere un epidemiologo e mi appresto a delineare schematicamente quale sarebbe stato il mio approccio logico-strategico a fronte dell’ onda pandemica da SARS-COV.2, della quale a un certo punto vengo a sapere. Per spiegarlo mi appresto a riavvolgere di poco più di un anno il nastro del tempo e riparto dai fatti di cronica di metà dicembre 2019, quando:

- la televisione mi fa vedere Whuan, città cinese di undici milioni di cittadini e capoluogo della provincia dell’Hubei (sessanta milioni di abitanti), completamente deserta perché sottoposta a una quarantena generale, unico modo per contenere la diffusione di un’epidemia virale esplosa in modo massiccio, mentre tutta la provincia è stata isolata dal resto sano del paese;

- contemporaneamente si ha notizia che la stessa epidemia è esplosa nella Corea del Sud (però senza ricorrere a quarantene) e in misura minore nel Giappone (in pochi mesi risultano cointeressati oltre duecento milioni di persone di tre paesi diversi);

- da fonti scientifiche si sa che il virus responsabile è nato in Cina, che è stato battezzato SARS-COV2, per le sue parentele genetiche, che si trasmette facilmente da uomo a uomo attraverso le goccioline di Flugge (emesse dalla bocca parlando), che la malattia che genera è la Covid-19, e contro il quale nessuno dispone di antidoti farmacologici o immunitari.

Da questi eventi io traggo le seguenti informazioni che insieme sono patognomoniche di una pandemia virale: la facile trasmissione interumana per via aerea naso-buccale e l’alta densità abitativa della città di Whuan, più l’intempestivo intervento delle autorità pubbliche, hanno consentito la rapida diffusione del coronavirus in loco (al punto di dovere ricorrere al rimedio estremo della quarantena); la sua alta densità industriale, quale importante nodo del sistema economico-produttivo globalizzato, ne ha consentito parimenti la diffusione ai paesi in contatto d’affari, a partire da quelli prossimi.

Naturalmente mi chiedo: e noi, che abbiamo rapporti stretti con Whuan, a che distanza di tempo ci troviamo dall’arrivo della pandemia?

Per prevederne i tempi e valutare le dimensioni dell’atteso impatto sul nostro paese, vado a informarmi su quale sia stato il volume del traffico aereo passeggeri Whuan-Malpensa (Milano) negli ultimi tre mesi (comprensivi di multipli tempi d’incubazione e di percorso transnazionale del virus) e di che tipo. Il dato di risposta è oggettivamente allarmante: mediamente di cinquantamila passeggeri settimanali e costituito prevalentemente da soggetti dell’imprenditoria industriale, del commercio e dei servizi.

Il pensiero vola subito alle tre regioni più ricche d’Italia, Lombardia, Emilia Romagna e Veneto, le quali da tempo hanno stretti rapporti d’affari con la Cina. Calcolo i teorici tempi canonici d’incubazione e di diffusione del virus fino a noi, dai quali deduco che di fatto le tre regioni stanno ignorando di camminare sopra un barile di dinamite sul punto di esplodere: il virus è abbondantemente presente sul loro territorio, importato nei mesi precedenti dai nostri numerosi concittadini in ricchi affari con Whuan (altro che cercare il “paziente zero”!). E non è tutto. Nessuno sa di essere sguarnito di qualsiasi presidio sanitario di protezione individuale e dell’assenza di un piano strategico di prevenzione pandemica aggiornato (come già detto).

Mi rendo conto che dovrò affrontare il coronavirus in ritardo e a mani nude, non disponendoo di alcun mezzo sanitario di protezione individuale e/o collettiva, né di mezzi diagnostici, confidando per il momento solo nell’efficienza e nella tenuta del Sistema Sanitario Nazionale (SSN). Pertanto dovrò attuare due piani d’intervento: il primo con caratteri d’emergenza e a seguire il secondo specificatamente di prevenzione. Nel primo debbo fronteggiare1) sia l’emergenza dei fatti epidemici significativamente compiuti ma ancora misconosciuti, al fine di non incappare nelle rovinosa conseguenza qual è stata la quarantena2) di Whuan. Nello stesso tempo debbo organizzare una cabina di regia e gestione di un dinamico piano anti-pandemico.

Nel secondo dovrò mettere in atto misure di prevenzione3) che ci consentiranno di “convivere con il virus”: tenere sempre sotto controllo la diffusione del coronavirus pur mantenendo in esercizio tutte le attività sociali. La ratio del fine operativo del piano anti-pandemico si può declinare nella seguente più semplice versione: individuare, stando sulle loro tracce, i cittadini che hanno avuto contatti diretti o indiretti con Whuan, e avviarli al triage clinico, per evitare che si incrocino con gli altri sani nello svolgimento di tutte le attività sociali.

Allo scopo appaiono pregiudiziali due fattori: la disponibilità della rappresentazione su piattaforma digitale della geografia delle industrie, delle società dei servizi e del commercio del paese che hanno rapporti fisici (diretti e indiretti) con la Cina; degli intrecci del loro personale; dei loro mezzi e strade di collegamento abituali; del come e dove s’incrocino con quello degli altri settori indenni; la piena conoscenza di base delle capacità del SSN, in tutti i suoi settori.

Gli strumenti operativi elementari di cui dispone un epidemiologo sono due: il semplice “test diagnostico”, il cui impiego sapiente consente di tracciare il profilo articolato delle diverse zone di rischio del paese, entro le quali potere portare con precisione e rapidità i provvedimenti spot, ogni volta necessari; la sofisticata conoscenza delle più avanzate tecniche statistiche e dei loro modelli di applicazione, per l’appunto nell’uso ragionato dei tamponi, unita a una sufficiente conoscenza multidisciplinare delle varie attività lavorative coinvolte nella pandemia.

I suddetti strumenti dovranno essere usati in maniera molto flessibile per potere seguire un fenomeno biologico dinamico, qual è una pandemia, che a sua volta s’intreccia in dettaglio con i processi dinamici costituiti dalle varie attività lavorative, di cui si è appena detto.

Ciò fa si che il governo del paese debba avere un unico punto di riferimento, la cabina di regia anti-pandemica, che elabora in continuo dati significativi affluiti dalle cabine di regia satelliti, anch’esse rette dai maggiori esperti di settore. Quali ad esempio quelle relative al SSN o alle ricerche virologiche, microbiologiche e immunologiche o alla organizzazione del mondo del lavoro, ecc, ecc.

Note:

1)- In particolare i primi provvedimenti da assumere con urgenza sono:
- la chiusura delle frontiere di terra , mare ed aria ai soggetti provenienti dalla Cina, direttamente o indirettamente;
- l’isolamento delle suddette tre regioni a rischio di esplosione interna del contagio virale e di esondazione alle altre regioni, forse inizialmente già contagiate;
- allertare il SSN, a tutti i suoi livelli, che il supposto arrivo del SARS-COV.2 impone di differenziare nel corso dell’attività clinica la malattia influenzale stagionale dalla Covid-19;
- procurare urgentemente e a qualsiasi costo i tamponi diagnostici e gli strumenti individuali di protezione sanitaria, senza i quali non si può attuare alcun piano di prevenzione;
- organizzare la cabina di regia che controlla il complesso processo dinamico di un fenomeno biologico estremamente pervasivo, qual è per l’appunto la pandemia.

2)- La la quarantena è un rozzo rimedio da imporre solo per avere il tempo di riorganizzarsi meglio nella battaglia contro il virus. Essa sposta la diffusione del virus dalla strada, dove ha un elevato coefficiente di replica, all’ambiente familiare, a basso coefficiente. Ma non l’interrompe; paralizza le attività sociali (non vitali); quando si riaprono le porte di casa usciranno più infettati di quanti non ne fossero entrati (per l’aggiunta dei familiari).

3)- In particolare, i provvedimenti specifici del secondo piano, oltre a quelli generici di adottare “urbi et orbi” le mascherine chirurgiche, il distanziamento fisico e l’igiene delle mani, sono:
- mettere in tutela i cittadini indenni da qualsiasi contatto con la Cina delle tre regioni isolate, quali i carcerati, gli anziani raccolti nei RAS, gli alunni delle scuole di ogni ordine e grado e gli impiegati pubblici;
- procedere alla progressiva definizione dei diversi livelli di rischio delle varie regioni del paese, correlabili con il presuntivo contatto diretto o indiretto con cittadini in rapporto con Whuan.

La tutela dei suddetti soggetti consiste specificatamente nel monitorare con test diagnostici i parenti vicini a loro e il personale direttamente dedicato all’attività dei loro enti. Sotto monitoraggio prioritario va posto anche il personale sanitario e parasanitario delle strutture mediche. I monitoraggi sono condotti secondo opportuni modelli statistici.


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