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Riflessioni su un paese difficile, l’Italia

Con il prof. Orecchia autore di un libro importante sulla storia del nostro paese abbiamo riflettuto sul passato, il presente e il futuro dell’Italia.
di Emanuele G. - martedì 15 novembre 2011 - 2061 letture

Mai libro ebbe titolo tanto azzeccato, "La Difficile Unità", poiché fotografa in maniera egregia una costante della nostra storia. La difficoltà di essere un paese unito, coeso e in grado di dare un senso alla sua identità più autentica.

Difficoltà viepiù aumentate a causa della crisi che sta mettendo a dura prova il nostro paese. Crisi che non è solo economica, bensì valoriale in quanto figlia di un relativismo morale che ne ha sabotato le architravi portanti.

Di questo e altro ne abbiamo discusso con il prof. Orecchia autore de "La Difficile Unità" recensito da noi qualche tempo fa.

Come mai "difficile unità"?

Il titolo è venuto da solo... ma vuole evidenziare – a differenza di quanto alcuni sostengono – che il processo che portò gli italiani per la prima volta al “vivere civile”, allo Stato-Nazione, non fu affatto semplice, e non cadde dall’alto per la volontà di espansione del Piemonte o per la genialità di Cavour: dietro ci fu un difficile e – appunto – lungo processo culturale e politico, che partì da condizioni, appunto, difficili. E il risultato non era certo scontato, anzi.

Presumo che certi problemi rimasti essenzialmente irrisolti già nell’ottocento abbiano determinato la situazione di presente difficoltà in cui si dibatte il nostro paese...

Lei entra subito nel dibattito di oggi, ma io non la metterei così. Il Risorgimento finisce con l’Unità e la nascita dello Stato nazione, di uno Stato che – per la prima volta – sottrae i cittadini a governi illiberali, anticostituzionali, in cui le moderne libertà (di stampa, di associazione, di parola) erano vietate. Mentre nel 1861, non a caso, si iniziava a parlare di res publica, di politica, del “bene comune” nelle botteghe, nei caffè, nelle farmacie di tutta la penisola. E non era poca cosa: il paese scopriva cioè il valore della libertà. Poi, altro discorso sono gli enormi problemi che il nuovo Stato aveva di fronte: la forma istituzionale (federalista o unitaria), il Mezzogiorno, i rapporti con la Chiesa. Quella classe dirigente li affrontò e provò a risolverli. Si possono discutere i risultati, ma sono passati centocinquanta anni e, per non fare che un esempio, il federalismo politicamente non è mai riuscito ad affermarsi come problema politico, ad avere un tale peso “politico” da imporsi: pensi al dibattito in Assemblea Costituente dopo la Seconda guerra mondiale. È un peccato forse (e noti che io sono federalista), ma non è colpa del “Risorgimento” se il nostro paese non è federale. E, per inciso, non sono affatto convinto che nel 1861 la scelta federalista fosse la più giusta.

Da quali esigenze nasce il suo libro?

Era un libro che avevo intenzione di scrivere da anni, e nasce dalla mia passione per il Risorgimento, che è un periodo affascinante, un romanzo pieno di colpi di scena, atti eroici, tradimenti, polemiche furibonde, scontri al limite del fratricidio. Un periodo nel quale la lotta politica vede contrapporsi valori e ideali “alti” che non possono non coinvolgerti, condotta da uomini, e da un ceto dirigente, straordinari.

Mi pare che il libro rifugga dalla solita agiografia sul Risorgimento prediligendo una lettura più complessa.

La ringrazio molto per questo giudizio. In effetti, pur tenendo in debita considerazione la storiografia, e soprattutto i testi fondamentali in materia, ho provato a scrivere un libro diverso.

Il Risorgimento, o per meglio dire il processo di unificazione del nostro paese, è stato un movimento di popolo oppure tutto è nato dall’idea di alcuni circoli intellettuali?

Il tema è, come sa, assai dibattuto. Certo i “patrioti” non erano quattro gatti come qualcuno sostiene. Ma io credo che la domanda da porsi sia diversa, e cioè quali fossero le basi di partenza del Risorgimento: nell’Italia preunitaria l’analfabetismo era altissimo, oltre il 75% su scala nazionale, con punte, come nel Regno delle Due Sicilie, dell’87% e in Sardegna dell’89%. A questo aggiunga la difficoltà della circolazione delle idee, cioè la censura. Eppure tra 300 e 600 mila persone di tutte le categorie sociali (studenti, professionisti, uomini di Chiesa, commercianti, nobili) si iscrissero alle società segrete (il che comportava, se scoperti, la pena di morte). E a leggere le cronache di Milano dopo le «5 giornate» o di Napoli all’arrivo di Garibaldi non si può negare un importante coinvolgimento popolare. I circoli intellettuali, poi, contribuirono a diffondere l’idea di Patria e di libertà attraverso la loro opera. Comunque, alla fine, ogni “rottura” storica è guidata da una minoranza, ma ciò non significa che poi non possa diventare patrimonio di tutti, e che le idee di fondo non siano già condivise da una parte ampia della popolazione, considerando sempre il 75% di analfabetismo.

Il nostro Risorgimento richiamava ad ideali e principi universali, ma come mai è andato sviluppandosi ponendo l’accento su particolarità localistiche?

Il Risorgimento ha alla sua base i concetti di Indipendenza e di Libertà, negati ovviamente dagli antichi Stati dinastici. Ma la peculiarità della Penisola erano (e sono) le “cento città”: come scriveva Cattaneo nel 1858 la città era – ed è ancora, a mio parere – “il principio ideale delle istorie italiane”, il filo conduttore per comprendere il paese. Io resto convinto che l’attaccamento alla propria “terra” – così tipico lungo tutta la penisola – sia stato un elemento di forza per l’idea di Nazione, poiché una cosa non esclude l’altra, anzi la rafforza.

Se il processo di unità è stato irto di asperità ciò - forse - lo si deve allo Stato Sabaudo che si è comportato alla stregua di una potenza coloniale? Opinione da condividere oppure da confutare?

Come sa, una vasta parte della storiografia ha a lungo denunciato la “conquista regia”, la volontà di “piemontesizzazione” della penisola, la politica del “carciofo”. Ma... il Piemonte dopo il 1848 era l’unico Stato con una costituzione che garantiva la libertà di stampa, di parola, di associazione; l’unico con un Parlamento rappresentativo (votava il circa il 2%, ma anche negli altri Stati europei “liberali” non è che la percentuale fosse molto più alta). E nel Parlamento di Torino sedevano anche esponenti della classe dirigente di tutta Italia, compresi quelli del Regno delle Due Sicilie, che erano stati costretti e fuggire, ad andare in esilio per non finire in galera o alla forca: mentre in Piemonte potevano farsi eleggere in Parlamento. Una bella differenza, no? Detto questo, naturalmente, il processo e l’azione del Regno di Sardegna non è esente da critiche, come sottolineo nel libro, poiché la volontà di uniformare cancellò anche esperienze più evolute. Ma, infine, cosa poteva fare quella classe dirigente (ripeto: non esclusivamente piemontese!) quando si trovò di fronte l’ostilità del papa e dei Borboni? Le scelte e le soluzioni furono anche terribili in certi casi, ma “costruire” una nazione non è un’impresa facile: ricordiamoci che mentre in Italia esplode il brigantaggio, negli Stati Uniti scoppia la guerra di secessione.

Quando è sorta, a suo giudizio, la contrapposizione fra Nord e Sud? Non le pare grottesco questo diffuso vittimismo sia al Nord che al Sud?

Lei coglie bene il grande tema su cui si dibatte da sempre. Nel libro sottolineo non per caso i dati di partenza tra le diverse aree della penisola. Il malgoverno del Mezzogiorno e i danni che ha provocato non possono essere messi in discussione (anche se a fini strumentali ed elettoralistici oggi qualcuno li nega), ma come mai, allora, nessuno denuncia l’abisso che distingueva le città dalle campagne, anche nel Nord? Questo vittimismo – come Lei afferma – non è solo grottesco, ma è soprattutto insopportabile, poiché è la chiara dimostrazione dell’incapacità di una ampia parte della classe dirigente ad affrontare i problemi del Paese. Una classe dirigente che, appunto, troppo spesso si rifugia nei luoghi comuni e nella demagogia.

Non crede che noi tutti dovremmo pagare il nostro debito di riconoscenza nei confronti di tutti quegli uomini e quelle donne che hanno combattuto a costo della loro vita per rendere l’Italia una nazione?

Senza alcun dubbio. Faccio mio quanto diversi anni fa scrisse Rosario Romeo: i patrioti del Risorgimento sovente non riuscirono a capire le ragioni degli avversari, ma furono disposti a affrontare sacrifici e a dare anche la vita perché erano convinti di lottare per la causa del progresso, dell’innalzamento civile e della dignità di tutti gli italiani.

Come fare per sentirci tutti italiani? Non crede che il dare troppa importanza ai localismi sia una delle ragioni per cui siamo deboli al presente? Le differenze sono, d’accordo, un veicolo straordinario di dinamismo ma alla fine possono rappresentare un handicap...

Chi frequenta gli Stati Uniti sa bene – ad esempio – cosa pensino gli abitanti del Mississippi di quelli della California, o cosa pensino quelli del New England, di Boston, nei confronti degli abitanti del “South”, dell’Alabama. E non sono certo reciproci giudizi positivi. Eppure si sentono tutti americani, sempre, non solo nei momenti di crisi. Ecco, le differenze non si devono tradurre nella difesa chiusa e ottusa di ipotetiche ed improbabili “piccole patrie”: le differenze sono a mio parere, sempre (e sottolineo sempre) sintomo di vivacità e di ricchezza. Lei, infine, mi chiede come fare per sentirci tutti italiani. Beh, io ritengo veramente che il problema sia quasi del tutto superato e le spiego il perché: prendiamo l’Italia degli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento, l’Italia della grande migrazione da Sud a Nord. Quegli emigrati incontrarono non poche difficoltà ad ambientarsi nelle città e nei paesi del Nord, tra ostracismi, incomprensioni reciproche e sovente “usi e costumi” che apparivano differenti. Pensi alla Torino della Fiat. Benissimo, ma oggi, una sola generazione dopo, i figli di quegli emigrati si sposano con i figli dei torinesi, dei veneti e dei milanesi. È bastata UNA sola generazione: se questo non è essere italiani…

Quale la lezione più importante che il Risorgimento ha consegnato alle generazioni successive?

Le eredità del Risorgimento sono molte, ma una – a mio parere – si eleva sopra tutte: la scoperta della «libertà» quale strumento di opposizione politica, e di conseguenza l’esperienza costituzionale come espressione tangibile della «libertà» stessa e delle istituzioni rappresentative: lo scrisse Cavour verso la fine del 1860: “io credo che con un Parlamento si possano fare parecchie cose che sarebbero impossibili per un potere assoluto ... la via parlamentare è più lunga, ma più sicura”.

L’Italia è in ambasce... Da dove iniziare per ritrovare un senso comune alla nostra storia?

Indro Montanelli affermava che il popolo italiano era quello più ignorante della propria storia. Ora, io credo che la base di partenza sia proprio nell’iniziare a ristudiare la nostra storia, che è meravigliosa e drammatica allo stesso tempo: non è un caso se – come ha sottolineato Giuseppe Galasso – sin da circa il mille e duecento anche sui documenti comparve il nuovo nome degli abitanti della penisola: gli “italiani”.

La storia...questa ragazzetta poverella che cerca di farci capire il senso dei valori che abbiamo in comune, ma è cacciata via senza pietà perché divorati dal "particulare". Un mostro capace di tenerci sotto scacco da secoli. Quando ce ne libereremo per addivenire alla felice condizione di Nazione?


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