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Recuperiamo il futuro - il centro storico come risorsa - Documento e video della serata.

PREMESSA RIFLESSA - PERCHE’ SALVARE IL CENTRO STORICO DI LENTINI - QUALE CENTRO? RI-VEDERE PER VALORIZZARE - Conferenza - dibattito venerdì 7 febbraio a Lentini c/o locali ex AIAS, organizzato dal movimento politico culturale Rinnovamento per il Territorio
di Giuseppe Castiglia - venerdì 7 febbraio 2014 - 3205 letture

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RECUPERIAMO IL FUTURO Il centro storico come risorsa

PREMESSA RIFLESSA

Da qualche tempo in città, seppur in assenza di un "luogo" deputato ed opportuno quale potrebbe essere l’Urban Center, si torna a parlare di revisione del Piano Regolatore Generale (P.R.G.). Già in passato il nostro gruppo ha richiesto all’Amministrazione Comunale l’istituzione di questo "centro di ascolto" della città, dove le diverse forze politiche, culturali, civiche potessero avere e dare contezza non solo dello status quo ma anche, e soprattutto, delle nuove progettazioni in atto quali, ad esempio, la riqualificazione delle piazze Duomo ed Umberto, la via di fuga di San Paolo, la riqualificazione del colle Tirone, il restauro dei locali della biblioteca, l’adeguamento antisismico di palazzo Scammacca, la nuova destinazione d’uso di palazzo Beneventano, etc. etc. etc. La mancata istituzione dell’Urban Center vieta, così, la luminosità e l’arieggiamento di un dibattito pubblico in cui Amministrazione e cittadini possano confrontarsi a campo aperto ai fini di una dialogica salubre che, con poco, potrebbe già alzare il tono qualitativo dell’abitare civile in un confronto delle parti e dei partiti, capace, di per sé, di creare nuovi stili, metodologie e prassi dell’incontro urbano dove la parola, che è il più antico legame civile, possa trovare ampia visibilità ed una sua comoda ed agevole logistica.

Ma qui, il sottolineare l’assenza di questo "strumento dialogico", quale potrebbe essere appunto l’Urban Center, non vuol rappresentare solo l’ennesimo lamento per uno dei tanti atti mancati di questa come delle precedenti Amministrazioni, ma sta a significare qualcosa di più grande nell’ambito della fenomenologia cittadina che, in una sorta di gioco degli specchi, da una parte denota la perdita di intelligenza progettuale del passato, presente e futuro della città dà parte delle istituzioni civiche e dall’altra, per contrappunto, causa pure quella smemoratezza civile degli abitanti che, in assenza di punti di riferimento e di raccolta, frantuma la mente locale nell’incolto individualismo di perimetri ed orizzonti sempre più ristretti, caratterizzati da una sorta di miopia culturale incapace di rigenerare il tessuto e la vocazione tessile della trama urbana.

Fuor di metafora, se dovessimo dire in quale stato versa la città, non possiamo non constatare che lo sviluppo urbanistico degli ultimi decenni in direzione nord non solo segna il passo e si blocca nell’invenduto, ma ormai mostra tutti i limiti di un modello di crescita della città conclusosi in una delusione generalizzata dei principi ispiratori di quella stessa crescita, tutta fondata sull’invenzione commerciale della centralità delle periferie e sulla promessa fallace di incremento demografico e quindi di nuova domanda di edificazione. Delusione che di fatto si trasforma nelle forme dell’abitare negativo, cioè di luoghi che frequentiamo ma non amiamo, in totale assenza di intelligenza affettiva per cui, in città, gli abitanti dei diversi quartieri, vecchi e nuovi, vivono in una sorta di catalessi collettiva senza riuscire a darsi una mano e neppure una spinta, né ad emergere dalla mente di piombo. Stiamo parlando di una crisi civica, culturale, politica, il cui sentimento affonda nella città tutta e l’affossa nell’assenza di prospettive, bloccati come siamo tra perdita di memoria e mancanza di futuro: il maggior costo lo pagano i giovani. Il linguaggio economicistico, tutto fatto di numeri, tabelle e percentuali, oggi egemone nell’ambito della retorica mediatica, ce la racconta sotto il facile ombrello della "crisi economica", come una sorta di fatalità ineluttabile. In effetti, queste logiche di "sviluppo", affidate solo alle promesse di modernizzazione del mercato, tutte fondate sul miraggio dell’espansione esogena del consumo di terra, di aria, di acqua, di paesaggio e di patrimonio culturale e civile, ci hanno come fatto salire a bordo di un nastro trasportatore eterodiretto, che doveva portarci lontano dentro le televisioni del benessere alienato dalla radice locale.

Ci rendiamo conto che non tutti la pensano come noi ma, al di là della possibile parzialità del nostro vedere, sta di fatto che il meccanismo di questo nastro trasportatore si è inceppato assieme al motore della sua eterogenesi, inceppo aggravato dal fatto che si stanno pure esaurendo le fonti monetarie del suo carburante.

Di fronte all’impoverimento della città tutta, di fronte all’impoverimento progressivo dell’edilizia, dell’agricoltura, dell’artigianato, del commercio e del terziario, ci ritroviamo fermi in una dinamica di autoconsunzione delle ultime risorse del pubblico impiego, all’interno di una progressiva marginalizzazione del nostro territorio che, pur in un contesto interessante, in preda all’angoscia da blocco, non riesce più ad individuare possibili vie d’uscita se non inseguendo le miracolistiche illusioni delle ricche Varianti urbanistiche. Sicché o stiamo fermi ad aspettare, in mezzo alla strada, che passi di nuovo la corriera dello sviluppo lineare o ci diamo da fare nell’elaborazione di altri strumenti culturali, politici, economici che siano capaci di trasformare la nostra marginalità in ipotesi di transizione verso i modelli e le culture delle economie circolari che pensano il benessere come capacità di autopoiesi, cioè di riadattamento e rigenerazione degli scarti territoriali, a partire da una diversa consapevolezza culturale che, re individuando i meccanismi interni di una morfogenetica del "Genio dei Luoghi", riesca a vedere ciò che prima non è stato visto.

Dicendo questo, e non per slancio idealistico, vogliamo semplicemente dire che non ci può essere transizione ad altro se la trasformazione territoriale manca di cultura. La cultura è il primo bene comune e il primo bene culturale siamo noi stessi, i cittadini, i nostri passi, i nostri stili di vita, le nostre idee. Allora, con una diversa consapevolezza di noi stessi, di là dall’attuale debolezza, la forza delle mani può essere il lievito madre di un’altra operatività che sappia coltivare a frumento e costruire il forno del pane di domani, senza tradire i cocci delle diete archeologiche del passato, così intimi alle parti più antiche della città, da sempre avvezze all’uso e al riuso di ogni pur minima risorsa, materiale ed immateriale. Se c’è cultura i cittadini, che adesso non sono niente possono essere, in una rinnovata alleanza civica, una potenza fatta di fede e di forza che può determinare squarci di realtà che al momento non esistono. La metafora alimentare è esemplificativa di quanto qui vogliamo dire. Perché il cibo che consumiamo a Lentini non può essere prodotto nel nostro territorio? Perché non possiamo avere politiche di alleanza culturale fra produttori e consumatori capaci di determinare spazi autonomi di economia locale e mercato locale? Il principio è proprio questo, noi abbiamo terra per produrre cibo materiale e cultura locale, che sono le basi necessarie e sufficienti per trasformarci da consumatori di realtà in produttori di realtà. Che cosa dobbiamo fare, dunque?

Dobbiamo ripensarci, ripensare al nostro "esserci" in questo mondo a partire dalla radice locale, in definitiva dobbiamo ripensare le modalità del nostro abitare, la nostra cultura abitativa, dobbiamo ripensare la città, l’immagine della città. Darci luoghi e strumenti per la ’revisione" delle nostre ricchezze e delle nostre povertà e fra quelle ricchezze e quelle povertà gettare i ponti di nuove relazioni ai finì di una rinnovata tessitura urbana che riunifichi ciò che è sparso e cola via dagli strappi delle "ferite territoriali" che hanno caratterizzato gli ultimi decenni: la solitudine rattoppata del parco archeologico, il degrado del patrimonio culturale ed edilizio degli antichi quartieri contigui alla città sepolta, la canalizzazione delle aree sportive, il colabrodo della zona industriale ed artigianale, la sfilacciatura delle zone di nuova residenzialità nonché la mancata diversificazione della monocoltura agrumicola.

Tutte "isole" senza remi né timoni progettuali che galleggiano sul moto refluo del non darsi pensiero. Proprio a partire da queste smagliature dell’intelligenza della trama urbana, la revisione del P.R.G. potrebbe essere uno strumento fondamentale di quella autoproduzione del fare mente locale ai fini della revisione culturale del corpo fisico della nuda città, ma utile anche per foggiare nuovi abiti, abitudini, abitare non lontani da una politica della bellezza che trovi nel riuso, nel restauro, nel recupero il potenziale di una diversa ricchezza non consumistica né smemorata, ma sapiente e provvidente di quella circolarità intelligente che prima di buttare via le ossa morte delle occasioni perdute le interroga per vedere se sene possano fare bottoni per le asole del futuro. Se non vogliamo perdere quest’ulteriore occasione, la revisione del P.R.G. non può essere, quindi, solo pura tecnicalità funzionalista del "raccordo" ma teoria e prassi di una metodologia congeniale della rinascita urbana. Nelle pagine a seguire, vogliamo dare un nostro contributo al dibattito civico che ci auspichiamo il progetto di revisione del P.R.G. saprà destare in città come motore animistico del suo risveglio. Volgeremo la nostra attenzione soprattutto alle problematiche del cosiddetto "centro storico" che, secondo noi, ben si offrono come esemplarità, proprio a partire da quel cuore dimenticato, di quella metodologia del recupero urbano, e della sua radice rurale, che ispira la nostra visione di una Lentini come città in transizione verso una nuova fisionomia di reinvenzione identitaria della nostra vocazionalità territoriale.

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RECUPERIAMO IL FUTURO

PERCHE’ SALVARE IL CENTRO STORICO DI LENTINI

L’eccezionalità del luogo non trova il proprio criterio di riconoscimento nella sola dimensione fisica dello spazio; la storia della sua architettura, la cultura del popolo che si rapporta con l’organismo urbano e lo carica di significati simbolici sono elementi meritevoli di tutela e conservazione da cui l’intervento su una preesistenza può trarre regole per reinventare e adeguare al presente ciò che esiste da tempo immemorabile. Progettare, in questo caso, vuoi dire far apparire e rappresentare questa storia, togliere il superfluo per svelare le significatività che connotano il luogo, indipendentemente dalle velleità di chi vi opera.

Oggi parlare di risorse culturali e di problematiche ambientali suscita come una vena di fastidio, trattare dei limiti di politiche territoriali che da anni danneggiano il paesaggio fisico che ci circonda produce rari ravvedimenti. Ma intanto rigorosi studi di carattere ambientale ed ecologico espongono, con dati verificabili, le criticità che ci affliggono e tracciano gli scenari futuri che, definiti catastrofici, sono illuminanti sulla necessità di cambiare paradigma prima che sia troppo tardi. Favorire il recupero del costruito esistente e promuovere la difesa e valorizzazione del centro storico sono strategie riconosciute universalmente per rallentare l’espansione della città a macchia d’olio, ridurre il consumo del suolo, promuovere la ristrutturazione e la riqualificazione estetica ed energetica al suo interno, recuperando aree dismesse e degradate.

L’obiettivo prioritario di una comunità, allora, diviene curare e accrescere la propria resilienza, al fine di garantire un accettabile livello di vita e, in futuro, scongiurare barbarie umane e calamità naturali. Una pianificazione urbanistica acquista un significato sostenibile se sceglie come obiettivo primario non lo sviluppo economico tout court ma la qualità della vita, del paesaggio e delle relazioni umane, se segue una metodologia d’intervento che consente di raggiungere soluzioni ai problemi specifici della città e del suo territorio. Nulla si può fare per la tutela dei centri storici senza il contributo di coloro che vi abitano.

È ormai acquisita, all’interno della cultura architettonica italiana, la consapevolezza che tutto il patrimonio edilizio esistente, inteso come risorsa da non sprecare, utile ad innescare meccanismi contro gli abusi perpetrati sul territorio, meriti le buone pratiche di riqualificazione e di riuso. Ampliare l’ambito di interesse dell’intervento sulle preesistenze significa includere beni edilizi e spazi urbani minori c/o realizzati in un passato non remoto, un’architettura che non gode di un’ampia letteratura e metodologie adeguate e, incompresa nei suoi caratteri, rimane spesso esclusa dal recupero e dal restauro filologico; inoltre la mancanza di una cultura manutentiva e le confusioni concettuali in ambito legislativo rendono molte volte fallimentari le attività che restituiscono qualità agli edifici, esponendoli al rischio di abbandono e degrado.

Le vicende del centro storico di Lentini sono emblematiche di quelle di un territorio in cui monumenti, manufatti emergenti e architetture minori, che la cultura urbana antica ha conservato per secoli con amorevole cura, sono minacciati e danneggiati dall’incuria e dalla sconsideratezza di chi non è in grado di percepire il valore di queste risorse, di chi non ha coscienza delle conseguenze di lungo periodo della perdita irreversibile di ciò che dà carattere ad una città. È un caso sintomatico di una realtà territoriale che non conosce, in modo diffuso, la cultura del recupero delle risorse preesistenti che rappresentano l’identità di una comunità e la bellezza del luogo a cui appartengono.

Attraversando i quartieri del centro storico di Lentini è possibile osservare le copiose testimonianze di una tradizione artigianale locale che connotava tutti i manufatti architettonici. L’individuazione dei caratteri che permangono e la metodologia di rielaborazione dei dati acquisiti in vista del recupero sono momenti di un percorso articolato e complesso rivolto al recupero e alla tutela dell’identità del luogo urbano. Questa operazione si configura come momento centrale nell’intero processo di rinascita. Recepire notizie sui caratteri costruttivi, materici, dimensionali, conoscere i livelli prestazionali che ancora l’organismo edilizio c/o urbano offre e le istanze espresse dall’utenza sono azioni che devono essere soddisfatte per decidere quale intervento operare nel centro storico di Lentini. Qui, oggi, è presente una qualità non risolta, spazi indecisi da un punto di vista dell’uso, della manutenzione e della valorizzazione con chiari segnali di abbandono per mancanza di servizi e attrezzature adeguati a nuovi standard di abitabilità.

Le conseguenze dell’esodo dei cittadini lentinesi verso quartieri più recenti, per il miraggio di nuovo benessere, dovrebbero essere evidenti a tutti: un desolante aspetto del territorio di cui si continua a fare scempio e violenza, un ambiente senz’anima in cui si vive male e che genera inevitabilmente patologie sociali e un centro storico che continua, nonostante tutto, a raccontare, a chi ha strumenti per ascoltare, la sua storia e della gente che vi abita; suscita a chi ha consapevolezza del suo valore rispetto, venerazione e curiosità, a chi non ne comprende il significato desiderio di distruzione per ciò che è decrepito.

In quanto tessuto urbano consolidato, il centro storico di Lentini appare ricercare un ruolo più competitivo e un rilancio urbano senza rinunciare alla dimensione del passato e all’identità del luogo, valori necessari per fuggire le tentazioni imposte dalla globalizzazione del mercato. Si tratta di un patrimonio costruito che può rappresentare una risorsa per tutta la città: per i cittadini che vivono lontano dal cuore di Lentini, in quartieri senza carattere e spazi di relazione; per i residenti che, volendo soddisfare nuove esigenze abitative, hanno operato secondo ragioni e convenienze individuali, senza alcuna guida e controllo, con improvvisazione e soluzioni inadeguate; per l’ambiente, contro il suo consumo scellerato, contro una cementificazione che oggi non ha motivo di essere, contro ogni logica speculativa che è frutto di un’involuzione culturale da combattere urgentemente con gli strumenti adeguati che il Paese possiede: la Costituzione (artt. 9 e 117) e la sensibilità di quanti capiscono che è più saggio attuare politiche di cura del paesaggio, delle città, della qualità della vita.

Nel caso del patrimonio edilizio esistente è compito del progetto di recupero svelare quali segni concretizzino l’identità del luogo osservato, interpretare quei brevi frammenti che ancora hanno da raccontare qualcosa e chiedono di essere ascoltati con strumenti deboli che sappiano guardare piccolo tra le cose, prescindano da verità assolute e procedano dall’individuazione delle caratteristiche dell’esistente verso un’elaborazione progettuale rispettosa della sua identità.

Il legame che intercorre tra progetto e recupero suggerisce di definire quest’ultimo come un insieme di procedimenti, di decisioni ed azioni, applicato a tutto il sistema insediativo, volto a cogliere dalle preesistenze le potenzialità latenti e capace di ricreare probabili esistenze future, traendo dal quotidiano fondamento ed attualità.

Le azioni che interessano il patrimonio edilizio esistente sono varie e oscillano fra la conservazione e la trasformazione, fra il restauro e la nuova costruzione. Il progetto di recupero, quindi, deve essere capace di dosare i due elementi: sulla base della storia e della consistenza dell’oggetto dell’intervento, decidendo caso per caso, si orienterà il progetto verso attività conservative (manutenzione) o verso attività trasformative (riqualificazione), assumendo sempre come punto di partenza ciò che già esiste, il manufatto, il contesto in cui è inserito, le prestazioni ancora in essere e le esigenze espresse, valutando costi e benefici culturali ed economici, interessi pubblici oltre che privati, collettivi oltre che individuali. Per capire se occorre recuperare un edificio o parti di esso occorre conoscerlo attraverso un’analisi strutturale, un rilievo geometrico, una descrizione della tipologia edilizia e delle condizioni di benessere ambientale. Qualsiasi strategia d’intervento adottata deve derivare dall’individuazione delle caratteristiche e delle prestazioni dell’esistente, secondo la comprensione delle regole del mutamento rispettose della qualità in essere.

Nel dibattito attuale la disciplina del recupero ha il ruolo strategico di governare le trasformazioni che investono tutto l’ambiente costruito, inteso come risorsa disponibile e la tecnologia è diventata un irrinunciabile strumento per intervenire sul patrimonio edilizio ed urbano, attraverso gli strumenti della diagnostica e le tecniche di intervento, e per governare e gestire correttamente l’iter progettuale che, per la complessità dei problemi che pone, coinvolge progettisti, strutturisti, impiantisti, esperti dei materiali e delle costruzioni, della storia dell’architettura e dell’urbanistica.

Il progetto di recupero delle preesistenze è identificato con un processo iterativo, in cui la fase di decisione è orientata ed arricchita dalla conoscenza e dall’informazione. E’ chiaro che proprio perché il recupero opera su realtà in continuo divenire, la sua definizione non può dirsi completa ed esaustiva perché continuamente in fieri e specchio dei momenti storici, culturali, sociali ed economici in cui il recupero si attua. Gli ambiti operativi del recupero sono molto ampi e diversi tra loro, la complessità di questi può dare luogo ad eventi e processi conflittuali ma il recupero impone un grande sforzo concettuale ed operativo perché l’intervento sulle testimonianze del passato non segni la loro distruzione.

QUALE CENTRO? RI-VEDERE PER VALORIZZARE

Assodata la ricucitura delle lacerazioni urbane quale obiettivo del nuovo piano e definito il recupero come metodologia operativa generale e primaria, per la periferia come per il centro storico, seppur nelle necessarie distinzioni tecnico-operative, si rende necessaria una rilettura storica della conformazione morfologico-evolutiva dell’aggregato urbano, con particolare attenzione alla definizione stessa e perimetrazione del centro storico, rimuovendo quelle incrostazioni culturali, tradotte in cecità normativa, che hanno escluso finora dalla tutela e valorizzazione il nucleo urbano originario della città di Lentini, abbandonai-idolo al degrado e ad incaute manipolazioni ed alterazioni.

Il vigente P.R.G. (vigente ma non più attuale) definisce quali zone "A", ovvero zone" comprendenti le parti del territorio comunale interessate da agglomerati o complessi urbani, architettonici, ambientali, aventi caratteristiche specifiche, d’insieme o d’impianto d’interesse storico o naturale" (art. 30 Norme Tecniche di Attuazione), un’ampia porzione dai margini irregolari di natura pressoché concentrica attorno al fulcro ideale di Piazza Duomo e Piazza Umberto I. Questa porzione così definita, corrispondente all’edificato rappresentato nelle prime cartografie aerofotogrammetriche (si veda la carta I.G.M. del 1926), ed erroneamente ricalcata nei recente Piano Paesaggistico, è riconducibile ad un modello di crescita urbana, comune a molte città italiane ed europee di pianura, importato acriticamente all’interno del piano in oggetto, come se la crescita e l’espansione urbana a Lentini si fossero determinate da una emanazione radiale attorno alla piazza ed al duomo. In realtà tale modello si pone in netto contrasto con la realtà locale e la conoscenza storica, rinnegando di fatto il modello evolutivo reale, radio-eccentrico, principalmente monodirezionale in un rotolamento a valle dal Colle Metapiccola, a Sud-Est, scendendo verso la pianura, a Nord-Ovest, che ha nel Castellaccio (Castrum Vetus) e nella sua propaggine urbana del colle Tirone e del quartiere Roggio, il suo reale nocciolo in un abbraccio che muove da lì nella concavità definita dallo sfocio, a destra dalla valle Ruccia, a sinistra dalla valle S. Mauro, punto di vista privilegiato sull’edificato sottostante dal belvedere oggi mortificato.

Tali luoghi sono i luoghi della persistenza, del costruire e ricostruire in situ attorno ad un esteso agglomerato primitivo rupestre, oggi ancora del tutto celato ed incompreso, un sistema complesso che nasconde al suo interno innumerevoli tesori e testimonianze artistiche di assoluta rilevanza (la Chiesa di San Giuliano, le Grotte del Crocifisso e del Cristo Biondo, l’oratorio di Santa Lucia, la grotta della Solitudine, la grotta delle palle e tante altre grotte dall’uso abitativo e produttivo) e che rappresenta l’anello di congiunzione culturale e materiale tra la città attuale e la città dei primordi, la città greca; una rete di giardini segreti, di canali cisterne e pozzi, di antri e locali ipogei dalle molteplici destinazioni che si insinua fin sotto le abitazioni, nelle terrazze fluviali tra le vie S.Francesco d’Assisi e Paradiso, Flavio Gioia, Costa, Bricinna, S. Paolo, Del Progresso, Lanfranco, piazza Duomo e le vie Tiziano, Bosco Cappuccio, F.11i Bandiera fino alla Valle S. Margherita da un lato e al Porrazzetto dall’altro.

A tutela del patrimonio rupestre andranno individuati specifici strumenti di studio e di tutela che superino i limiti strutturali dei comuni piani che agiscono nelle logiche di un costruito visibile, in rilevato; inoltre occorrerà riconquistare la consapevolezza identitaria e la ricchezza del patrimonio rupestre considerandolo non più isolato e problematico ma come parte di un sistema più esteso e complesso che include il territorio extraurbano e che va letto all’interno di una prassi insediativa colta e consapevole, di un sistema che accomuna Lentini a molte realtà degli iblei, che già da tempo hanno saputo comprenderlo e valorizzarlo.

Il riconoscimento di tale macroscopico errore interpretativo è elemento chiave per la ricostruzione dell’immagine e dell’identità urbana di questa città; riassegnare a quei luoghi la loro naturale centralità è il primo tassello per una revisione globale del sistema città che parta dall’individuazione delle invarianti costruttive della città di Lentini e del suo territorio, delle sue peculiarità insediative, urbane e rurali; occorrerà effettuare un lavoro, tecnico e culturale, di ricostruzione della memoria collettiva propedeutico al rilancio di quei quartieri e con essi dell’intera città. Del resto, sottrarli alla zona "B" significa porli sotto la tutela di un piano e di un manuale di recupero (i cui tempi di redazione ed applicazione dovranno essere certi e celeri) che ne definiscano chiaramente le valenze tipologico-costruttive e che ne individuino gli interventi di conservazione e le potenzialità di trasformazione.

Immediatamente necessaria appare quindi un’azione coordinata che agisca dal recupero urbano, dei quartieri, dei comparti, al recupero edilizio, definendo i margini per un adeguamento dimensionale e tipologico degli immobili ai contemporanei standard funzionali (residenziali e commerciali) insieme ad un adeguamento sismico ed energetico.

Attraverso gli interventi urbani si dovrà mirare, contemporaneamente, a garantire, all’interno degli stessi quartieri, una dotazione minima ma indispensabile, dei servizi (parcheggi, aree a verde, scuole, uffici e spazi pubblici), recuperando gli scompensi attuali dovuti ad una collocazione centrifuga e marginale con una concentrazione (attualmente fittizia perché non realizzata) dei servizi nelle aree all’interno delle zone di espansione.

Altro elemento da attenzionare sarà il polo monumentale intorno alla Chiesa della SS. Trinità e S. Marziano attorno alla quale vi è una concentrazione di complessi pubblici e privati, di proprietà e gestione differenti (il Palazzo Beneventano e la "sibba", l’ex ospedale, l’ex scuola Monastero, l’ex convento delle Orsoline, l’ex convento dei Cappuccini), la cui destinazione d’uso va considerata complessivamente e strategicamente nella generazione di un polo culturale ad alta attrattività.

RI perimetrare il centro storico, quindi, restringendone l’estensione (estromettendo criticamente porzioni di recente edificazione e di impianto moderno) e spostandone il baricentro, ripristinando, per contiguità e per relazioni, il legame della città storica con la zona archeologica (da potenziare con l’attivazione di un vero e proprio parco, attivo e fruibile) riconnettendola alle proprie origini, concertando con la Soprintendenza l’analoga revisione all’interno del Piano di sua competenza (intervento necessario soprattutto alla luce dell’applicazione delle circolari ARTA n. 2 e 3 del 2000, con le quali si sottrae ai comuni la perimetrazione dei centri storici). E’ da rilevare, come già accennato, a tal proposito, che la perimetrazione del centro storico di Lentini, compiuta col Piano Paesaggistico, rinnovi la grave esclusione del quartiere Roggio e delle parti liminari a margine del quartiere S. Paolo sia dall’area del centro storico sia dall’area di interesse archeologico, creando così delle zone bianche cuscinetto di cesura. Recuperare il centro storico come descritto permetterà una sua rivitalizzazione, con l’uso e la manutenzione continui, una rivalutazione e re immissione dell’ingente patrimonio edilizio esistente nel mercato immobiliare oggi statico, un rilancio dell’immagine globale della città riassegnandole il molo di attrattore culturale e turistico costruito sulla valorizzazione delle risorse ambientali e dell’ingente patrimonio storico-artistico ed archeologico messo a sistema in un programma più ampio (che preveda quindi progetti di promozione e di fruizione, di animazione culturale e di accoglienza), dall’alto potenziale finora inespresso, vera e propria via di fuga economica per l’intero territorio.

Non è impossibile immaginare, infatti, in questa visione, che i quartieri di S. Paolo, del Roggio e di S. Maria Vecchia, recuperati attraverso un mix funzionale che ne garantisca una continuità d’uso, con l’immissione di piccole attività commerciali c/o artigianali di prossimità (anche attraverso una politica di incentivi e sgravi fiscali), pur mantenendo preminentemente la loro destinazione residenziale originaria, possano rispondere ai bisogni di allocazione di nuove attività ricettive, di natura diffusa, e diventare luoghi di percorrenza privilegiati per l’accesso e la fruizione delle aree del Castellaccio e del Parco Archeologico.

Occorrerà quindi lavorare sulla qualità del costruito, piuttosto che sulla moltiplicazione esponenziale della quantità, persino demolire dove utile e necessario (si pensi alle superfetazioni, alle sopraelevazioni incontrollate e non finite degli anni ’50-’70), per un recupero del decoro urbano e per i! ripristino della consapevolezza locale. Con tali interventi sarà comunque possibile rispondere al soddisfacimento del fabbisogno abitativo, interno ed esterno, in antitesi all’espansione ingiustificata e strumentale, nelle condizioni di trend demografico attuali, ed in accordo con l’orientamento culturale e normativo nazionale che mira al blocco del consumo di suolo, a salvaguardia del territorio e dell’ambiente.

Documento tratto dal Movimento politico-culturale ’Rinnovamento per il Territorio’ Lentini -


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