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Rita Atria: storia di un fiore sbocciato nel sangue

È questa vicenda che la sera del 15 dicembre scorso, al Teatro Juvarra di Torino, è stata messa in scena, con il titolo “Mi chiamo Rita Atria…”, per la regia di Luciano Caratto

di francoplat - mercoledì 21 dicembre 2022 - 4666 letture

Fiorisce nell’humus mafioso la storia di Rita, stropicciata dalla morte del padre, prima, e del fratello, poi, e viene trapiantata in un terreno più fertile, quello della legalità, conquistato accanto alla cognata Piera Aiello e, soprattutto, al giudice Paolo Borsellino, lo “zio Paolo” come lo chiamava, sino a che la scomparsa di questi nella strage di via d’Amelio non porta quel fiore rinvigorito da nuova linfa vitale a strapparsi definitivamente dal mondo.

Ecco, in soldoni, la vicenda umana della più giovane delle testimoni di giustizia italiane, Rita Atria, figlia e sorella di mafiosi, che a diciassette anni, grazie all’aiuto della cognata, abbandonò Partanna, sua città natale, per confessare allo “zio Paolo” quanto aveva appreso di Cosa nostra all’interno del suo nucleo famigliare. Una biografia che deve trovare posto nel trentennale delle stragi di Falcone e Borsellino e delle loro scorte, essendo Rita la “settima vittima di via d’Amelio”, come recita il sottotitolo di un volume uscito quest’anno: “Io sono Rita” (di Giovanna Cucè, Nadia Furnari, Graziella Proto).

È questa vicenda che la sera del 15 dicembre scorso, al Teatro Juvarra di Torino, è stata messa in scena, con il titolo “Mi chiamo Rita Atria…”, per la regia di Luciano Caratto e con un cast composto da Lorenzo Beatrice, Rosanna Casieri, Veronica Cinti, Katja Formento, Valeria Isani, Antonio Lo Presti (che ha eseguito dal vivo, alle tastiere e all’hang, le musiche da lui composte), Manuela Marascio, Daniele Matta, Francesco Parenti e Jerome Pommereul. Nata durante l’incontro tra Salvatore Borsellino e gli studenti dell’Istituto paritario “Edoardo Agnelli” di Torino, guidati dalla prof.ssa Maura Giannattasio – da anni impegnata nella meritoria opera di costruzione di un sapere scolastico sul tema delle mafie –, l’idea dello spettacolo teatrale ha trovato un punto di riferimento testuale tanto negli scritti di Rita, il diario e le lettere, quanto nel romanzo “Volevo nascere vento. Storia di Rita Atria che sfidò la mafia con Paolo Borsellino” di Andrea Gentile (Mondadori, 2014).

Ispirandosi liberamente a quei testi, Caratto ha costruito e messo in scena un dramma di grande delicatezza narrativa: su un palco improntato a una certa essenzialità scenografica – pochi arredi, più funzionali all’azione che decorativi –, la biografia della ragazza prende forma tra momenti corali, nei quali gli attori offrono squarci a più voci della sua quotidianità, e dialoghi a due: Rita e la madre, Rita e il fratello, Rita e Piera, Rita e Paolo, Rita e il suo fidanzato Gabriele, conosciuto ai Musei Vaticani quando aveva dovuto trasferirsi a Roma da Partanna, presso la casa della cognata. In questa ondivaga narrazione, all’intendimento dello spettatore giunge l’ambivalenza del vissuto della giovane, la cui stessa interpretazione è affidata a due attrici, le intense Manuela Marascio e Veronica Cinti: l’amore per il padre, don Vito, uomo rispettato nel paese, e i conflitti con la madre, i sogni infantili e da adolescente e la violenza della realtà che li deturpa, l’ignoranza nei confronti del “mostro”, come il Borsellino teatrale definirà Cosa nostra nei dialoghi con lei, e la lenta acquisizione della consapevolezza di quale fosse il contesto inquinato e violento in cui aveva vissuto.

La pièce non cerca il clamore, l’effetto a sorpresa, rifugge la lacrima facile e il colpo emotivo allo stomaco. Racconta una vita minore, dall’interno, ma le conferisce con sapienza i caratteri di un’epica quotidianità, soprattutto quando mostra, senza forzature, il passaggio dal clima omertoso famigliare alla relazione fiduciaria e aperta tra la “picciridda”, come Borsellino la chiamava, e il magistrato. I petali della giovane che voleva essere un fiore, così come recitano i primi dialoghi dello spettacolo, si srotolano verso la vita dinanzi al giudice, si aprono, acquisiscono forza e convinzione e trovano un ulteriore vigore nell’amore per Gabriele.

Dal palco è espunto ciò che accadde al di là della vita di Rita, ossia le conseguenze giudiziarie della sua scelta di campo. È bene tuttavia ricordare che tra il 5 novembre 1991, giorno in cui anziché andare a scuola si recò dal pubblico ministero di Sciacca, Morena Piazzi, per testimoniare contro il sistema criminale in cui viveva, e la strage di via d’Amelio, la ragazza consentì alla magistratura di arrestare decine di picciotti, accusati di traffico di droga, e di avviare un’indagine nei confronti del notabile DC Vincenzo Culicchia, ex sindaco del Paese ed ex deputato al Parlamento siciliano, per associazione mafiosa e omicidio. Per la cronaca, Culicchia fu prosciolto dall’accusa di omicidio e assolto da quella di associazione mafiosa. Nel suo diario, Rita aveva profeticamente annotato: «credo proprio che mai Culicchia andrà in galera, ha ucciso, rubato, truffato, ma mai nessuno riuscirà a trovare le prove».

Si ritorni, ora, sulla scena, una scena in cui i fatti accelerano tragicamente ed espellono a poco a poco dal palco il coro, focalizzandosi sulla sola Atria, ripudiata dalla madre: prima, la notizia della strage di Capaci, raccontata dalla voce fuori campo del Mentana televisivo che scuote il buio di scena, e poi quella di via d’Amelio, accolta con orrore da Rita e Piera Aiello quella domenica pomeriggio del 19 luglio 1992. Quello con Piera è l’ultimo dialogo della giovane, che, pochi giorni dopo, trasloca in un altro appartamento, in via Amelia, quasi un beffardo richiamo della sorte alla via in cui persero la vita Borsellino e la sua scorta. È dentro questo appartamento che la troviamo nella scena finale, un soliloquio lirico, nel quale il fiore dichiara che voleva nascere vento e soffiare su un mondo diverso, più giusto, soffiare su un’umanità non abbruttita dalla mafia, soffiare sino al cielo dove dimorano il padre, il fratello e lo zio Paolo. Rita si alza su una pedana, volta le spalle al pubblico, si fa vento e vola, nel precipizio, contro le rocce metaforiche di una violenza umana contro cui si schianta e che sembra destinata a rimanere immota, monolitica, insensibile ai sogni di un’adolescente rifiorita.

Poco prima di suicidarsi, gettandosi dal settimo piano di via Amelia, Rita scrisse una lettera, evocata nello spettacolo: «ora che è morto Borsellino, nessuno può capire che vuoto ha lasciato nella mia vita. Tutti hanno paura ma io l’unica cosa di cui ho paura è che lo Stato mafioso vincerà e quei poveri scemi che combattono contro i mulini a vento saranno uccisi (…) Borsellino, sei morto per ciò in cui tu credevi, ma io senza di te sono morta».

Proprio questo aspetto problematico, ossia la rocciosa e persistente vivacità delle mafie, la loro forse apparente inamovibilità e invincibilità, è stato uno dei temi affrontati sul palco al termine dell’applauditissimo spettacolo. Davanti al pubblico, tra cui trovavano posto alcuni studenti dell’Istituto “Agnelli” – eroici a loro modo per aver superato i disagi di una Torino abbondantemente innevata e gravata dalla mancanza, per sciopero, dei mezzi pubblici –, si è svolto infatti un breve dibattito, moderato dal giornalista freelance e documentarista Sante Altizio. Interlocutori di quest’ultimo sono stati Ferdinando Domé, figlio di Giovanni, custode dell’immobile in cui, nel dicembre 1969, avvenne la strage di viale Lazio a Palermo, che costò la vita al boss Michele Cavataio, il “Cobra”, e allo stesso incolpevole Giovanni; Carmen Duca, responsabile torinese del gruppo “Paolo Borsellino” del movimento delle Agende rosse; Maura Giannattasio, madrina dell’iniziativa serale; Ramona Boglino, referente provinciale di Libera Piemonte e, infine, il sottoscritto, in qualità di responsabile del progetto anti-mafia del liceo artistico statale torinese “Renato Cottini”.

Guidati da Altizio, i suoi interlocutori hanno raccontato le rispettive esperienze nell’ambito del contrasto alle mafie, quelle scolastiche e quelle legate all’associazionismo piemontese, ma anche, e soprattutto, quelle personali. Così ha fatto Domé, richiamando alla mente dell’uditorio un avvenimento di oltre cinquant’anni fa: l’irruzione negli uffici del costruttore Girolamo Moncada di un commando – composto, fra gli altri, da Provenzano, Riina, Calogero Bagarella – per eliminare Cavataio, reo di essersi “allargato” troppo e di aver scatenato la guerra tra le famiglie mafiose, e la morte, appunto, del padre Giovanni, a cui è stata restituita giustizia dopo cinquant’anni, oltre quella di un altro innocente, Salvatore Bevilacqua, presente in quegli uffici solo per chiedere uno stipendio che non arrivava.

Domé ha ricordato, soprattutto, la lunga e travagliata esperienza umana di chi, in modo del tutto involontario, si è trovato investito dalla violenza criminale e mafiosa, di chi ha dovuto ripulire l’immagine di un padre sporcata per anni dal sospetto che morire per mano mafiosa voglia dire essere a propria volta mafiosi, senza presunzione di innocenza. E Domé, davanti al moderatore che domandava se la mafia davvero sia, come sosteneva Falcone, un fenomeno umano destinato a finire come ogni fatto umano, ha risposto che, dal suo personale punto di vista, è possibile avversare Cosa nostra, è possibile ottenere giustizia, è possibile credere nello Stato. Una visione possibilista della lotta alle mafie condivisa, su quel palco, da Ramona Boglino, che ha fatto riferimento alle lotte di don Ciotti, ai beni confiscati alle mafie – la Cascina Belfiore in Piemonte rappresenta una vittoria di Libera contro il mandante dell’omicidio Caccia –, alla necessità dei gesti di ognuno per rispondere al fenomeno mafioso. Una prospettiva diversa dalla quale guardare al problema l’ha offerta Carmen Duca che, facendo riferimento alla strage di via d’Amelio, ha ricordato come furono mani dello Stato a prelevare dall’auto ancora fumante la borsa del magistrato contenente la famosa agenda rossa, il simbolo del movimento. Affine a questo è stato l’intervento dello scrivente, che ha osservato, riprendendo uno spunto problematico di Isaia Sales, come la solidità delle mafie abbia surclassato quella di altre organizzazioni che hanno contrapposto al monopolio della forza statale la loro volontà di potere (pirati, banditi, briganti) e che sono state definitivamente sconfitte. Allora, forse, il punto non è che finisca la mafia, ma ciò che le ha consentito di perdurare ben oltre la reale capacità dei mafiosi di reggere il conflitto contro lo Stato stesso.

Sopra ogni cosa, tuttavia, il punto è restituire una verità senza ombre a una giovane donna che ha avuto il coraggio di soffiare la propria verità così forte da spingere il suo paese a non presenziare al corteo funebre e la madre a prendere a martellate la sua fotografia sulla tomba di famiglia a Partanna pochi mesi dopo la sepoltura.


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