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Ritorno a Malaterra


Sono ritornata, dopo tanti anni, in quelle che furono le terre di mio nonno, poi di mio padre, poi mie, poi passate in mani estranee, incuranti e distratte...
giovedì 1 novembre 2007, di enza - 962 letture

Sono ritornata, dopo tanti anni, in quelle che furono le terre di mio nonno, poi di mio padre, poi mie, poi passate in mani estranee, incuranti e distratte. Ero alla ricerca delle mie radici, dei miei ricordi, alla disperata ricerca degli affetti perduti che mi illudevo di ritrovare in quei luoghi, un tempo a me così familiari. Una volta, un amico mi ha detto che non bisogna mai tornare a rivisitare i luoghi che ci hanno visti felici, perchè ne rimarremmo certamente delusi ed irremediabilmente infelici. Infatti!! Ecco, dopo la curva, imbocco la trazzera, e mi appare Malaterra, terra abbandonata e solitaria; sperduta, terra senza più padrone, abbandonata a sè stessa.

Sterpi, grovigli, luce accecante, bagliori dell’anima mia. Ancora qui tutto trasuda greche memorie. Silenzi arcani e paesaggi assolati; improvvisamente, nel silenzio, la cicala interrompe il dipanarsi libero dei sogni, nel felice tempo della mietitura e della vendemmia. Ora tutto è piombato nel nulla, in un silenzio immanente che mi ferisce.... Dove sono i canti dei contadini nell’aia? Dove sono le piante di pistacchio che lambiscono le grotte preistoriche? Le donne che, ridendo, raccolgono grappoli di uva e felici ne riempiono i canestri, adornandoli di pampini?

Ora, tutto giace immobile nella dimenticanza di chi è partito per non tornare mai più. Vi riconosco sassi assolati, levigati d’inverno dalla benefica pioggia, vento amico che sibili nella vallata. In lontananza, il golfo di Catania ed il suo mare sereno sovrastato dall’Etna fumante. Forse, il popolo dei Sicani viene ancora qui di notte a danzare, ripetendo antichi riti presso le grotte e gli anfratti rupestri, ricoperti di muschio e di edera; riecheggiano suoni desueti, ammalianti nel loro antico mistero. Il fresco della sera, interrotto di tanto in tanto dal canto dei grilli, da pace ed inebria contemporaneamente i sensi dell’operoso popolo delle api, le antiche popolazioni, dedite alla produzione del miele, che abitano la valle dell’Anapo.

Ma tutto è un’eco della mia anima, del sogno che non si vuole arrendere alla realtà. Mi sembra di gridare. Dove siete, dove siete andati tutti ? Dove siete? Riecheggia questo suono nelle mie orecchie, suono amico, suono lontano, disperazione della mia solitudine, affetti che non ci sono più e di cui non tornano neanche i fantasmi a consolarmi. Nelle afose giornate di Luglio, quando la mente cerca refrigerio, rifugiandosi nei luoghi freschi e sicuri dell’infanzia, quante volte questo suono ritorna, come rimandato, all’infinito, da un’eco che non vuole spegnersi. Un’eco che parla del passato, del presente, un’eco dolorosa che mi fa sentire più sola.

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Ritorno a Malaterra
5 marzo 2008, di : Antonio

Il vuoto e lo smarrimento della perdita....ma anche il fuoco di una vita che vuole ancora esistere. Coinvolgente. Brava. Antonio
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