Con l’aggravarsi della crisi aumentano le proteste contro il potente clero ortodosso. Sotto accusa ci sono i privilegi fiscali e la scarsa trasparenza sui patrimoni, ma anche l’ambiguo ruolo politico e sociale.
Laurenţiu Mihu
La crisi che ha travolto l’Europa dimostra che in discussione non c’è soltanto la capacità degli stati di mantenere un minimo di solvibilità, ma la filosofia che è alla base del sistema sociale ed economico europeo dalla fine della Seconda guerra mondiale. Le ideologie classiche si stanno dissolvendo, e il loro riscontro nella realtà dei fatti diventa sempre più complicato. La crisi economica attuale suona le campane a morto per il debito degli stati e per i principi che l’hanno reso possibile, e anche la fine di alcuni tabù.
L’atteggiamento delle chiese ortodosse di Grecia e Romania, per esempio, contrasta sempre di più con la realtà. Da diversi mesi l’impudenza degli alti prelati di Atene e Salonicco ha raggiunto l’apice, mentre le pecorelle smarrite che manifestano nelle strade hanno cominciato a protestare anche contro la ricchezza mai davvero quantificata della chiesa ortodossa [in Grecia e Romania la chiesa è esentata dalle imposte e gode di numerosi privilegi].
È triste vedere che la pressione sul clero greco (e romeno) sia scaturita dalla rabbia per la crisi e non da un dibattito pubblico. La gerarchia ecclesiastica, in Grecia come da noi, ha reagito in modo laconico e ha ignorato con disprezzo la voce della società civile, colpevole del peccato di contestazione.
Nel frattempo però la situazione si complica – per usare un eufemismo – e di pari passo aumenta la forza dei movimenti di protesta contro l’ambiguità e l’autismo della chiesa, la spocchia dei suoi rappresentanti e la distanza che sono abituati a mantenere dal resto della società. Fino a ieri il bersaglio dell’indignazione erano le finanze della chiesa, ma da domani l’obiettivo potrebbe essere l’influenza politica e sociale degli alti prelati.
La storia dimostra che la chiesa si è spesso evoluta in parallelo con la società, forse in ragione della sua posizione immutabile alla frontiera dei due mondi, il trascendente e l’immanente.
Le grandi scoperte scientifiche e gli sconvolgimenti culturali, sociali e politici del secolo scorso hanno costretto la chiesa, nonostante la sua influenza schiacciante, a sottoporsi a un profondo aggiornamento. La chiesa non è cambiata per propria volontà, ma è stata costretta a farlo per sopravvivere. In altre parole si è adattata, anche se c’è voluto un po’ di tempo (a volte molto tempo). Riuscirà a farlo anche adesso che evolversi sembra più indispensabile che mai?
Per il momento la crisi europea viene trattata come una crisi strettamente economica. Ma non è che una tappa preparatoria verso uno shock culturale completo. Chi non si adatterà sarà travolto, e se c’è qualcuno che è convinto di sapere cosa succederà domani, si sta solo facendo un mucchio di illusioni. (traduzione di Andrea Sparacino)
Commento - Autismo sociale
“La chiesa ortodossa romena si comporta come se fosse il padrone di una grande multinazionale. Ha messo le mani su tutto, lasciando le opere di beneficenza interamente a carico delle ong”, scrive Adevărul. La popolazione romena, “insolitamente credente in questi tempi moderni”, è al 90 per cento ortodossa e vive molto male le misure di austerità imposte in seguito al prestito accordato dal Fondo monetario internazionale. Infatti, mentre i romeni devono stringere la cinghia, secondo il tesoro nel 2010 la chiesa ha messo insieme dieci milioni di euro di sussidi, non deve pagare le tasse e ha avviato la costruzione della più grande cattedrale del paese. “Costerà 120 milioni di euro e sarà portata a termine nel 2015”, precisa România liberă, che ha contato non meno di altre “quattromila chiese costruite da vent’anni a questa parte”. La chiesa ha dato prova di “autismo sociale”, commenta Adevarul, e se non cambierà è destinata a “putrefarsi, come un pesce, a iniziare dalla testa”.
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