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Ritorno di fiamma (nera)

Mussolini, Dell’Utri e la scomparsa dei fatti

di Gianluca Gurrieri - mercoledì 13 maggio 2009 - 2099 letture

Dell’Utri folgorato dai diari del Duce. Coloro che auspicavano frenino l’entusiasmo: era in senso figurato. L’uomo “colto, soprattutto sul fatto”, così definito da Montanelli, è pervicacemente tornato alla riscossa. Era stato da poco ristabilito l’ordinario andazzo mediatico di bufale moderate, dopo i picchi di balle sesquipedali del 25 Aprile, che il sedicente storico nonché condannato dunque senatore ha insistito per riscrivere la storia, dall’alto della sua autoritaria credibilità da condannato per concorso esterno in associazione mafiosa: logica conseguenza i giudizi doverosi su tutto lo scibile umano. Nell’intervista rilasciata a Klaus Davi l’insigne cattedratico ha infatti affermato che “Mussolini era solo un uomo buono che ha fatto degli errori”, “Non era un dittatore spietato e sanguinario”, “Le leggi razziali erano blande” e, dulcis in fundo, “Mussolini ha perso la guerra perché troppo buono”. Omessi gli asini volanti nonostante l’incalzante tentazione di menzionarli, per coerenza.

Quello cui assistiamo, impotenti, in questi giorni, con l’equiparazione dei Repubblichini ai Partigiani, con i discorsi fascistoidi del 25 Aprile, con il Duce special guest al Natale Romano di Alemanno, con il ddl su Salò (di cui il premier, insignito del divino potere dell’onniscienza, stranamente non sapeva nulla), è soltanto l’antipasto del bombardamento mediatico di opinioni senza fatti, grazie alle quali, come dice Travaglio ne La scomparsa dei fatti: “Si può sostenere tutto e il contrario di tutto”. La santificazione post mortem di Bettino Craxi, la cui “lista della spesa” è stata di fatto eliminata grazie al blackout informativo, è un esempio illuminante. Finite nel dimenticatoio anche le sentenze del Tribunale secondo cui i finanziamenti irregolari al Psi di Bettino servivano “alla realizzazione di interessi economici innanzitutto propri”: a pagare il salario dei redattori dell’Avanti!, ai suoi investimenti immobiliari (una casa a New York, una casa ed un albergo a Roma, una a Milano, una a Madonna di Campiglio, una a La Thuile, una villa per il fratello Antonio Craxi), ai contributi mensili da versare nelle casse della stazione televisiva dell’amante e via discorrendo.

Poi l’oblio e il revisionismo hanno fatto sì, come dice Travaglio, “che oggi Craxi, l’uomo che riuscì a distruggere il Psi, […] è oggetto di saggi e convegni […], viene dipinto come uno statista lungimirante, personalmente disinteressato al denaro, eventualmente costretto a ricorrere a finanziamenti non registrati per il bene del suo partito e dunque della democrazia, ma senz’alcun ombra di disonestà o arricchimento personale, bistrattato o addirittura perseguitato”. Esattamente come quel Mussolini, a detta di Dell’Utri, “condannato dalla storia, ma diverso dalla figura sanguinaria propinataci dagli storici dei vincitori”, cattivi informatori, diffamatori e calunniatori. Il Duce pio fu, non di fatto, uomo buono condannato per crimini di guerra mai commessi: quali l’atto deliberatorio con il quale autorizzava l’uso dei gas vescicanti e simili armi chimiche contro i civili, il bestiame e i raccolti in terra d’Etiopia.

Già cominciata, dunque, la campagna di riabilitazione. Stavolta, però, alterare la memoria sarà un processo difficile, impresa ardua modificare l’opinione collettiva su simili verità storiche. Ma non è escluso che, con assiduo impegno, chi di merito possa renderci, ancora una volta, succubi della tirannica scomparsa dei fatti.


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