San Juan de Ortega

San Juan è una comunità rifugiata fra questi boschi, i cui tratti schivi e solitari si riflettono sui caratteri di quella dozzina di persone che ne fanno parte. E’ un unico complesso architettonico con una chiesa romanica, e ricavati da un’ala del monastero: un rifugio ed un piccolo bar-ristorante; poi c’è solo qualche sparuta casa, tanto vuote fuori quanto lo devono essere dentro. Se non fosse per i pellegrini che decidono di fermarsi per la notte, ci sarebbero più cani che persone.

di Antonio Cavallaro - mercoledì 8 settembre 2004 - 6612 letture

San Juan de Ortega

E’ scalando i Montes de Oca che si entra in Castiglia, un altro giorno di marcia un altro cambio di paesaggio. Quassù il vento freddo batte questi verdi boschi, come prigioniero in un labirinto corre di albero in albero facendosi strada col suo fischio, scuote i rami sfogli e solleva le foglie morte per poi smarrirsi nelle strade che attraversano i monti. Queste strade sono l’unica concessione al sole, il calore della luce non filtra lo stretto abbraccio con cui gli alberi paiono trattenersi fra loro. Di tanto in tanto la strada incontra un’altra strada creando un incrocio. Nastri gialli legati ai rami degli alberi, tracce di vernice dello stesso colore sui rami o su qualche pietra o dei mucchietti di pietre lasciate dai pellegrini in passaggio, indicano la strada che mi interessa. Mi muovo con lentezza a causa del fastidio procuratomi dalla vescica, ma non mi dispiace d’esser rimasto solo in questa solitudine, anzi, mi fermo per cancellare dalla vista quell’ultimo puntino colorato di fronte a me che è Luigi. Adesso non c’è nessuno davanti e dietro di me, c’è solo la strada di terra battuta e gli alberi padroni di questi monti, che sembrano scuotersi solo al mio passaggio. La via che percorro va sempre dritta e pare non finire mai, ad un certo punto diventa anche larghissima per fungere da sparti-fuoco in caso d’incendio, in alcuni tratti il rumore prodotto dalle automobili sull’autostrada che costeggia i monti, risale fino a quassù, rompendo il silenzio. Non lo capisco subito e la prima volta sentendo il rumore di una camion, istintivamente mi spingo verso il ciglio della strada attendendolo passare, ma non c’è niente. Come fantasmi per questi monti solitari. Su una altura, prima che la strada si getti in una gola attraversata da un torrente, incontro un monumento che ricorda la guerra civile. E’ una sorta di parallelepipedo irregolare sopra una base di cemento, c’è una colomba in metallo, una lapide e in ognuno dei quattro lati una targa col numero 1936, qualche metro più in là una croce nera conficcata nel terreno porta la scritta "riposate in pace".

Nel pomeriggio dopo aver camminato a lungo, il paesaggio comincia ad aprirsi, lo sguardo può ampliarsi e diventato più grande e curioso scova S. Juan de Ortega. S. Juan è una comunità rifugiata fra questi boschi, i cui tratti schivi e solitari si riflettono sui caratteri di quella dozzina di persone che ne fanno parte. E’ un unico complesso architettonico con una chiesa romanica, e ricavati da un’ala del monastero: un rifugio ed un piccolo bar-ristorante; poi c’è solo qualche sparuta casa, tanto vuote fuori quanto lo devono essere dentro. Se non fosse per i pellegrini che decidono di fermarsi per la notte, ci sarebbero più cani che persone. E’ un luogo suggestivo però, la luce del sole mette a nudo impietosamente la vecchiaia delle costruzioni e l’abbandono in cui versa il monastero, ma non ne tradisce il fascino. Deve il suo nome al Santo che si ritirò da queste parti per aiutare i pellegrini nel difficile transito per questi monti. Morendo S. Juan venne seppellito nella cappella romanica da lui stesso costruita. Nel XV secolo, Isabella la Cattolica in pellegrinaggio in questo luogo in virtù delle miracolose proprietà contro la sterilità attribuite al Santo, dovette restare piacevolmente impressionata e fece in modo che la piccola cappella venisse ingrandita ed arricchita facendola divenire quella meraviglia che è oggi, resa imponente dal marmo bianco finemente lavorato, ed impreziosita dall’unico capitello romanico rimasto raffigurante l’Annunciazione, su cui ogni anno, nei giorni dell’equinozio, si posa un raggio di luce proveniente da una piccola cavità orientata a meridione, realizzando così quello che viene chiamato il miracolo della luce.

Ritrovo Alessandro e Luigi, mi hanno aspettato affinché decidessimo insieme cosa fare. Ma c’è poco da decidere, tutti e tre abbiamo voglia di fermarci così chiediamo se c’è disponibilità di alloggio. Le due hospitalere ci rispondono che di posto ce n’è, sono due sorelle sulla sessantina, sono di queste parti e quando chiedo loro da quanto tempo si occupano del rifugio, una delle due prova a rispondermi, ma non dice niente, rimane in silenzio. Poi si volta e mi dice senza alcun tono retorico, che non se lo ricorda più da quanto tempo si occupa del rifugio. Non se lo ricorda più. La sera ad aspettare che i pellegrini arrivino, la mattina ad aspettare che partano. In mezzo il tempo scorre a preparare zuppe, pulire e riordinare, oppure scorre fra questi souvenir e queste magliette con una freccia stampata sopra che indica una direzione, e a cui il tempo non può fare nulla se non sfiorarli, chiusi a chiave come sono nella loro vetrina. Il rifugio è costituito da tre enormi camere. Sono contigue l’una all’altra divise soltanto da porte di legno che cigolano ogni volta che vengono aperte, per poi chiudersi con un botto. I bagni si trovano dopo l’ultima camera cosicché lì dentro è un continuo stridente cigolio e sbattere di porte. L’acqua è fredda, i materassi puzzano.

Togliendomi gli scarponi e le calze, osservo i miei piedi, al destro sembra che ci sia appiccicato sul tallone un altro tallone. Credo che ormai sia il momento di bucare la vescica. Mi rivolgo a Luigi che fin dal primo giorno in cui è spuntata si è sempre detto disponibile a farlo, lui prepara un ago, dell’acqua ossigenata e la forbice del coltellino svizzero. Fa più schifo che male.

Il telefono pubblico fuori l’albergue non funziona e così l’unica cosa da fare è osservare i cani che ci girano intorno ed uno in particolare. Ha la rabbia, ma è ad uno stadio soltanto iniziale. Sta tranquillo come tutti gli altri ma in certi momenti assume delle espressioni feroci, i tratti del viso si tendono e i denti producono un rumore impressionante, spinge tutti e due gli occhi verso sinistra e nel farlo ci mette una gran forza che sembrano che gli possano esplodere. Ad un certo punto alcuni pellegrini si radunano davanti alla chiesa. Si presentano e stringono la mano a Don José Maria parroco di San Juan, che è apparso come dal nulla. Alcuni gli chiedono una benedizione che Don José è ben felice d’elargire davanti all’altare della chiesa, facendo mettere i pellegrini in semicerchio. Per il resto non sembra molto espansivo, risponde alle domande che gli vengono rivolte con poche parole con qualche gesto ma anche con molti silenzi. Ci raduna tutti e ci invita a consumare una zuppa d’aglio. E’ una tradizione di cui avevamo letto, l’ospitalità è di rigore qui. Ogni giorno viene preparata della zuppa all’aglio, che viene offerta a tutti i pellegrini, così come del latte caldo la mattina seguente, pagandosi solo con la generosità di chi è stato qui.

Ci accomodiamo in una grande stanza da pranzo con degli enormi tavoli, ci sediamo l’uno di fronte all’altro. Il parroco ora appare più sereno e scambia anche qualche battuta di scherzo. Due pellegrine s’attardano insieme ad una delle ospitalere per portare la pentola con dentro la zuppa e delle vecchie ciotole. Don José si mette a capotavola ma non si siede, riempie le ciotole mettendole su un vassoio che viene fatto scorrere per il tavolo, dal cassetto di una credenza vengono tirati fuori i cucchiai. Dopo che ognuno ha avuto la sua ciotola e il suo cucchiaio, smette di scherzare e si fa serio:
- "Il pellegrino è il futuro del mondo dal punto di vista sociale e politico, specialmente in un periodo come quello che oggi sta vivendo il mondo. L’anno scorso sono passati da qui circa tredicimila pellegrini di quaranta nazionalità diverse". Poi camminando lungo il tavolo ed indicandoci con il dito chiede a ciascuno di noi da dove proveniamo. - "I pellegrini sono compagneros, hanno interessi comuni. Seduti a questa tavola ci sono adesso uomini e donne di sei nazionalità diverse, ci sono state tavolate anche con persone di quindici nazionalità tutte diverse, è importante in questo momento. Anziché allontanarsi, camminando insieme verso una meta, gli uomini si avvicinano fra loro. E’ in questo spirito d’unità che risiede la forza più grande del Cammino".

Prima di cominciare a mangiare la zuppa, Don José si fa il segno della croce che tutti ripetono, anch’io pur non essendo credente faccio il gesto della croce. Poi il parroco comincia a defilarsi e così come era apparso improvvisamente, altrettanto sparisce, senza dirci più niente senza portegli chiedere più niente. Non si farà più vedere. Restiamo lì noi pellegrini, a scambiarci sorrisi e cortesie che durano giusto il tempo di una zuppa o di un bis per i più propensi.

Passiamo il resto del pomeriggio al bar-ristorante a bere birra e fumare sigarette che compriamo dal proprietario. E’ seduto tutto il tempo dietro al bancone con il palmo della mano sinistra a sorreggergli il mento, muto osserva i clienti, ha degli occhiali scuri ed un cappellino con visiera e sembra insofferente. A chi entrando chiede se ci sono sigarette, l’unica cosa che dice è: "Luchy", e tira fuori il pacchetto da un cassetto di legno, poi solleva la mano destra e con movimenti lenti delle dita indica il prezzo. Luchy è l’unica parola che dice fino all’ora di cena, quando comincia a rimproverare ed insultare il ragazzo grasso che serve ai tavoli, lo fa solo fino a quando a tutti non viene servito un piatto, poi torna al suo silenzio e ad osservare noi clienti mangiare senza scomporsi neanche un momento. Chissà se mai arrivato a detestare qualcuno.


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