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Ricordando Maricica Hahaianu


Lavorava per salvare la vita agli altri e noi non siamo riusciti a salvare la sua
venerdì 15 ottobre 2010, di Emanuele G. - 728 letture

Le immagini dell’aggressione che ha causato la morte dell’infermiera rumena Maricica Hahaianu sono raggelanti.

Pochi fotogrammi.

Il diverbio. Alcuni spintoni. Infine, il pugno. Maricica Hahaianu cade a terra.

Immagini che stringono il cuore perché ci fa capire quanto sia tragicamente banale la morte ai giorni nostri. Ci vuole nulla. Un caso fortuito accende una concatenazione di azioni e comportamenti. E il passo verso il non ritorno si compie. E’ un diapason esile e fragile. Come l’equilibrio fra la corda civile e della pazzia in Pirandello. Viviamo, e moriamo, per attuare un disegno divino o per scommessa? La diatriba fra Calvino e Pascal non si è ancora sopita.

Il risultato della banale tragicità del caso è purtroppo un’altra violenta morte. Ce ne sono troppe da un paio di anni a questa parte. O è stato così da sempre? Una persona che un instante prima era viva. Un instante dopo ha oltrepassato la soglia che divide la vita dalla morte. Ogni morte è sempre una perdita per l’intera umanità. Importa il CHI MUORE e non COME E’ MORTO. Il mondo oggi ha assistito a un’altra dipartita. Quando uno muore tutti noi ci sentiamo più poveri. E’ un sentimento naturale. Oserei dire innato nell’animo umano fin dagli albori del mondo.

Un delitto a sfondo razziale o, per lo meno, dove l’elemento razzista è predominante? Non lo credo. Anzi lo escludo in maniera categorica. Certamente fenomeni di crescente attrito fra chi è autoctono e chi viene da fuori sono in preoccupante aumento. Contribuiscono a rendere l’atmosfera più opprimente. Più ricca di paura. Ma non è solo questo. Da qualche lustro, con il crollo delle ideologie consoltorie, si è rotto in noi qualcosa. Siamo meno disposti verso gli altri. Non accogliamo. Preferiamo rompere. Dividerci. Creare steccati. Con quale risultato? Che viviamo in una società frantumata e dove la "pietas" sembra un extracomunitario in eterna fuga. Il razzismo, no, non c’entra. C’entra, invece, un sentire diffuso di estremizzazione della società in cui viviamo. Predomina l’intolleranza. L’aggressività. Il non riconoscere nell’altro un nostro fratello.

Maricica Hahaianu era un’infermiera professionale. Aiutava tutti noi a salvarsi se eravamo in pericolo di vita. Orbene, nessuno è riuscito a salvarla. La vita è un devastante paradosso. Ne riusciremo a comprendere il senso? Lo dobbiamo perché rischiamo di perderci in una spirale di non ritorno. Quella della violenza per caso. La peggiore. La più triste. La più maledetta.

Nota a cura di,

Dr. Emanuele Gentile

Responsabile del Centro Studi Est Europa

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