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Rompere l’inerzia, unire la Sinistra

... e forse anche cambiare un po’ il linguaggio. Il documento estivo di alcuni compagni del PRC (Partito Rifondazione Comunista)
di Redazione - domenica 18 agosto 2013 - 2369 letture

La condizione del Paese appare ogni giorno più degradata. La vita quotidiana di milioni di lavoratrici e lavoratori, di pensionate e pensionati, di grandi settori delle giovani generazioni è stretta nella morsa delle politiche neoliberiste. Lo smantellamento del tessuto produttivo e la perdurante assenza di una politica industriale rischiano di ridimensionare definitivamente l’Italia nella divisione internazionale del lavoro. Il Mezzogiorno appare consegnato a un deriva inarrestabile, di cui l’emigrazione intellettuale è segno inequivocabile.

Di fronte a questa situazione drammatica l’azione delle classi dominanti, dei grandi poteri internazionali che gravano sul Paese, del governo Letta, non è semplicemente incapace di risposte credibili. Più concretamente, la crisi, le sue conseguenze e le politiche che l’hanno creata costituiscono l’occasione per costruire nuovi equilibri sociali, politici e istituzionali, come dimostra plasticamente la reazione di Marchionne e della Fiat alla sentenza della Corte Costituzionale. Il violento attacco alla Costituzione rappresenta, anche sotto il profilo simbolico, la volontà di azzerare ogni eredità della stagione storica nata dalla lotta di Liberazione. La sorte che si intende riservare al referendum sull’acqua pubblica chiarisce meglio di ogni parola la concezione della democrazia che aleggia nelle stanze del potere. Ed è bene, come sempre nella storia italiana, non sottovalutare l’influenza del quadro internazionale. Il gravissimo comportamento del governo italiano su F-35 e Muos non allude soltanto a un riflesso condizionato di servilismo verso i corposi interessi del complesso militare-industriale, ma parla anche di scelte connesse al ruolo del territorio italiano come base per proiezioni aggressive verso l’Africa e il Medio Oriente.

Le responsabilità del Partito democratico nel determinarsi di questa situazione non possono in alcun modo essere sottovalutate e appaiono decisive nel disegnare il profilo complessivo di quel partito. Ciò non significa tuttavia esimersi dal considerare con attenzione il travaglio di una parte del suo gruppo dirigente e il sempre più evidente disagio di consistenti settori sociali che ancora vedono nel Pd il principale riferimento politico. Quanto alla sinistra italiana, la sua grave crisi di ruolo e di radicamento ha in questo quadro un peso – negativo – generale, poiché sono progressivamente venute meno le due funzioni essenziali che essa ha tradizionalmente svolto nella storia politica repubblicana: la difesa della democrazia e la rappresentanza del mondo del lavoro. È dunque ora di porre il problema dei compiti della sinistra di alternativa a questo livello di drammaticità storica, al fine di porsi concretamente il tema cruciale dell’efficacia politica. È un tema di fondo. La stessa prospettiva anticapitalistica, per non ridursi a mera evocazione, deve prendere parte attiva nei conflitti politici dell’oggi, agendo in essi oltre che svelandone il carattere sistemico.

Le difficoltà sono enormi. Ma sono i limiti soggettivi dei gruppi dirigenti, ogni giorno più gravi, ad avere finora impedito di cogliere gli spazi reali che pure esistono. In primo luogo vi è il dato – decisivo – che riguarda il quadro geopolitico che ci compete e che tanto ci condiziona: l’Europa. Nella maggior parte dei Paesi europei processi di riaggregazione della sinistra di alternativa hanno registrato successi notevoli. Successi politico-elettorali che si sono alimentati reciprocamente con una grande capacità di mobilitazione unificata dall’opposizione alle politiche della Bce. I partiti comunisti che hanno scelto, in varie forme, di investire su questi processi di riaggregazione della sinistra di alternativa sono stati in grado di superare crisi anche molto gravi.

Non mancano le potenzialità, nemmeno nella tormentata società italiana, nella quale, pure, si sono stratificati, in misura inedita, elementi di spaventoso degrado, la cui cifra più eloquente è fornita dalla nuova ondata di violenza maschile nei confronti delle donne. La Fiom-Cgil, in una condizione terribile, ha dimostrato che è possibile non soltanto tenere la posizione di un grande sindacato industriale di classe, ma anche ottenere importanti risultati nella difesa di diritti e condizioni del lavoro, e lavorare a una tessitura di rapporti con soggetti diversi che contestano le politiche neoliberiste. Lotte territoriali ormai radicate in ogni angolo del Paese stanno iniziando a costruire momenti di unificazione. Esperienze amministrative di rottura segnalano una larga disponibilità al cambiamento.

Non c’è dubbio che invece segna drammaticamente il passo il dibattito e, ancor di più, l’iniziativa dei soggetti politici della sinistra. Eppure anche qui vogliamo cogliere elementi positivi, sia pure embrionali. E su quelli lavorare, instancabilmente, per verificare ogni possibilità di dialogo, allo scopo di unire – come anche recentemente è tornato a chiedere Stefano Rodotà dalle pagine del manifesto – le forze dei movimenti.

In diversi articoli apparsi nelle ultime settimane su questo giornale si nota innanzitutto il bisogno di rompere l’inerzia, di produrre a sinistra una iniziativa unitaria. In alcuni si avanzano anche proposte interessanti, alle quali sarebbe grave non dare risposta e seguito. In particolare lo scritto di Giorgio Airaudo e Giulio Marcon contiene nel merito e nel metodo stimoli significativi. Convincono in particolare la connessione stretta stabilita tra mobilitazioni e «organizzazione di un campo del cambiamento» e l’esigenza di costruire uno spazio pubblico di discussione. Anche i temi indicati rappresentano un contributo serio a un’elaborazione programmatica capace di produrre iniziative a fianco dei soggetti sociali in lotta. Le differenze di accenti e di valutazione, che certo permangono, non debbono essere d’impedimento all’inizio del confronto.

Su un altro versante, un segnale positivo giunge anche dal congresso del Pdci, che pone correttamente l’obiettivo (non più rinviabile per ragioni, se non altro, di serietà) della riunificazione con il Prc nel quadro di un più ampio processo di unità a sinistra. Pensiamo che anche il percorso congressuale di Rifondazione comunista, che si avvia a settembre, possa e debba portare, oltre che un necessario, improrogabile rinnovamento del gruppo dirigente, significativi contributi a questa discussione, mettendo a valore un patrimonio di militanza e di presenza attiva nelle lotte che, nonostante i colpi subiti, rimane importante.

Si tratta di lavorare da subito per mettere in cantiere occasioni di dibattito, in cui si riprenda l’abitudine all’ascolto e alla discussione unitaria. Il che non significa un confronto diplomatico, ma la ricerca fattiva dei livelli possibili di convergenza. Il tempo stringe. La tentazione di una parte del Pd – fortunatamente non di tutto il Pd – di confermare il governo delle larghe intese persino dopo la condanna definitiva di Berlusconi; l’attacco concentrico alla Costituzione; i nodi sociali che si stringono ogni giorno e possono esplodere in autunno, ci consegnano la responsabilità di agire presto e bene.

Irene Bregola, segreteria nazionale Prc

Luca Cangemi, direzione nazionale Prc

Mimmo Caporusso, segreteria nazionale Prc

Simone Oggionni, portavoce nazionale Giovani Comunisti

Armando Petrini, segretario regionale Piemonte Prc

Roberto Sconciaforni, capogruppo Prc emilia Romagna


il documento è stato pubblicato su Il Manifesto, e sul blog di Claudio Grassi



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