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Rom, romeni e globalizzazione

L’ “emergenza rom” non è frutto del fato, ma di scelte “globali” operate senza una riflessione e un controllo politici.
di pietro g. serra - martedì 13 novembre 2007 - 3703 letture

Non sembrerebbe a leggere i giornali in questi giorni, ma gli zingari in Italia ci sono sempre stati. Negli anni Sessanta, quando le mamme ammonivano noi bimbi a stargli lontani, non ricordiamo, però, che commettessero delitti atroci come l’omicidio di Giovanna Reggiani. Ora li guardiamo con ancora maggiore sospetto e continuiamo a chiamarli zingari, anche se forse non si può più. Quei tifosi della Juventus che hanno definito zingaro un “infedele” e troppo venale calciatore di origine bosniaca rischiano, infatti, di passare un guaio.

E dunque, in onore al politicamente corretto, chiamiamoli rom che, comunque, dovrebbe essere, solo la denominazione di uno dei tre rami dell’intera etnia zingara, essendo i sinti e i gitani gli altri due. In generale, non se ne sa molto al punto che, discutendo del recente delitto di Roma, molti fanno un tutt’uno di rom e romeni. Ciò di cui ognuno si accorge è che sono molti di più di una volta e le loro facce scure si aggiungono a quelle di migliaia di persone di altre razze che camminano nelle nostre strade e di cui, parimenti, nulla conosciamo. Ma i rom infastidiscono più di tutti, perché, in larga parte, non lavorano e, di conseguenza, delinquono o, se va bene, si dedicano al sempre più diffuso accattonaggio che sta facendo assomigliare le nostre città a Bombay e Calcutta. E’ fisiologico che ci sia allarme nei loro confronti, soprattutto se ai “normali” furti si aggiungono stupri e omicidi. Chi accusa di razzismo i cittadini insofferenti per un campo nomadi nelle vicinanze delle loro case è un babbeo, ubriaco di semplificazioni ideologiche e, di solito, vive nei quartieri alti.

L’ “emergenza rom” non è frutto del fato, ma di scelte “globali” operate senza una riflessione e un controllo politici. La responsabilità è anche, ma non solo, dell’affrettato allargamento dell’Unione Europea all’Est Europa. La colpa dei molti problemi provocati dall’ingresso dei nuovi soci europei è delle classi dirigenti liberali e socialdemocratiche che guidano il nostro continente le quali non si sono preoccupate delle conseguenze negative, non solo in ordine alla criminalità, o se ci hanno pensato devono avere concluso che i danni erano inferiori alle “opportunità”. Con i Paesi fuoriusciti dal comunismo, che ne aveva distrutto le società civili prima che il neoliberismo completasse l’opera, si potevano firmare trattati di associazione anche molto generosi, ma non si doveva concedergli, da subito, di esercitare un ruolo politico paritario e di esportare il loro disagio sociale. Il momento dell’integrazione completa non sarebbe poi troppo tardato, ma, evidentemente, c’erano altre ragioni a giustificare la fretta.

La destra italiana attacca il governo per l’ “invasione” dall’Est, ma quando fu deciso l’allargamento non manifestò alcuna opposizione. In un incontro con gli ambasciatori di Romania e Bulgaria, il 14 dicembre 2006, tanto il vicepresidente della Commissione europea, il forzista Frattini, quanto il ministro per le Politiche europee, la radicale Bonino, si dichiararono contrari a una moratoria sull’ingresso in Italia dei cittadini dei due nuovi Paesi Ue. Quella mente fine di Emma diede il benvenuto ai 30 milioni di abitanti di Romania e Bulgaria, deridendo coloro che temevano imponenti migrazioni poiché, a suo dire, si sarebbe ripetuto quanto accadde con l’ingresso di Madrid, quando il paventato assalto alle frontiere da parte di cittadini spagnoli non si era affatto verificato. Questo per dire della lucidità e delle conoscenze geopolitiche di quella che viene definita una delle figure politiche più prestigiose del nostro Paese…

Il problema della convivenza con i Rom è solo una delle spine, fra le più acuminate ma non delle più gravi sul piano numerico, della generale questione dell’immigrazione di massa che, a sua volta, è un capitolo del tanto discusso fenomeno della globalizzazione. Libertà assoluta di movimento per i capitali e per le braccia che servono a farli fruttare è il diktat ideologico di questa fase del capitalismo. Quanti manifestano perplessità sarebbero persone che non vivono al passo coi tempi e non comprendono l’ineluttabilità delle dinamiche in corso. Che si tratti di trasformazioni cui non ci si può politicamente opporre viene sempre proclamato in modo saccente, ma mai spiegato con chiarezza. In fin dei conti, sarà anche caduta la cortina di ferro, ma non ci risulta che, fino a qualche decennio fa, gli africani e gli asiatici fossero impediti ad emigrare da spietati regimi comunisti. Dunque, per rimanere alla Romania, noi accogliamo una bella massa di loro cittadini poveri e, in cambio, mandiamo i nostri imprenditori che, colà, hanno trasportato migliaia di aziende, tanto che ci vivono addirittura 50mila nostri connazionali, che anch’essi qualche protesta fra la popolazione locale talvolta la suscitano per i modi arroganti, in particolare per la mania di trattare da puttane tutte le ragazze avvenenti del posto.

Lo scambio sembrerebbe, all’apparenza, fruttuoso per tutti, ma ecco il guaio della criminalità fra gli immigrati a rovinare la bella favola della globalizzazione. L’ultimo bersaglio su cui scaricare la frustrazione è adesso costituito, non senza ragione, dai rom. Eppure ci fu un periodo, in Europa, in cui gli zingari, si chiamavano ancora così, erano tenuti d’occhio, ma non erano del tutto ai margini della società. Alcuni, addirittura, riscuotevano simpatia ed erano particolarmente richiesti per la loro abilità di musicisti e ballerini e la grande musica dell’Ottocento, basti pensare a Franz Liszt, si ispirò ai loro suoni e ritmi per creare un genere assai applaudito. Certo, l’idealizzazione della libera e irrequieta anima zingara fu un’invenzione artistica in una certa misura artificiosa, ma che un tale mito potesse essere accettato dimostra come nel panorama sociale di allora la presenza di quel popolo non era del tutto incongrua. Attualmente non c’è, però, bisogno di giostrai, calderai e maniscalchi, i mestieri tradizionalmente esercitati dagli zingari ed essi si trovano nella condizione di avere mantenuto la forma del loro vivere tradizionale, pur avendo perso ogni funzione sociale.

Il popolo rom è, oggi, un enigma: nemmeno si comprende bene se il nomadismo sia ancora la loro condizione privilegiata poiché dalle loro comunità giunge, ogni tanto, la richiesta di alloggi permanenti. Non siamo conoscitori di quella cultura, ma ci pare che la modernità ne abbia abbruttito la sostanza, consegnandola a una emarginazione senza rimedio. La faccia e le parole della madre dell’assassino della povera Giovanna Reggiani spiegano, per chi l’ha vista e le ha lette, più di un’indagine sociologica. La nostra epoca è contrassegnata dall’autonomia dell’individuo, ma non permette la sopravvivenza, in forme accettabili, di comunità non integrate sul piano sociale ed economico. Ai margini della società non c’è più spazio per l’eccentricità, la diversità e per comportamenti collettivi non ispirati all’economicismo, ma crescono solo le sterpi incolte della barbarie.

Roberto Zavaglia


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Rom, romeni e globalizzazione
17 dicembre 2007, di : Antonello Posillipo

Io penso che l’integrazione sia un passaggio e non un arrivo ,il passaggio cui alludo è quello verso la costituzione di un modello Italia che nella sua forma resta multietnica ma che nella sua sostanza muti radicalmente divenendo non più il volano verso lo sviluppo del mediterraneo ma l’interporto umano di immigrati provenienti dall’Est e dal continente nero senza tutela e garanzie di soggiorno ma con la speranza che la nostra malavita organizzata dia loro transito e lavoro.La certificazione della sussistenza di malattie debelate diviene un optional e tutto diviene burocrazia mentre ciò che ci sfugge è la storia attuale dei nostri territori ,le reali statistiche occupazionali e di salute ,tutto ci sfugge nella marea dell’incontrolata immigrazione in un incontrolata europeizzazione della nostra vita .