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Roberto, how are you?

Fanno il mio stesso lavoro ma loro sono anche vittime della guerra.
di Redazione - mercoledì 29 gennaio 2020 - 959 letture

Fanno il mio stesso lavoro ma loro sono anche vittime della guerra. E forse sono EMERGENCY anche più di me, che sono “espatriato” e dopo qualche mese me ne torno in Italia. Io vengo via, ma c’è chi non se ne va mai. La mia missione finisce, ma la loro?

Per i “nostri ragazzi”, i colleghi dello staff nazionale, non c’è un passaporto o un volo di andata e ritorno. Bombe, mine, povertà. La guerra la vivono sulla loro pelle quotidianamente e molti di loro non hanno vissuto neanche un giorno di pace nella loro vita.

Ogni volta, quando l’aereo su cui sono seduto si stacca dalla pista, immagino tutto questo. Mentre viaggio ripenso al tono della loro voce, ai nomi dei loro figli. No, non siamo solo colleghi… col tempo siamo diventati amici.

Su Facebook qualcuno di loro mi scrive in chat: “Roberto, how are you?”. Chiedono a me “come sto”. Non dovrebbe essere il contrario? In quei momenti so che ci sono ancora… semplicemente, che sono ancora vivi. Perché la guerra in Afghanistan è così: un giorno ci sei, l’altro dopo no.

È successo proprio a gennaio di due anni fa al nostro collega Samiullah, per esempio. È rimasto ucciso in un conflitto armato. È successo a Gul Ahmad e Musa Khan, supervisore e addetto alle pulizie del nostro Posto di primo soccorso di Andar, uccisi da un attacco aereo mentre si trovavano in strada.

È la guerra la vera malattia qui.

Li vedo muoversi tra i giardini, in stireria, in sala operatoria: sono loro la vera faccia di EMERGENCY.

Un giorno ho chiesto al mio collega Gul Badin: “Se ti dessero un passaporto per l’Italia, tu scapperesti da qui?” Sapete cosa mi ha risposto? Forse quello che rispondereste anche voi: “Sì, certo che scapperei. Conosco gente che ha dovuto spendere migliaia di dollari per poter fuggire e oggi non so nemmeno se è viva o morta.”

Una mattina, invece, ho ricevuto una telefonata dal mio collega Tawoos. Non sarebbe potuto venire a lavoro, mi ha detto. Suo cugino aveva perso la vita in un bombardamento e voleva rimanere vicino alla sua famiglia.

Ne ho visti di colleghi in riposo trasportati in pronto soccorso: anche loro vittime, feriti di guerra.

“Ti racconto la storia di questa cicatrice” – mi ha detto un altro giorno Murteza alzandosi il camice e mostrandomi lo squarcio sul polpaccio.

“Mi hanno colpito alla gamba e portato all’ospedale di Kandahar, poi a Kabul, nella vostra struttura. Questa ferita me l’avete curata voi”. Quando si è ripreso, Murteza è venuto a trovarci a Lashkar-gah per candidarsi come infermiere. Oggi lavora qui. Anche lui, come tanti, è stato prima paziente e poi collega. Prima sdraiato su un letto, poi in corsia.

Mentre mi accorgo che l’aereo sta atterrando sulla pista, in Italia, non posso far altro che ripetere quella frase che da tempo dedico proprio a loro, ai “nostri ragazzi” in Afghanistan, quell’impegno che voglio mantenere: prometto che ritorno.

— Roberto, infermiere di EMERGENCY

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