Realismo e idealismo secondo Henry Bergson



mercoledì 27 luglio 2005, di Pina La Villa - 2242 letture

Realismo e idealismo secondo Henry Bergson

“...noi non vediamo le cose stesse, ci limitiamo, il più delle volte, a leggere le etichette incollate su di esse. Questa tendenza, che scaturisce dal bisogno, si è maggiormente accentuata sotto l’influenza del linguaggio[...] E non solo gli oggetti esterni, ma anche i nostri stessi stati d’animo si sottraggono a noi in ciò che hanno di intimo, di personale, di originalmente vissuto.

Quando proviamo amore o odio, quando ci sentiamo felici o tristi, è proprio il nostro stesso sentimento che giunge alla coscienza con le mille sfumature fugaci e le mille risonanze profonde che ne fanno qualcosa di assolutamente nostro? Se così fosse, noi tutti saremmo romanzieri, poeti, musicisti. Ma il più delle volte, del nostro stato d’animo non percepiamo che la manifestazione esteriore. Dei nostri sentimenti non cogliamo che l’aspetto impersonale, quello che il linguaggio ha potuto classificare una volta per tutte, essendo all’incirca lo stesso, nelle stesse condizioni, per utti gli uomini. Così, persino in noi, l’individualità ci sfugge. Noi ci muoviamo tra generalità e simboli, come in un campo chiuso in cui la nostra forza si misura utilmente con altre forze; e affascinati dall’azione, attratti da essa, per il nostro bene, sul terreno da lei scelto, viviamo in una zona intermedia tra le cose e noi, esteriormente alle cose, esperiormente persino a noi stessi.

Ma di tanto in tanto, per distrazione, la natura crea delle anime più distaccate dalla vita. Non parlo di quel distacco voluto, ragionato, sistematico, che è opera di riflessione e di filosofia. Parlo di un distacco naturale, innato nella struttura del senso o della coscienza, e che si manifesta sin dall’inizio in un modo quasi virginale di vedere, di sentire o di pensare. Se tale distacco fosse completo, se l’anima non aderisse più all’azione con nessuna delle sue percezioni, essa sarebbe l’anima di un artista quale il mondo non ha ancora veduto. Eccellerebbe in tutte le arti contemporaneamente, o piuttosto le fonderebbe tutte in una sola. Percepirebbe tutte le cose nella loro purezza originale, le forme, i colori e i suoni del mondo materiale così come i più sottili movimenti della vita interiore. Ma sarebbe pretendere troppo dalla natura. Per quelli tra noi che essa ha fatto nascere artisti, è solo accidentalmente e da un unico lato che ha sollevato il velo. Solo in una direzione ha dimenticato di collegare la percezione al bisogno. E poiché ogni direzione corrisponde a quel che noi chiamiamo un senso, è con uno solo dei suoi sensi, e unicamente con questo, che l’artista è generalmente votato all’arte. Di qui, all’origine, la diversità tra le arti. [...]

Così, che sia pittura, scultura, poesia o musica, l’arte ha come unico obiettivo l’eliminazione dei simboli utili praticamente, delle generalità convenzionalmente e socialmente accettate, di tutto ciò, insomma, che ci maschera la realtà, per metterci faccia a faccia con la realtà stessa.

E’ da un malinteso su questo punto che è nato il dibattito tra i realismo e l’idealismo nell’arte. L’arte non è certamente che una visione più diretta della realtà. Ma questa purezza di percezione implica una rottura con la convenzione utile, un innato e specificamente localizzato disinteresse del senso o della coscienza, e infine una certa immaterialità di vita, quel che è sempre stato tacciato di idealismo. Per cui si potrebbe dire, senza giocare in alcun modo con il senso delle parole, che il realismo sta nell’opera come l’idealismo sta nell’anima, e che solo a forza di idealità si riprende il contatto con la realtà”

Henry Bergson, Essai sur le rire, 1900

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