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Roma, grandi opere per grandi speculazioni: lo stadio non c’è ma gli arresti sì

Lo stadio della Roma, il famigerato “mega impianto” di Tor di Valle, ancora non esiste ma già si contano 9 arresti. Un articolo di Marco Piccinelli.
di Redazione - giovedì 14 giugno 2018 - 390 letture

Lo stadio della Roma, il famigerato “mega impianto” di Tor di Valle, ancora non esiste ma già si contano 9 arresti, come riporta il portale online del quotidiano «La Repubblica». «Associazione a delinquere finalizzata alla commissione di condotte corruttive», viene riportato e «una serie di reati contro la Pubblica amministrazione nell’ambito delle procedure connesse alla realizzazione del nuovo stadio della Roma».

Tra i nomi più in vista quello del costruttore Luca Parnasi, quello del Vice Presidente del Consiglio Regionale del Lazio in quota Forza Italia, Adriano Palozzi, il Presidente ACEA Luca Lanzalone e l’ex assessore all’urbanistica Michele Civita (Partito Democratico); indagati, poi, «Paolo Ferrara (M5s) e Davide Bordoni (FI)».

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Il copione si ripete.

L’iter per la costruzione delle cosiddette “grandi opere” si perpetua e sembra essere uguale per qualsiasi opera legata a qualsiasi evento, come le candidature di città italiane ai giochi Olimpici: la condizione di candidata per questa o quella città presuppone sempre un piano di costruzione di opere sostanzialmente inutili e sproporzionate per l’esigenza del territorio. Le candidature stesse, infatti, rispondono principalmente ad interessi speculativi e, partendo da questo presupposto, non possono che creare delle infrastrutture inutili.

A questo va aggiunto il problema politico della questione: dopo aver messo in moto una qualsiasi candidatura, qualora quella città dovesse essere scelta effettivamente come sede dei Giochi olimpici, si inizierebbe il “valzer delle urgenze”. Bisogna dotarsi delle strutture in tutta fretta e, allora, si darebbe il via ai decreti legge in deroga, al Parlamento-passacarte-del-Governo, agli appalti truccati, come accaduto per l’Expo di Milano, alla costruzione di infrastrutture fuori da ogni regola e dunque, in futuro, impossibili da ri-utilizzare, “diversamente” da come si intenderebbe fare per Torino 2026. Grandi opere fa rima con grandi speculazioni: i casi di Tor Vergata e di Spinaceto.

Si potrebbe dire che il copione si ripete tale e quale per la quasi totalità delle grandi opere le quali rispondono, nel 90% dei casi, ad interessi meramente speculativi, spesso inserite in contesti urbani in cui risultano essere del tutto sproporzionate per l’esigenza del territorio.

Qualora, c’è da specificare, esse vengano portate a termine. A Roma, infatti, non sono poche le grandi strutture che giacciono in stato d’abbandono e che sarebbero dovute entrare in funzione per questo o quell’avvenimento di stampo nazionale o internazionale. I casi più eclatanti sono, per restare nella Capitale, le famigerate “Vele” di Calatrava a Tor Vergata: l’impianto doveva essere consegnato nel 2009 ma la struttura, ad oggi completamente abbandonata, è costata 200 milioni di euro e, secondo i calcoli dei costruttori, ne servirebbero ancora 400 per terminare l’opera. Undici (11!) volte la previsione di spesa e un’enorme quantità di denaro pubblico buttata (letteralmente) per un’opera mai portata a termine e mai utilizzata.

Allo stesso modo lo Stadio del Rugby di Spinaceto il cui stato venne denunciato solo dall’allora candidato sindaco Alessandro Mustillo (Partito Comunista): «[…] L’aggravante nel caso specifico della città del Rugby di Spinaceto è che il campo di Rugby, che doveva essere l’attrazione principale, è più piccolo rispetto alle misure regolamentari ed è uno dei motivi principali per cui non sono stati finiti i lavori. Quando sono state fatte le verifiche è stato visto che vicino ci sono alcuni pini marittimi che non si possono abbattere, ma quei pini erano lì anche nel momento dell’approvazione del progetto.

Questa è una delle situazioni in cui il Comune si è impegnato a sopperire alla mancanza degli assegnatari rispetto ai mutui contratti e quindi su quell’impianto ci sono 32 milioni di euro che si stanno pagando per un’opera mai finita e che è lasciata all’abbandono e al degrado. Sono stato lì, abbiamo fatto una mini inchiesta.

Oggi è in condizioni pessime. La cosa che lascia più tristi è che l’impianto della piscina sarebbe sostanzialmente finito, hanno messo anche gli armadietti. L’avanzamento dei lavori era tale da poter aprire quelle strutture con poco, poi chiaramente le strutture lasciate a se stesse, sono state anche vandalizzate e quindi lo stato è quello di lavori incompiuti in alcuni casi e compiuti in altri con un’apertura almeno parziale che si sarebbe potuta effettuate in questi anni e invece è un’enorme spreco di denaro pubblico e di strutture invecchiate prima ancora di essere messe in funzione».


L’articolo di Marco Piccinelli è stato pubblicato nel circuito di Pressenza.



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