San Nicolas

Tutto qui, in un punto imprecisato del niente, o meglio, a mezzo chilometro da un paese chiamato Itero del Castillio, anch’esso, un altro punto che sembra fatto a casaccio su una mappa.
di Antonio Cavallaro - giovedì 7 ottobre 2004 - 5509 letture

L’indomani mattina partiamo prestissimo, appena in tempo per l’alza bandiera. Il sole ne issa una nuova, di due colori: il verde della terra bagnata di rugiada e il grigio di nuvole cariche di pioggia. Ci sentiamo bene siamo belli e marcianti, in un’ora e mezza facciamo dieci chilometri. Ci tiriamo fuori dalla gola in cui si nasconde Hontanas, voliamo fino a Castrojeriz e qui, come fosse un allucinazione mesetica ci appare un negozio di articoli sportivi. Buon primo maggio, Luigi! A dire il vero il negozio non vende solo articoli sportivi, vende veramente di tutto e al prezzo di chi in queste terre isolate, sa di avere tutto quello che può servire, ma per Luigi che trova, prova e compra, finalmente un paio di scarpe della giusta misura che non gli lacerino il tallone, è una liberazione! Certo i suoi ormai vecchi scarponi nuovi da trekking erano costati parecchio e questi nuovi, dall’aspetto più leggero meno grintoso e più brutto, il negoziante non glieli ha proprio regalati. Ma quanto meno si è offerto di liberarlo dal fardello delle ormai vecchie scarpe, rendendosi disponibile a spedirgliele via posta a Santiago, sempre che Luigi gli avesse lasciato i soldi dei francobolli. E i francobolli anche se il negoziante li vende, non è che glieli regalino!

E così, dopo aver fatto un salto nell’albergue per un sello in più sulla credencial, riprendiamo la marcia tenendoci al tempo col suono stridente delle nuove scarpe di Luigi, almeno fino a quando, come spesso capita da queste parti, il mondo cambia colore, e dal verde terra bagnata di rugiada e grigio di nuvole cariche di pioggia, si passa a verde terra bagnata di rugiada e pioggia e il nero di nuvole che piangono pioggia manco fosse il loro tutto il dolore. E a quel punto accade che il passo si fa irregolare, incerto e poi via via più veloce e poi si fa deciso, deciso e veloce, di quella decisione e velocità che si impossessa di te, quando il mondo ti cade addosso e non hai dove ripararti. Il passo torna per tutti e tre ad essere uguale quando si ferma sotto un ponte. Apriamo gli zaini e cerchiamo di metterci addosso quanta più roba impermeabile possibile. Uhm…il buon umore e la spensieratezza li abbiamo persi quando correndo ci siamo infilati qua sotto. Sappiamo che la strada anche se fa sali e scendi da una meseta all’altra non offrirà nessun riparo. Un’altra cosa che farà la strada sarà fango, e dato come piove, farà molto fango.

Ci sentiamo bagnati fino alle ossa, siamo infangati e quasi fermi sotto questa pioggia, impieghiamo più di tre ore e mezzo per fare dieci chilometri. In più adesso, tutte le mesetas che incontriamo sembra che si debbano solo scalare e mai discendere. Poi quando finalmente troviamo una discesa, anziché sentirmi sollevato, rallento ancora di più, preoccupato di scivolare quando vedo Luigi fare un giro su se stesso. Da sopra vedo in fondo Alessandro, ruzzolare più che camminare, da qui, sembra che il fango gli arrivi alla vita. Le scarpe affondano nella strada, trascinandosene d’appresso un pezzo, ad ogni passo diventano pesantissime. Il fango ci salta addosso e poi c’è sempre il vento, vorticoso e freddo ci sbatte da tutte le parti, facendo arrivare la pioggia da qualsiasi direzione. Gli stessi enormi spazi che tanto mi avevano esaltato permettendo alla vista di correre fino a perdersi, mi uccidono, quando con lo sguardo, disperato, vado in cerca di un riparo. Salendo per l’ennesima meseta, ad un certo punto scorgiamo all’interno di una parete una nicchia, anche abbastanza grande, ma non così grande da poterci mettere interamente al riparo a causa delle statue di tre santi all’interno. Per starci tutti e tre e ripararci un poco, siamo costretti a stringerci, mettendoci ognuno con la faccia di fronte a quella di una statua, con le spalle e lo zaino fuori dalla nicchia a continuare a prendere acqua. Stretti, con le spalle ed il collo distrutti dal peso dello zaino e dall’enorme quantità d’acqua piovutaci addosso, non possiamo neanche girarci e così quando parliamo siamo costretti a rivolgerci alle statue. Guardo il santo e sento una voce:
- Che cazzo dobbiamo fare?
- E che cazzo possiamo fare? Andiamo avanti!

Andiamo avanti. Con il fango così alto, che ci facciamo strada con gli stinchi. Andiamo avanti. Non sappiamo più dove siamo. C’è così tanto fango che ci si può tuffarci dentro e nuotare. La nave è naufragata in un mare di fango. Andiamo avanti, dobbiamo pur arrivare da qualche parte. Sopra una collina incontriamo un albero, " non serve a niente" penso. Quando l’affianchiamo ne scorgiamo degli altri e più in basso qualcosa che ha pareti ma soprattutto un tetto. "Sarà una stalla" dice Luigi, ma più ci avviciniamo e più diventa grande per essere una stalla. Alessandro arriva per primo, ma si ferma sotto una prima tettoia. C’è una porta, è aperta e da dentro provengono delle voci. La situazione è delicata: è un grande caseggiato ma non abbiamo idea di cosa sia questo posto, dobbiamo per forza entrare per lo meno per toglierci qualche minuto dall’acqua, la gente può essere anche strana e poco cordiale da queste parti, San bol insegna. Davanti alla porta ci si para davanti un uomo sulla trentina. Luigi saluta e chiede in spagnolo se il posto è un rifugio. Sentendosi rispondere di si chiede in maniera imbarazzata se c’è un sello, utile stupida scusa per entrare. L’uomo si rivolge e riferisce a qualcuno che non vediamo, che gli risponde: "si, si… ma falli entrare!"
- Italiano?
- Italiani?

Mi basta poco per capire dove siamo finiti. Ho sentito parlare o meglio ho letto di questo posto. Questa è l’ermita di San Nicolas di proprietà della Confraternita italiana di San Giacomo. L’associazione a sede a Perugia ed è stata fondata negli anni ’80, rinnovando i fasti di una ormai scomparsa confraternita compostellana esistente in città fin dal Trecento. Lo scopo e quello di promuovere il culto del Cammino di Santiago nonché fornire assistenza ai pellegrini che dall’Italia vogliono muoversi verso la Spagna. La Confraternita possiede ed amministra l’ermita di San Nicolas costruita nel XII secolo e che un’opera di restauro ha riportato alla sua antica bellezza, ricostruendola filologicamente senza energia elettrica ed acqua corrente. Ad accoglierci è Lino, con lui c’è il suo amico Ricardo mentre l’uomo che ci è venuto incontro sulla porta è uno spagnolo e si chiama Ruben. Li dentro è così pulito che trascinandomi dentro tutto infangato provo vergogna, a disagio mi muovo come se fossi di legno. Facciamo veramente schifo, ogni volta che mi muovo perdo dei pezzi di fango da qualunque parte. Gli raccontiamo cosa abbiamo passato, Lino ci rassicura e ci dice di non preoccuparci: "qui ogni volta che piove, continua lui, in questo periodo dell’anno è sempre così! Siete stati sfortunati a beccare questo temporale e proprio in questo tratto, che quando piove è il peggiore… adesso mangiamo qualcosa, poi stasera vediamo di combinare una bella pasta asciutta! Però non ho pane perché il ragazzo non è passato e non credo…!" Il pane l’offriamo noi e questo ci toglie anche dall’imbarazzo di fare complimenti.

L’ermita è costruita in pietra il soffitto è in legno. La luce filtra per mezzo di finestre ritagliate dalla pietra e presenti su ogni parete, al centro c’è un’enorme tavolo, una tenda nasconde e separa i fornelli e la cucina regalandogli un proprio ambiente. Tre scalini in pietra conducono ad un altare sito sotto una arcata anch’essa in pietra sorretta ai lati da due colonne, sopra l’altare c’è un crocifisso in legno. Dall’altra parte ci sono dei letti a castello, vicino, una scala in legno conduce ad un soppalco sempre in legno, con altri letti. Nel rispetto di una costruzione vecchia di secoli si è riusciti a trovare un giusto equilibrio col moderno, che trova abbondantemente spazio qualche metro più in la uscendo dalla porta e facendo il giro dell’ermita, dove in una struttura prefabbricata oltre la dispensa, ci sono bagni e docce con acqua sempre calda. C’è anche un pozzo, da dove è possibile raccogliere acqua potabile. Tutto qui, in un punto imprecisato del niente, o meglio, a mezzo chilometro da un paese chiamato Itero del Castillio, anch’esso, un altro punto che sembra fatto a casaccio su una mappa. Siamo in cinque a sederci a tavola, Ruben è tornato in paese. Siamo stati fortunati il rifugio ha aperto proprio oggi per la nuova stagione, siamo i suoi primi ospiti. Lino ogni anno viene qui per aprire il rifugio, rimane solo per i primi dieci giorni e poi fa rientro in Italia, salvo poi tornare in ottobre per la chiusura. Fa l’antiquario, ha un negozio a Torino, dai discorsi che ci fa capiamo che qui si possono concludere "ottimi" affari per uno che fa il suo mestiere. Si sobbarca due volte all’anno un viaggio di andata e ritorno dall’Italia col furgone. Ricardo "con una c" è un amico di Lino, non appartiene alla Confraternita, è anche lui di Torino, dove fa il taxista. E’ venuto a trovare Lino, ieri ha provato ad arrivare qui camminando, tra l’altro ha pure conosciuto Maurizio, ma poi si è reso conto di non potercela fare ed ha telefonato a Lino, che è corso a prenderlo.

Così per noi, il mondo oggi cambia un’altra volta, non più sotto il cielo ma sotto un soffitto di legno. Il pranzo, caldo, dopo tutta l’acqua e il fango di oggi, nel suo essere pastina in brodo, morchilla ed insalata assume una connotazione pantagruelica, una benedizione! Fuori intanto a smesso di piovere. Quando Lino tira fuori la caffettiera centri mnemonici adibiti ai ricordi si attivano e si è vicini alla commozione, c’è anche un principio di applauso. Il pranzo fila via così, nella quiete di San Nicolas, con Lino che ci svela fra una chiacchiera e l’altra alcuni di quei particolari che fanno il mito del Cammino, a cominciare dalle finestre di San Nicolas che, costruite in modo da catturare quanta più luce del giorno fino al tramonto, come le finestre di tutte le chiese presenti lungo la via lattea sono state realizzate con una impercettibile asimmetria in modo che siano sempre rivolte verso la città di Santiago. Così come in tutti i crocifissi di queste chiese, la testa di Cristo si volge verso la città santa. Ci racconta anche di come in realtà San Nicolas si trovi in mezzo a quello che si può considerare un cimitero, tombe su tombe: "li sotto", e col dito indica verso l’altare, "ne hanno trovate tre e a decine nella terra sottostante i campi qui attorno, secoli fa migliaia di persone passavano da qui diretti a Santiago arrivando in ogni tipo di condizione, non tutti se ne andavano". Lino ci spiega che questo viene considerato un punto molto importante del Cammino: "passati il ponte a qualche metro da qui che attraversa il rio Pisuerga, si conclude la fase iniziatica del Cammino, comincia allora la fase della morte iniziatica che si conclude giungendo ad Astorga con l’ingresso nella fase detta dell’elevazione, o almeno così si dice" chiosa lui. Fra un discorso e l’altro prende anche tranquillamente in giro Alessandro per una sua vecchia storia che è venuta fuori, compito gradito a tutti. Fisso il momento, scatto una fotografia: ci siamo noi tre Lino, Riccardo e al centro due fiaschi di vino vuoti.


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