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Salvatore Borsellino agli studenti: "Continuate voi il sogno di Paolo"

Emozionante incontro con Salvatore Borsellino per gli studenti del liceo artistico Renato Cottini di Torino.

di francoplat - giovedì 25 novembre 2021 - 447 letture

È mercoledì 24 novembre. Poco dopo le otto del mattino, Salvatore Borsellino compare, puntuale, davanti alla web-cam. Lo attendono alcuni membri del movimento delle Agende rosse torinesi, qualche insegnante e un centinaio di studenti del liceo artistico statale “Renato Cottini” di Torino, poche classi sistemate nell’aula magna e altre in collegamento Meet nelle rispettive aule. Non è la prima volta che parla all’uditorio del liceo. Qualche anno fa, prima della pandemia, aveva raccontato dal vivo a un pubblico via via sempre più scosso dalle sue parole la storia insanguinata della nostra Repubblica. Lo aveva fatto sulla scorta di una lucida rabbia, a cui si può dare il nome di indignazione, che aveva sorretto il discorso, consentendogli di agganciare emotivamente il pubblico senza far perdere agli uditori il pungolo critico e razionale. Ero presente a quell’incontro. Mercoledì, Salvatore, lo si chiama così con una confidenza piena di rispetto, non appare più quello di tre anni fa. La rabbia, all’intendimento di chi osserva, sembra aver lasciato spazio a un sentimento meno graffiante, più dolente di amarezza. Durante il suo ultimo intervento, l’ospite non ha perso affatto, però, quello straordinario armamentario retorico che è parte suggestiva della sua capacità di comunicare: la vis polemica, il tono satirico, quello indignato, l’accento carico di pathos, la nota dolente, la critica lucida e graffiante. Salvatore racconta Paolo, non il magistrato, precisa, ma l’uomo. E lo racconta a partire dal sentimento più umano e diffuso: il coraggio dietro il quale si cela la paura, perché ci sono “giochi” nei quali si rischia la vita. Paolo è consapevole, dopo aver sorretto tra le braccia Giovanni Falcone morente in ospedale, che dovrà morire a sua volta. Falcone, aggiunge Salvatore, è il fratello di Paolo: perché vedete, spiega alla sala, io sono il fratello biologico, ma Giovanni era suo fratello perché con Paolo condivideva gli stessi sogni, gli stessi obiettivi. E i due magistrati trucidati nel ’92 avevano una complicità di lungo corso, sin da quando, bambini, muovevano i loro passi nella vita fianco a fianco con futuri mafiosi, nel rione della Kalsa, con giovani la cui appartenenza alle famiglie mafiose segnò per sempre il loro destino, lo vincolò a una vita criminale.

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Gli studenti del liceo artistico Renato Cottini di Torino

Anche i due fratelli di sogni hanno un destino comune, quello di saltare in aria in due stragi compiute non soltanto dalla mafia, ma grazie alla complicità di pezzi deviati dello Stato, aggiunge; una storia lontana, precisa il relatore, databile almeno al 1947, alla strage di Portella della Ginestra, una storia macchiata di eccidi, spesso non spiegati a scuola, e di cui ancora, pur conoscendo in qualche caso gli esecutori, non si conoscono i mandanti. Ma l’orrore di via d’Amelio era un avvenimento di cui Paolo aveva certezza. Per questo Salvatore evoca il coraggio del fratello, per questa consapevolezza carica del senso ineluttabile della propria fine. E cerca di spiegare questo coraggio, prova a dargli una tinta: lo fa citando una frase nota del magistrato, “Palermo non mi piaceva, per questo ho imparato ad amarla. Perché il vero amore consiste nell’amare ciò che non ci piace per poterlo cambiare”.

Paolo non scappò, non voleva farlo; era un uomo di fede, «morendo, poteva salvare l’umanità». Così, Salvatore rilegge il sacrificio del fratello, di un uomo che aveva conosciuto con Falcone, dopo i primi successi giudiziari, gli attacchi pesanti di chi aveva qualcosa da perdere nel lavoro investigativo del pool antimafia. Perché il pool aveva incrinato una certa lettura folkloristica della mafia, quella che ne negava l’esistenza a partire dagli stessi alti prelati – e cita il nome del cardinale Ruffini per il quale, a domanda diretta, la mafia poteva essere una marca di detersivo –, grazie anche alla testimonianza preziosa di Tommaso Buscetta.

In un racconto rapsodico e impressionistico, Salvatore allarga il quadro alla Sicilia, quella depauperata da Cosa nostra. La città della Conca d’oro, tra monti e mare, la città di un giardino di straordinaria bellezza, colorato delle tinte dorate degli agrumi, era stata avvilita dalla violenza mafiosa, che l’aveva cementificata. Sulla scorta delle parole di Peppino Impastato, Salvatore materializza davanti agli occhi degli astanti la metamorfosi di un paesaggio naturale sconvolto dall’avidità umana, che trova in Vito Ciancimino, sindaco della città, un volto e una mano pronta a firmare centinaia di licenze edilizie in una sola notte.

È in questa città che i mafiosi hanno imposto un contro-Stato, che rappresentano un’alternativa allo Stato in termini di erogazione di servizi, in cui «per far valere i tuoi diritti devi chiedere dei favori». Da questo luogo, a differenza di Paolo, Salvatore si allontana; per un ingegnere, spiega, non c’erano possibilità reali di lavoro. Non lo dice, ma il sottotesto è il seguente: a meno di non voler chiedere dei favori. Nel ’69 lascia Palermo. Ma il suo allontanamento dal cancro mafioso è più apparente che reale. Perché la malapianta mafiosa, nata nel Sud e mai veramente combattuta dai governi che si sono succeduti in Italia dalla Seconda guerra mondiale in poi, dice, si è espansa, si è ramificata, gradualmente ha raggiunto il Settentrione, cambiando, però, volto. La ‘ndrangheta, ragiona con il pubblico Salvatore, è presente in ogni regione italiana, ma non ha la faccia brutta dei morti ammazzati che lui ha visto, a centinaia, da ragazzo a Palermo. I mafiosi si sono truccati da persone perbene: cercano contatti con gli amministratori locali, si preoccupano di riciclare legalmente i soldi sporchi, entrano nelle gare d’appalto senza bombe. Ma, ammonisce, per quanto non si vedano lenzuola bianche per le strade, sotto le quali giace un morto ammazzato, gli effetti devastanti dell’inquinamento mafioso dell’economia legale si vedranno più avanti. Guarda idealmente in faccia gli studenti, ai quali, in più occasioni, dice mancargli la loro fisicità, l’incontro diretto, la loro tensione, i loro umori: «voi avete un compito difficile davanti a voi, quello di distinguere tra ciò che è mafia e ciò che non lo è». Perché i mafiosi vivono tra noi e ci somigliano.

Torna al ’92, dopo un breve silenzio. Fu la madre a dargli conferma della morte di Paolo. Lui era lontano, ma ricostruì la scena grazie alle parole di alcuni testimoni corsi sul posto. Salvatore racconta l’orrore nei suoi particolari più raccapriccianti. Fu Luciano Traina, fratello di Claudio ossia uno dei membri della scorta, a dirgli di aver rinvenuto una scarpa del fratello sotto una macchina; la scarpa con dentro il piede del congiunto. Antonio Vullo, che si salvò perché stava facendo manovra con l’auto mentre l’esplosivo faceva saltare i suoi colleghi e il magistrato, narrò di essere sceso dal mezzo e di aver sentito il cemento bagnato sotto i piedi, bagnato dal sangue colato a secchi lungo l’asfalto. Oggi, a distanza di anni, Vullo fatica ancora a scendere dal letto, al ricordo dell’impatto con i piedi con quel terreno umido in estate. Un pezzo di Emanuela Loi era sul portone di via d’Amelio. Un pezzo, spiega Salvatore, perché il resto era stato scaraventato lontano centinaia di metri. Di suo fratello resta il ricordo fornitogli dalla figlia di Paolo, Lucia, che lo prese tra le braccia e che vide un sorriso sotto il volto annerito del magistrato. Forse, aggiunge l’ospite, ognuno vede ciò che vuole vedere, forse effettivamente Paolo sorrideva.

Di fatto, ucciderlo fu uno sbaglio, afferma, perché i suoi “pezzi” vivono ancora. In questi trent’anni, racconta Salvatore, abbiamo fatto nostro il monito di nostra madre, quello cioè di andare in giro a mantenere vivo il sogno di Paolo. Non sono stati anni facili, precisa, ci sono stati cinque processi, nel corso dei quali si è assistito a diversi depistaggi, depistaggi di Stato. Cita il caso Scarantino, il balordo a cui qualcuno ha chiesto di addebitarsi la colpa della strage, quella di aver portato la 126 carica di esplosivo sotto casa della mamma di Borsellino. Non gliel’ha solo chiesto, aggiunge, lo ha torturato perché un uomo privo di cultura e di capacità operative si accollasse quella colpa. Chi lo educato a quella testimonianza, fornendogli indicazioni su aspetti ignoti a tutti, tranne che agli ideatori della strage?

È il momento dei dubbi su quella vicenda. Perché via d’Amelio era piena di auto tanto da rendere impossibile la “bonifica” della zona da parte delle forze dell’ordine che stavano arrivando con il magistrato? Che fine ha fatto l’agenda rossa di Paolo? I dubbi sono giudiziari. Salvatore, in termini di analisi di quel dramma, non ne ha: Paolo è stato ucciso per via della trattativa dello Stato con la mafia. Ed è questo ciò che graffia e rende più amaro il discorso del testimone al Cottini: a trent’anni di distanza dalla morte del magistrato, non c’è verità né giustizia, afferma, anzi, ci si è allontanati dalla verità. Si riferisce, e lo spiega agli studenti, alla recente sentenza della Corte d’Assise di Palermo (settembre 2021) con la quale si cancellano le responsabilità dei funzionari dello Stato – Mori, Subranni e De Donno – perché il “fatto non costituisce reato”. Salvatore si ferma: non perché il fatto non sia stato commesso, il fatto è stato commesso, ossia un rapporto tra componenti mafiose e rappresentanti dello Stato è comprovato, ma per la nostra giurisprudenza ciò non costituisce un reato.

«Adesso so anche io che non riuscirò ad avere giustizia». Così sentenzia, amaramente, Salvatore, riscuotendosi subito, però, scuotendo la platea, invitando gli studenti a portare avanti loro il sogno di suo fratello. Non è facile, commenta, perché le stesse persone che infiocchettano paroloni sulla fedeltà di Giovanni Falcone e di Paolo Borsellino alle istituzioni sono quelle che stanno, pezzo per pezzo, smontando il loro lavoro e il loro contributo. Ne sono dimostrazione gli attacchi al carcere duro, all’ergastolo ostativo, così come la stessa ipotesi di riforma della giustizia sembra voler cancellare decenni di acquisizioni fondamentali per il contrasto alle mafie. Cita il caso Brusca: è un pluriomicida, mi ripugna pensare fuori dal carcere un uomo che ha ucciso in quel modo un bambino, ma ha collaborato con la giustizia e la legge prevede, per questo, uno sconto di pena. Il fatto è che coloro i quali hanno tuonato compulsivamente contro quella scarcerazione, con toni così accesi, stanno chiedendo che venga abolito l’ergastolo ostativo, consentendo a un uomo come Graviano di salutare la giustizia senza aver offerto la minima volontà di collaborare e un qualche pentimento.

È un Borsellino provato quello che conclude e che si presta alle domande degli studenti. La platea è emotivamente toccata da un uomo forse scorato, ma combattivo ancora e ancora speranzoso, almeno in chi gli sta davanti e lo interroga con un fuoco di fila di domande. «Come vede Palermo a tanti anni di distanza dalla strage?»: è una città in parte cambiata, nei giovani soprattutto, non in alcuni gruppi di adulti rimasti complici delle mafie. «Cosa ne pensa dell’antimafia?»: una certa antimafia mi crea disagio e mi disturba, dice, perché ci sono persone che hanno usato la legalità per perpetuare il proprio potere. «Si sente libero?». Sì, risponde Salvatore dopo aver chiesto alla studentessa di precisare cosa intendesse con libero. Mi sento libero di esprimere la mia opinione, al punto da aver attaccato un presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, per aver consentito la distruzione di intercettazioni telefoniche, garantendo, in tal modo, l’impunità a un imputato in un processo (Nicola Mancino, n.d.R.). «Cosa direbbe a Giovanni e a Paolo se potesse parlare con loro oggi?». Avrei difficoltà a dire ai due fratelli di sogni che stanno cercando di distruggere i loro sogni.

Le domande degli studenti continuano. Un applauso prima timido, poi robusto e partecipato saluta Salvatore, che promette di tornare a parlare con questo uditorio giovane, a cui giova un testimone così forte di una storia repubblicana che i manuali, prima o poi, dovranno imparare a correggere. Per non perpetuare stancamente una storia che sta stretta alla verità e alla giustizia.


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