La Winehouse se n’è andata a 27 anni, come Hendrix, come la Joplin, come Morrison, come Brian Jones dei Rolling Stones. Come Kurt Kobain dei Nirvana. Chissà se si tratta solo di una spiacevole coincidenza.
Ieri abbiamo appreso, non senza rammarico, della scomparsa della cantante britannica Amy Winehouse. La notizia diciamo pure non è che ci abbia lasciato interdetti. Il Crack solitamente (una forma di cocaina già pronta a base libera) non lascia scampo. Solo questione di tempo. Peggio è se questo tempo lo si passa da soli, senza l’appoggio di nessuno.
Quando sei una "rockstar" diventi automaticamente una macchina da soldi, Amy Winehouse era una di queste, una prorompente voce che in brevissimo tempo ha attirato a sè l’attenzione dell’intero mondo musicale e gli applausi dell’intelighenzia che di solito non lo contraddistingue. Assieme a questi aggiungerei le sanguisughe che l’hanno lasciata fare, quelli che hanno assistito indifferenti alla sua autodistruzione. In compagnia di molti, dicevo, ma la immagino piuttosto sola.
Le cifre del suo successo? Un milione e mezzo di copie vendute con il suo primo Cd Frank (2003) e ben 10.000.000 di copie vendute di un capolavoro assoluto del blues & soul da consegnare ai posteri quale Back to Black (2006). Un talento puro come la Sarah Vaughan che l’ha ispirata anni fà quando ascoltando i suoi dischi jazz rimase stregata dalla sua voce. Anche lei un anima dannata.
Ma questa è un altra storia.
La Winehouse se n’è andata a 27 anni, come Hendrix, come la Joplin, come Morrison, come Brian Jones dei Rolling Stones. Come Kurt Kobain dei Nirvana. Chissà se si tratta solo di una spiacevole coincidenza. Ma non è questo il motivo che mi spinge a ricordarla con questo breve tributo.
In tempi in cui le rockstar vengono sfornate come plastici prodotti di marketing Amy lascia l’esempio di che cos’è un genio. Di che cosa dev’essere capace di fare una cantante, con estrema eleganza e naturalezza sul palco ed in qualunque situazione, un pò come George Best o Paul Gascoigne in un campo di calcio (e non nei pub), suoi concittadini britannici (anche se Best era Irlandese rimane legato alla storia del Manchester e del calcio inglese).
Della sregolatezza che se l’è portata via non ho molto da dire.
La sregolatezza alimenta il mito, la morte lo consacra elevandolo a leggenda.
Raggiunge così nell’olimpo degli dei i suoi illustri predecessori scomparsi a 27 anni. Purtroppo.
Non vorrei passare per proibizionista, non è mai stato il mio ruolo quello.
Quel che mi fa arrabbiare in questa triste vicenda della Wiinehouse è l’aver dissipato in un attimo un talento enorme, e in tutto questo c’è chi ha assistito indifferente, si sà: i maledetti sono una autentica miniera d’oro sia in "vitae" che in "mortem".
Quindi non alludo minimamente nè soldi nè ai dischi d’oro.
Punto solo il dito contro chi ha lasciato che andasse a schiantarsi come un treno in corsa contro una montagna, e sputerei volentieri in faccia a chi ha avuto la fortuna di incontrare un talento così puro e cristallino lungo la propria strada, mangiando alla sua corte, condividendone successi, gioie e bagordi, e non averlo saputo difendere dalle intemperie del proprio male di vivere.