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Sacre-stie. Il teatro di denuncia di Vincenzo Pirrotta



domenica 5 febbraio 2012, di Giulia Guerrini - 118 letture

Il Teatro Stabile di Catania sceglie quest’anno di aprire la rassegna di teatro contemporaneo Te.St con il teatro sperimentale e di denuncia di Vincenzo Pirrotta, noto cuntista palermitano della scuola di Mimmo Cuticchio, negli ultimi anni alle prese con temi sociali raccontati con uno stile del tutto riconoscibile. Tre spettacoli diversi ma uniti nel raccontare le spiccate contraddizioni dei luoghi dell’anima e della città, le mille zone d’ombra della società che si fa maschera, la convenzione che si fa omertà.

Ad aprire la rassegna -ospitata quest’anno nel bellissimo spazio di Scenario Pubblico- è Sacre-Stie, feroce attacco alla pedofilia negli ambienti ecclesiastici e al silenzio che troppo spesso la avvolge. Un crocifisso dipinto che cala dal soffitto illuminato da luce rossa; uno scranno di marmo; una panca, anch’essa di pesante marmo immacolato. Pochi elementi compongono la scena, solenni, severi, essenziali eppure tanto eloquenti. Siamo nelle stanze private di un cardinale ed è in questo spazio che il privato, l’intimo, il segreto si fa drammaticamente pubblico e la memoria si fa presente. E molto più che presente, viva.

Vittima in tenera età di molestie sessuali da parte dell’allora giovane cardinale, un prete medita per tutta la vita la sua vendetta: il suo ingresso sulla scena, armato di pistola, è l’inizio del dramma e della sua personale catarsi. In un lungo flashback, la vicenda prende forma davanti allo spettatore con immagini vivide, evocate da vittima e carnefice in un continuo sovrapporsi di passato e presente. Modellata dai tratti più personali del Pirrotta regista e drammaturgo, la vicenda cresce di intensitá in un climax che non concede tregua, al punto da lasciar sfuggire alle labbra di uno spettatore, una volta riaccese le luci, un sollevato “siamo sopravvissuti”. Sfacciato, irruento, esplicito fino all’eccesso, Pirrotta non teme di gettare in faccia allo spettatore quello che probabilmente nessuno mai vorrebbe vedere, come a volerne svegliare le viscere, prima ancora che la ragione.

Eppure a fine spettacolo un dubbio rimane, e riguarda la sottilezza del non detto, in questo caso del tutto inesplorata. È chiaro, il teatro di Pirrotta non vuole alludere, ma incidere; e nonostante questo certe soluzioni drammaturgiche lasciano un velo di perplessitá e, in certi casi, sembrano addirittura strizzare l’occhio all’ingenuitá. Proprio quando l’azione è giá al massimo dell’intensitá e non sarebbe necessario aggiungere altro, ecco che il regista rimane impigliato nella tela del linguaggio didascalico e delle soluzioni facili, abbassando per un attimo una frequenza fino ad allora cosí alta. Senza dubbio degni di nota gli attori, in particolare un ottimo Filippo Luna nel ruolo del cardinale messo alla berlina e un bravissimo Alessandro Romano nei panni del prete in cerca di vendetta.

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