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Roberto Scarpinato e la persistenza del passato

«Ho così avuto la possibilità di comprendere che le stragi del 1992 e del 1993 non appartengono al passato, ma sono ancora tra noi in tanti modi. Le indagini su queste stragi sono state caratterizzate da una serie impressionante di depistaggi realizzati mediante la sottrazione di documenti essenziali, la creazione di false piste, l’eliminazione di mafiosi depositari di segreti scottanti poco prima che iniziassero a collaborare con la magistratura, e altro ancora».

di francoplat - mercoledì 23 febbraio 2022 - 937 letture

Circa un mese fa, nero su bianco sulle colonne de “il Fatto Quotidiano”, Roberto Scarpinato vergava queste considerazioni al termine di un articolo di più ampio respiro, nel quale esordiva collocando la propria attività nel cuore delle pagine più nere e tragiche della storia d’Italia, quelle in cui la violenza stragista della mafia e dintorni aveva cercato di destabilizzare politicamente il Paese. L’occasione o il pretesto per l’articolo era il collocamento a riposo, a partire dallo scorso 14 gennaio, di un magistrato che per 42 anni era stato in prima linea nell’attività di contrasto alle mafie, nella Palermo che fu di Falcone e Borsellino. Dal 1988, infatti, Scarpinato si era trasferito nella città siciliana insanguinata dagli omicidi del sindaco Giuseppe Insalaco, del magistrato Antonino Saetta, del giornalista Mauro Rostagno, e nella quale aveva preso forma la maxi operazione antidroga conosciuta come “Iron Tower”, coordinata da Falcone e da Rudolph Giuliani. Da allora, Scarpinato si è occupato di indagini importanti, da quella su Pio La Torre a quella su Piersanti Mattarella, da quella su Carlo Alberto dalla Chiesa a quella legata alle relazioni di Giulio Andreotti con Cosa nostra.

Fu all’interno di quel mondo che il magistrato maturò la crescente consapevolezza che la «lupara proletaria» non poteva essere disgiunta dal «cervello borghese», che la natura stessa del processo “Sistemi criminali”, iniziato nel 1996, era correlata alla consapevolezza che non poteva darsi una violenza mafiosa priva di potenti coperture e, ancora, di strategie guidate dalle tristemente note “menti raffinatissime” evocate da Falcone dopo il fallito attentato dell’Addaura. Fu dentro quelle stanze e nelle aule di quel tribunale che Scarpinato ebbe modo di vedere il progressivo isolamento dei due magistrati simbolo della lotta alla mafia e della «loro discesa agli inferi senza ritorno». Proprio la certezza che il fiume di fango gettato addosso a Falcone e Borsellino nascondesse un’orchestrazione criminale volta a difendere le verità indicibili sottese alle stragi e agli episodi più torbidi della storia nazionale, lo spinse a redigere un documento, sottoscritto poi da altri sette sostituti procuratori, contro Pietro Giammanco, contestatissimo capo della Procura generale di Palermo, al fine di chiederne il trasferimento, pena le loro dimissioni.

Giammanco andò via, ricorda Scarpinato, probabilmente spinto dall’indignazione e dalle conseguenti proteste della società civile, ma ciò non portò all’auspicato ripristino di una trasparente e fluida attività di indagine. Nonostante il nuovo procuratore Gian Carlo Caselli, con l’aiuto di Scarpinato e di altri magistrati, avesse ripreso in mano le inchieste avviate sin dai tempi di Rocco Chinnici e nonostante fossero stati sottoposti a giudizio importanti uomini politici, i vertici dei Servizi segreti e delle Forze di Polizia, alti magistrati, imprenditori, banchieri e via discorrendo, nonostante tutto ciò, la restaurazione degli assetti di potere favorevoli al blocco politico-mafioso fu in grado di contenere gli esiti più devastanti dell’attività inquirente. «A poco a poco, in modi e in tempi diversi, i principali protagonisti di quella stagione fummo progressivamente esclusi dalle indagini più scottanti e dalla possibilità di accedere a incarichi direttivi operativi ritenuti strategici». In tal senso – è lo stesso Scarpinato a ricordarlo – appare emblematica l’emendamento ad hoc varato, nel 2005, contro Caselli per impedirgli di presentare domanda per il posto di Procuratore nazionale antimafia; decreto dichiarato, poi, incostituzionale. Lo stesso Scarpinato, a fronte della possibilità qualche anno dopo di ricoprire quella carica vacante, si sentì dire da un membro del Consiglio superiore della magistratura che non aveva possibilità reali di accedere al ruolo: «non possiamo nominare una sorte di Che Guevara in un posto simile».

Alla pari di altri magistrati impegnati su quel fronte, a partire da Teresa Principato, anche lei collocata a riposo e promotrice delle importanti indagini su Provenzano e su Mattia Messina Denaro, Scarpinato ha proseguito la propria attività a fronte della restaurazione, della tenace e arrogante difesa delle falsità attorno a quei decenni, dell’allentamento, forse, di quella tensione morale che aveva animato gli anni immediatamente successivi alle stragi del 1992-93 e, per conseguenza, al richiudersi delle acque sui misteri italiani, lasciando il torbido al fondo. Non a caso, Saverio Lodato, giornalista di lunghissimo corso della cronaca mafiosa, in un editoriale su “Antimafia Duemila” che intende celebrare proprio il lavoro di Scarpinato e della Principato, quali magistrati di un tempo che fu, osserva come il dilemma in cui si dibatte l’attuale magistratura sia proprio «disvelamento o occultamento della verità?» È ancora di moda pungolare il potere, il Palazzo, occuparsi degli intrallazzi della politica, si chiede Lodato?

Non è una domanda leziosa, per quanto poco originale. Non lo è perché è lo stesso Scarpinato che si congeda dai lettori de “il Fatto Quotidiano” precisando come non abbia mai smesso di proseguire le indagini sul processo di destabilizzazione politica presente nelle stragi dei primi anni Novanta e sui mandanti occulti. Dal maggio 2019, ricorda l’ormai ex magistrato, ha partecipato da Procuratore generale di Palermo a riunioni di coordinamento con tutte le Procure distrettuali competenti per i processi sulle stragi. Ed è proprio a seguito di tali incontri che è maturata la consapevolezza evocata nella citazione iniziale, ossia che il passato è sempre e pervicacemente presente. Non è una domanda leziosa perché, tra i tanti, un insegnamento emerge con nettezza dalle vicende delle mafie e del contrasto alle loro attività e ai loro intrecci: l’indignazione emotiva non è sufficiente, il fenomeno del sistema criminale integrato ha bisogno per perpetuarsi proprio di questi soffi emotivi che poi si acquietano, si affievoliscono e lasciano spazio alla stanchezza, all’indifferenza, alla miope presunzione che, sedato il fuoco bombarolo, sia stata ripristinata la legalità. Non è una domanda leziosa perché, a voler mantenere accesa l’attenzione, ci si accorge che la vulgata più comoda è quella che narra di un Andreotti assolto, delle mafie indebolite, dei magistrati troppo esposti e affetti da divismo mediatico, è quella che tenta l’azzardo, magari solo tattico, di promuovere il cavalier Berlusconi alla presidenza della Repubblica. Con buona pace di una storia ancora tutta da scrivere, monca di una parte fondamentale della verità fattuale, ancora prima che della sua interpretazione e analisi.

Vale la pena sottolineare che l’uscita dalla scena giudiziaria di Roberto Scarpinato data ormai da un mese. Non è certo una notizia fresca di stampa, non ha il sapore dell’attualità che respiriamo in questi giorni. Chi scrive si rende conto di tutto ciò, ma è proprio la volontà di guardare al tema più volte trattato su queste colonne in maniera non puramente cronachistica, di ribadire sino alla nausea che esiste un’impressionante continuità nella storia criminale di questo Paese che ha spinto l’autore di questo articolo a rispolverare un fatto datato e poco, per così dire, croccante. Forse Scarpinato è uscito di scena, ma lo ha fatto ricordandoci che tutto è ancora sul palco e attende la buona volontà di chi vuole fermarsi a guardare con calma. E con calma a riflettere sulla persistente fragilità della nostra democrazia.


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