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Riapre il processo per l’assassinio di Emmett Till

Sono passati 50 anni, e si torna a parlare di un delitto, commesso nel Profondo Sud degli Stati Uniti.
di Redazione - mercoledì 9 giugno 2004 - 4950 letture

"Accadde nel Mississippi non molto tempo fa
Quando un ragazzo di Chicago
Arrivò in una casa del Sud
Me la ricordo bene quella orribile tragedia
Il colore della sua pelle era nero
E il suo nome era Emmett Till"
(Bob Dylan, The Death of Emmett Till,1962)

Faceva caldo quella notte di agosto del 1955 nella cittadina di Money nel Mississippi sulle rive del fiume Tallahatchire. Emmett dormiva nello stesso letto con il cuginetto che aveva la sua età e la finestra al piano terra della casa di contadini era aperta per fare entrare un po’ di aria. Era arrivato qualche giorno prima da Chicago con la madre per fare visita ai parenti che erano rimasti nel profondo Sud della Cotton Belt, le sterminate pianure del delta del Mississippi dove da secoli i neri coltivavano il cotone per i bianchi. Emmett era fiero di venire dal Nord progredito e industriale, a 14 anni si sentiva un uomo, indossava una camicia bianca e una cravatta nera, ma sotto il cappello allegramente reclinato sulla nuca i grandi occhi tondi e le labbra infantili erano ancora quelli di un bambino. Quel pomeriggio, sembra, aveva fatto lo spiritoso nello spaccio del paese di proprietà di un bianco, aveva fatto un apprezzamento su una donna bianca, forse le aveva fischiato.

La finestra era aperta e nel cuore della notte due uomini scavalcarono il davanzale e entrarono nella stanza di Emmett, lo trascinarono fuori, lo picchiarono selvaggiamente, gli cavarono gli occhi e gli spararono un colpo nella nuca; poi gli legarono un ventilatore ai piedi con il filo spinato perché il corpo non galleggiasse e lo gettarono nel fiume.

Tre giorni dopo Emmett fu ritrovato nella melma della riva, sfigurato. Al funerale la madre volle che la bara fosse lasciata aperta perché tutti vedessero cosa avevano fatto al suo ragazzo. Ci fu un processo. Un bracciante nero testimoniò di avere visto due uomini entrare in casa e li riconobbe nell’aula del tribunale, ma fu minacciato di morte, per poco linciato e dovette lasciare il paese. La giuria tutta composta da bianchi assolse i due imputati che, qualche settimana dopo, rilasciarono un’intervista alla rivista Look vantandosi dell’omicidio.

L’assassinio di Emmett Till non fu un evento unico. Nel profondo Sud della segregazione razziale il linciaggio di neri (legale fino alla fine degli anni ’30) per punirli di colpe vere o presunte, per lo più a sfondo sessuale, fu una pratica frequente fino alla metà degli anni ’60 (del Novecento!). Ma quando Emmett venne ucciso il movimento per i diritti civili, le organizzazioni dei neri, si battevano ormai da anni contro l’ingiustizia e la segregazione razziale; la sensibilità dell’opinione pubblica, soprattutto al Nord, era cambiata e la brutalità, la gratuità dell’assassinio di questo ragazzo fecero immenso scalpore.

Solo l’anno prima, nel 1954, la Corte Suprema degli Stati Uniti aveva emesso la famosa sentenza Brown in cui aveva dichiarato incostituzionale la segregazione nelle scuole. Ma il pregiudizio, il razzismo e la violenza dominavano ancora (e domineranno a lungo) la vita sociale nel Sud del paese e nelle grandi città del Nord.

In questi giorni, in cui si celebra la liberazione di Roma da parte dell’esercito americano, forse toglierebbe un po’ di retorica all’evento ricordare che quell’esercito di liberatori era segregato, come del resto lo era all’epoca larga parte della vita sociale: lo sport, il pubblico impiego, la scuola, le università, le chiese, ecc. - e che solo nel 1948 il presidente Truman abolì la segregazione razziale nelle forze armate e tra i dipendenti pubblici civili.

Emmett è morto 50 anni fa, ma il razzismo non è finito negli Stati Uniti d’America. Le leggi lo vietano, ma il 60 per cento dei neri in America sono oggi sotto la soglia della povertà e il 30 per cento dei ragazzi dell’età di Emmett o poco più grandi sono in carcere (dove i neri costituiscono la metà della popolazione carceraria). Dopo anni di politiche sconsiderate, di tagli alla sanità, all’assistenza sociale, ai programmi di recupero e di risanamento dei centri urbani, nella società americana ci si incomincia a rendere conto di quanto ancora la discriminazione razziale operi in profondità e la renda una società profondamente divisa ed ingiusta.

Emmett è morto e i suoi assassini non sono mai stati puniti. Oggi tuttavia, a seguito di due film inchiesta che coraggiosamente hanno scavato nel passato raccogliendo nuove testimonianze e vincendo la resistenza, anche tra i neri, di chi non vuole risvegliare antichi fantasmi, forse il caso sarà riaperto. Il Ministero della giustizia, l’FBI e il procuratore della contea hanno annunciato che verranno fatto nuove indagini e che saranno interrogati nuovi testimoni (almeno dieci) che hanno partecipato o assistito all’omicidio. Probabilmente alla fine nessuno sarà condannato, perché il reato di omicidio ormai è prescritto; i due principali indiziati di assassinio sono morti e anche la mamma di Emmett è morta e molta gente vuole solo dimenticare. Ma è giusto che si sappia cosa avvenne quella notte e cosa fu fatto, e da chi, a quel ragazzo dagli occhi dolci di bambino che era arrivato dal Nord pensando di vivere in un paese democratico.


L’articolo di Stefano Rizzo è stato pubblicato da www.aprileonline.info

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