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SPECIAL ARMENIAN GENOCIDE: Il genocidio armeno

Nota a cura dell’Unione Armeni d’Italia
di Emanuele G. - sabato 2 maggio 2015 - 1342 letture

Il genocidio

A poca distanza dall’Europa esiste una zona di montagne e altipiani tra le più incontaminate e meno battute del pianeta: si tratta della parte orientale della penisola anatolica, il territorio dell’Armenia storica. Una denominazione che oggi apparirebbe misteriosa al viaggiatore che vi si avventurasse senza un libro di storia; non solo non è più abitata da armeni: ne sono stati cancellati anche i segni.

Ecco di seguito la densità di popolazione (fonte wikipedia) in otto province orientali della Turchia, a ridosso dei confini con l’Armenia:

Province - Superficie (Km2) - Numero di abitanti - Densità (ab./Km2)

Ardahan - 5.700 - 100.000 - 19

Kars - 9.650 - 300.000 - 31

Iğdır - 3.650 - 180.000 - 50

Ağrı - 11.000 - 540.000 - 48

Van - 19.000 - 1.000.000 - 54

Erzurum - 25.000 - 780.000 - 31

Muş - 8.000 - 400.000 - 50

Bitlis - 6.700 - 330.000 - 49

Totale delle 8 province

Superficie (Km2) - Numero di abitanti - Densità (ab./Km2)

88.700 - 3.630.000 - 41

TURCHIA comprese le province precedenti

Superficie (Km2) - Numero di abitanti - Densità (ab./Km2)

785.000 - 76.000.000 - 97

ARMENIA

Superficie (Km2) - Numero di abitanti - Densità (ab./Km2)

29.800 - 3.000.000 - 101

ITALIA

Superficie (Km2) - Numero di abitanti - Densità (ab./Km2)

300.000 - 61.000.000 - 202

Come si può vedere in queste otto province la densità media di abitanti è del 41% di quella della ancor più montagnosa repubblica armena, appena al di là della frontiera.

A spiegare questo fatto concorrono più elementi: la situazione di instabilità legata alla presenza dei Curdi e alla politica adottata nei loro confronti dallo stato turco; l’abbandono delle campagne da parte della popolazione (che tende a inurbarsi nei capoluoghi di provincia e emigrare verso Ankara, Smirne e Istambul, e verso l’estero); e la totale cancellazione degli Armeni dal territorio.

Non era così un secolo fa, quando vi abitavano numerose etnie (circassi, lasi, arabi, turcomanni, greci, assiri, ebrei, eccetera), la più antica delle quali - autoctona - era proprio l’armena. Di quel contesto multiculturale l’elemento armeno, ininterrottamente presente per più di due milenni, era il più fecondo: grazie a loro le campagne si stavano avvalendo delle modernizzazioni tecnologiche introdotte sull’esempio occidentale; i commerci fiorivano, come da vocazione di queste terre tradizionalmente di transito e incrocio tra popoli; e analogamente nelle città si assisteva ad un risveglio culturale (giornali, riviste, letteratura, musica, …).

Il 24 aprile 1915 è la data simbolo del genocidio. Quel giorno a Costantinopoli, nella capitale dell’Impero – molto distante dall’armenia storica e da qualsiasi ipotetico “fronte russo” – vennero eseguiti i primi arresti tra l’élite armena: l’operazione continuò l’indomani e nei giorni seguenti, e in un solo mese più di mille intellettuali, tra cui giornalisti, scrittori, poeti, prelati, commercianti, professionisti e deputati del parlamento, furono deportati verso l’interno dell’Anatolia e massacrati lungo la strada.

E’ anche questa circostanza – la preventiva decapitazione dei punti di riferimento della comunità – a svelare la volontà genocidaria: si voleva perseguire, e si realizzò, proprio la totale eliminazione di un gruppo etnico. Nel far questo, il gruppo dirigente turco dell’epoca (il Comitato Unione e Progresso, CUP) – emanazione dei laici Giovani Turchi – non esitò ad utilizzare, cinicamente, anche l’argomento della differenza religiosa, similmente applicato anche a greci e cristiani assiri.

Tra il 1915 e il 1918 gli armeni furono sradicati dai luoghi dove avevano sempre vissuto. Non vi fu un istituzione concentrazionaria: la terra stessa fu il luogo del genocidio; i villaggi, i fiumi (sopra tutti l’Eufrate), le strade, il Mar Nero, eccetera. I maschi vennero subito uccisi. Donne, vecchi e bambini avviati verso il nulla.

Marce estenuanti, durante le quali le vittime venivano spogliate della loro umanità attraverso la semplice esposizione agli elementi primari della natura: fatica e insonnia, assenza di riparo e malattie, freddo e neve, fame e sete, caldo e deserto. E su tutto la violenza fisica degli oppressori sugli inermi. Le carovane della morte indirizzate verso Aleppo e di qui verso Deir el-Zor, nel deserto siriano, dove i superstiti furono definitivamente annientati (il mausoleo innalzato dagli armeni a Deir el-Zor a ricordo del genocidio è stato raso al suolo dai miliziani dell’Isis nel 2014).

La pulizia etnica è stata completata negli anni successivi, fino al 1922-1923, estendendosi anche agli armeni che vivevano nella parte occidentale dell’Anatolia – fuori dunque dai territori dell’Armenia storica – lasciando una popolazione armena residuale nelle sole Istanbul e (fino all’incendio della città) Smirne: la presenza di delegazioni ufficiali occidentali non permetteva di commettere le atrocità alle quali erano stati sottoposti gli armeni più a oriente.

Un milione e mezzo le vittime; migliaia di bambini e donne islamizzati; e migliaia di profughi.

Cos’è un genocidio

Il termine genocidio (dal greco genos, famiglia/razza, e dal suffisso latino –cidio, uccisione) fu coniato da Raphael Lemkin, un avvocato polacco nato nella Russia imperiale e morto a New York (1900-1959). Prima della Seconda guerra mondiale, Lemkin si interessò al genocidio armeno e propose alla Società delle Nazioni di bandire ciò che chiamò Barbarie (lo sterminio di un’etnia) e Vandalismo (la distruzione della cultura di un’etnia). Nel 1941 si trasferì negli Stati Uniti dove insegnò alla Yale University. La prima pubblicazione in cui usò il termine genocidio fu Axis Rule in Occupied Europe (Il governo dell’Asse nell’Europa occupata, 1944). Grazie ai suoi sforzi il termine venne accolto nella legislazione internazionale. Esiste una sua intervista televisiva (reperibile su wikipedia alla voce inglese Raphael Lemkin), dove afferma esplicitamente di aver coniato il termine a partire dal precedente degli Armeni.

Eccone di seguito la definizione originale secondo la formula adottata ufficialmente nel 1951 dalla Convenzione sulla Prevenzione e la Punizione del Crimine di Genocidio:

Uno dei seguenti atti effettuato con l’intento di distruggere, totalmente o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso:

(a) Uccidere membri del gruppo;

(b) Causare seri danni fisici o mentali a membri del gruppo;

(c) Influenzare deliberatamente le condizioni di vita del gruppo con lo scopo di portare alla sua distruzione fisica totale o parziale;

(d) Imporre misure tese a prevenire le nascite all’interno del gruppo;

(e) Trasferire forzatamente bambini del gruppo in un altro gruppo.

Da notare che sarebbe sufficiente la presenza anche di uno solo dei criteri. Nel caso degli armeni vengono integrati tutti e cinque. Anche la questione dei bambini trova la sua collocazione: non a caso, oggi, è proprio la società civile turca a scoprire degli armeni tra i propri avi. Nel genocidio è il gruppo intero, come tale, ad essere perseguitato, per questo è il caso più grave dei crimini contro l’umanità. I crimini contro l’umanità sono imprescrittibili.

Il negazionismo

Il genocidio continua con la sua negazione. E nel caso degli armeni non vi sono semplicemente alcuni individui che lo negano, bensì uno stato, la Turchia, e a tutti i livelli istituzionali.

Nel periodo immediatamente successivo al primo conflitto mondiale, l’enormità di quanto accaduto era di una tale portata che i turchi stessi iniziarono dei processi contro i responsabili dell’accaduto; alcune condanne a morte vennero eseguite. Il 4 marzo del 1919 il primo atto del nuovo Gran Visir (primo ministro) fu l’ordine di arresto per i tre responsabili del CUP, ma i tre Pashà (Talaat, Enver e Djemal, principali responsabili del genocidio) erano già fuggiti all’estero.

Nel passaggio dall’Impero Ottomano – che ufficialmente cessa di esistere nel 1923 – alla nuova repubblica Turca, fondata da Mustafa Kemal Pashà, si rivela l’immaturità del nazionalismo turco; la ferita, comunque insanabile, inferta al percorso storico di un popolo viene lasciata aperta dalla negazione della verità; l’omogeneizzazione etnica del paese è stata assicurata (con la vistosa eccezione dei Curdi, peraltro complici nei massacri), e si preferisce assumerla decidendo di negare/falsificare i fatti, fino a costruire una mitologia sui “5.000 anni di Turchia”. Ricordiamo che i primi Turchi, i Selgiucidi, arrivarono nella penisola anatolica solo nel 1071, quando sconfissero i bizantini nella battaglia di Manzikert, vicino al lago Van; e che i Turchi Ottomani conquistarono Costantinopoli nel 1453.

Questa verità negata – e attivamente falsificata nell’insegnamento della storia nei programmi scolastici su cui i giovani si formano – è quindi alle fondamenta della repubblica turca. Ben si comprende come il premio Nobel per la letteratura Orhan Pamuk abbia potuto affermare che la lettura dei libri di scuola in Turchia crei un certo disagio: “gli Armeni compaiono, nel cuore anatolico dell’Impero, solo alla fine del XIX secolo, e solo per tradire; e prima dov’erano?”

Oggi in Turchia la società civile è in alcuni casi più avanti ed in alcuni casi più indietro rispetto alle istituzioni. Vi sono individui, anche storici, che riconoscono apertamente la natura genocidaria degli eventi di inizio novecento; e ve ne sono altri che letteralmente uccidono chi non si conforma alla verità dello stato. Le istituzioni turche perseguitano i primi e si dimostrano incapaci di fermare i secondi. Ultima vittima, il giornalista Hrant Dink – cittadino turco di origine armena, secondo la sua stessa definizione – ucciso il 19 gennaio 2007 per la sua convinzione che armeni e turchi possano vivere insieme in una riconciliazione fondata sulla verità.

E gli Armeni? Come si può immaginare l’esperienza schiantò la nazione

La breve esperienza della Repubblica armena (1918-1920), che accolse oltre 300.000 profughi su un territorio che costituiva una frazione dell’Armenia storica, si concluse con la sovietizzazione.

Coloro che erano già in diaspora sperimentarono il tradimento delle promesse dei paesi in cui risiedevano e si attivarono in prima persona per il sostegno materiale ai profughi.

I bambini e le donne sopravvissuti in Anatolia vennero islamizzati. Rimase una comunità armena residuale a Istambul, che tuttora permane, pur se numericamente molto ridotta, raccolta attorno al Patriarcato di Costantinopoli, e comunque vessata dalla legislazione e dalla burocrazia turca.

Coloro che riuscirono a fuggire erano devastati dal lutto e con la primaria necessità di sopravvivere fisicamente.

Eppure la nazione si è rialzata. Con il collante della chiesa e della lingua si è integrata nei paesi di accoglimento: Russia, paesi arabi, Iran, Francia, Sudamerica e Stati Uniti, in primo luogo; e ha limitato i rischi dell’assimilazione (comunque più facile nei paesi cristiani).

Ricostruita faticosamente una rete sociale, la diaspora ha preso con vigore l’impegno di restituire giustizia ai propri caduti (dal 24 aprile di quest’anno martiri per i credenti, in quanto la chiesa armena ha deciso per la loro canonizzazione).

Negli anni tra le due guerre mondiali, tuttavia, il personaggio dominante dell’armeno è quello del lavoratore; non impegnato nei partiti (tchezòk, neutrale), magari con un attaccamento alla chiesa, ma spesso anche desideroso di dimenticare tutto. A volte arriva a cambiare il proprio cognome. Spesso non insegna l’armeno ai propri figli, che sentono solo raramente i loro genitori esprimersi in una lingua esotica. Concentra le proprie energie nel lavoro e nell’affermazione personale. Quest’atteggiamento, dettato dalla profondità del lutto, dalla voglia di dimenticare, dalla percezione della sproporzione tra quanto accaduto e la possibilità di ripararlo è presente anche nelle biografie di molti armeni illustri.

Nel 1965 le celebrazioni del cinquantenario del genocidio furono oggetto di attenzioni particolari rispetto agli anni precedenti. La rotondità della data, articoli sui giornali un po’ più approfonditi, cerimonie commemorative più sentite, in cui accanto agli scampati figuravano i figli e ormai anche i nipoti nati in diaspora, conferirono una maggiore importanza alla ritualità del ricordo.

Ma l’evento che fece la differenza si svolse a Erevan.

Il genocidio venne ufficialmente commemorato da dirigenti politici, dell’università e della chiesa. Ma fu la manifestazione autorizzata dal governo che prese tutti in contropiede: una folla di più di 100.000 persone scese nelle strade al grido di “giustizia!” e “le nostre terre!”. Era la più grande manifestazione spontanea che avesse mai avuto luogo nell’URSS. Nel 1967 venne inaugurato sulla Fortezza delle Rondini (Dsidsernagapert), una collina ormai inglobata nella città, il Memoriale del Genocidio.

La causa armena non nasce nel 1965, ma è da quella data che gli Armeni di tutto il mondo hanno preso coscienza che la battaglia per il riconoscimento resta il loro denominatore comune.

SITO DELL’UNIONE ARMENI D’ITALIA


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