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Ràmuci vessu: diamoci da fare per la nuova Storia

A partire dal manifesto di Carlo Ruta: La storia cambi passo. Proposta di un manifesto per l’innovazione della conoscenza storica.
di Sergej - mercoledì 27 gennaio 2021 - 636 letture

Dibattito sulla storia : il manifesto di Carlo Ruta e la discussione in Europa e oltre. - 1 ed. - Ragusa. Edizioni di storia e studi sociali, 2020. - 205 p., [5] : br. ; 21 cm. - (Società e storia ; 2). - ISBN 978-88-99168-49-0.

Con saggi di: Carlo Ruta, Pamela Kyle Crosley, Peter Burke, Clemente Marconi, Jean Guilaine, Carlo Sini, Michel F. Feldkamp, Vincenzo Guarrasi, Sébastien Nadot, Giuseppe Varnier, Alberto Cazzella, Giorgio Manzi, Giorgio Chinnici, Sandra Origone, Luigi Loreto, Roberto Cipriani, Simona Marchesini, Liborio Dibattista, Salvatore Perri, François Dosse.


Il romanzo è la storia degli uomini, e la storia il romanzo dei re (Alphonse Daudet)

1.

Per chi si occupa di storia della scienza e di storia della tecnologia - io nel mio mio piccolo con la webology -, credo che il Manifesto di Carlo Ruta sfondi una porta aperta anche se non scontata. Non possiamo che dirci d’accordo e aderire appieno alle posizioni di Ruta, e a quanti stanno partecipando alla discussione culturale, pubblica, non accademica o ristretta ad ambiti accademici: anche questo, vorrei sottolineare, un mutamento di paradigma non secondario. Per generazione non proveniamo da posizioni precostituitamente anti-accademiche. All’unicità dell’accademia come luogo della ricerca, dello studio, dello status sociale - e dunque come luogo unico di battaglia, da rifiutare in toto o da sovvertire con spirito da “presa della Bastiglia” - negli anni abbiamo visto la diversificazione e la moltiplicazione dei luoghi della ricerca, e dei modi di fare ricerca - oltre che divulgazione e comunicazione sui risultati delle ricerche. Un po’ meno nell’attardata Italia, in maniera più vistosa altrove. Nello stesso tempo, anche all’interno dell’accademia, il superamento di forme chiuse (o, peggio, di degenerazioni baronali) e l’apertura - volenti o nolenti - al contesto internazionale - hanno reso più flessibile la struttura. Oggi mai tanti ricercatori italiani stanno partecipando a progetti internazionali, sia nella forma del trasferimento all’estero che nella forma di compartecipazione a progetti o di progetti finanziati da fondi esteri. Nella maggiore dinamicità e interattività il pericolo ora semmai è sull’altro fronte: l’appiattimento al “pensiero unico” dominante a livello internazionale (parte della cultura globalista, ma ora non sul fronte economico ma su quello tecnologico, scientifico e culturale), la tentazione dell’eliminazione delle nicchie e della varietà genetica, gli ecosistemi culturali indipendenti in nome di una nuova (ennesima) “modernità” superiore.

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Copertina del saggio Dibattito sulla storia - Il manifesto di Carlo Ruta e la discussione in Europa e oltre

In realtà il rinnovamento sugli studi storici per istanze provenienti dagli sviluppi tecnologici e scientifici è sempre stato presente. A ondate, perché a ondate le “rivoluzioni” scientifiche si sono succedute nel tempo. Da Geymonat e Lucio Russo e a Carlo Sini non siamo all’anno zero anche se il predominio retorico ha avuto più campo. Le ricadute di fisica e biologia in archeologia sono solo gli inizi quasi accidentali di un utilizzo che potrebbe essere ben più profondo, specifico e impattante, fin qui limitato se non altro dal fatto che per ora non sono creati strumenti specifici per questo settore ma si utilizzano strumenti utilizzati (e finanziati) in altri settori d’origine (da quelli militari ai prodotti delle scienze astronomiche o provenienti dall’industria, dalle scienze dei materiali).

Qualche anno fa mi è capitato di leggere il libro di William Noel e Reviel Netz, “Il codice perduto di Archimede” [1]. Grazie al finanziamento di un ricco privato, fu possibile per i ricercatori utilizzare un particolare tipo di rilevatore e ovviare così al problema della delicatezza del supporto e della labilità delle tracce di scrittura residuate sul palinsesto.

Oggi ci troviamo all’interno di questa rivoluzione (o cambiamento) che abbiamo chiamato “digitale”, e necessariamente anche i campi di studio tradizionale non possono non risentire di tale mutamento.

La possibilità di procedere lungo due modalità apparenti:

- l’utilizzo strumentale dell’innovazione tecnica all’interno del lavoro di studio; con benefici di solito quantomeno sugli aspetti di “comodità” nel lavoro che viene svolto - si pensi a cosa significa passare dall’uso di una vasta manodopera armata di picconi e pale a mezzi meccanici per sbancare spazi occupati da sabbia o terra, all’epoca della “rivoluzione tecnologica” precedente;

- circuitare idee e approcci diversi, punti di vista diversi, per far nascere qualcosa di nuovo o “vedere” cose che non si aveva la possibilità di vedere prima. E qui gli effetti delle diverse “rivoluzioni scientifiche” hanno dato i maggiori frutti nel tempo, cambiando nel profondo la nostra stessa cultura.

Immersi nel più generale brodo primordiale della nostra contemporaneità, fatta di mass media e di social network, subiamo le influenze della nostra cultura più che mai multiforme e caratterizzata da una velocità accentuata di mutamento. L’allungamento della vita ci permette di sperimentare “epoche” diverse che si succedono, e in cui ci troviamo a interagire. Nel settore informatico il passaggio dai grandi calcolatori da laboratorio (frutto delle hard science), alle macchine d’ufficio (a partire dagli anni Sessanta, l’elettronica che si affaccia a diventare “di consumo” in parallelo alla nascita della nuova civiltà del consumo) fino alla diffusione nelle case e come estensione del corpo (la civiltà dei PC e il social networking dei telefonini).

Le nuove modalità di connessione (di qui la network science [2]) e la digitalizzazione (big data e Artificial intelligence per utilizzare la gran quantità di dati e farne strumento predittivo) hanno già ora un impatto strumentale su chi “fa storia”. Chi saprà utilizzare il flusso e lo saprà piegare finalizzandolo, determinerà una svolta epocale anche nel settore storico.

2.

Storia delle classi dominanti, storia dei ceti dominanti, storia dei sessi e delle etnie dominanti. La “storia” tout court è stata di volta in volta bollata, nel corso degli ultimi decenni, del “marchio d’infamia” che di volta in volta una “controstoria” ha rivendicato in alternativa. Storia e controstoria, storia e revisione. Gli anni Sessanta e Settanta in Italia sono stati particolarmente proficui soprattutto per le intenzioni sociali di una storiografia che provava ad allargare la “visione”. Per un certo periodo anche, in concomitanza con l’idea progressista: l’idea di storia che si nutriva dei punti di vista altri per rafforzarsi e compiersi nella sua mission di storia unitaria. Poi, il venir meno dell’impianto progressista, l’esplodere delle storie diverse e altre, portate avanti dalle minoranze ora emancipate - con i loro corifei (gli storici di vario filone e di varie generazioni, pur all’interno di una stessa minoranza emancipata o in desiderio di emancipazione). Gender studies e cultural studies sono solo gli ultimi propaggini di questo (apparente) ambaradan. In mezzo: le storie “alternative”, quelle “complottiste”, quelle “negazioniste”: un proliferare di filoni che riflette la perdita della centralità e dell’unicità del pensiero “occidentale”. Nel frattempo, la decadenza e l’immiserimento degli studi storici in alcune accademie colpite dai tagli di bilancio statali e dalle sovvenzioni pubbliche tradizionali; la perdita della funzione tradizionale di “storia ufficiale” collegata a uno Stato in buona salute. L’emergere delle storiografie neo-nazionaliste dei nuovi Paesi emergenti (Cina soprattutto; in minor misura India, Paesi africani con il revanscismo del new black power). Mentre là dove gli Stati hanno continuato a resistere, collegati a una potenza e una funzione militare - le ricadute indirette degli investimenti nel settore scientifico che hanno permesso persino nel campo degli studi storici di poter disporre delle briciole del progresso scientifico e tecnologico in atto.

Si tratta di briciole appunto, utilizzi indiretti di acquisizioni provenienti da altri settori: oltre che dall’informatica, dall’astrofisica, dalla scienza dei materiali, dal settore delle ricerche petrolifere a quello militare ecc_. Così l’utilizzo del georadar, dei droni per la scansione aerofotogrammetrica, persino di Google Earth, il GIS [3] per la georeferenziazione dei dati archeologici; e ancora la spettrofotometria, la fotografia digitale e la scansione e stampa 3D, le indagini mineralogiche archeometriche isotopiche, l’uso dei puntatori laser per la lettura dei pigmenti, la microtomografia a raggi X... La lista è davvero molto lunga e solo limitandosi al settore archeologico.

E la rivoluzione digitale, le possibilità di comunicare, trasmettere informazioni, e dunque anche documenti - via email, nei formati digitali. La digitalizzazione di alcune biblioteche (dal progetto Gutenberg e Manuzio/LiberLiber, fino a Google Books), alcuni progetti di “musei digitali”. I forum e i gruppi di discussione online; i siti in cui è possibile pubblicare le anteprime delle ricerche (come Academia.edu [4]), o dare e avere notizie (come Fasti online [5]). La possibilità di velocizzare la trasmissione dei saperi, e la democratizzazione che la Rete ha consentito.

E l’uso di nuovi strumenti della fisica e della biologia, nuovi metodi che incidono sulla datazione di alcune tipologie di reperti (purtroppo non ancora i manufatti di pietra...); o che consentono di accedere ai manufatti senza dover per forza intervenire direttamente - con il sistema predatorio tradizionale: l’archeologia è figlia del colonialismo e della razzia delle risorse naturali, una concezione predatoria delle risorse che prevede il trasferimento dal Sud al Nord, dalle miniere/scavi archeologici alle farm/museo delle capitali dell’Occidente bianco ed europocentrico.

E, ancora, con l’enfasi propagandistica che viene posta, nel caso delle comunicazioni pubbliche su nuove scoperte o riscontri, che quella scoperta è stata possibile "grazie" all’utilizzo di tecniche avanzatissime, perché è dal fronte tecnologico che provengono i finanziamenti "che contano"; il pubblico sembra prestare attenzione solo quando c’è di mezzo una qualche tecnica scientifica particolarmente innovativa o avanzata; il settore umanistico della storia sente dentro di sé ancora forte un senso di minorità culturale rispetto al tempo presente e deve puntellare la scoperta con la sottolineatura che "persino la storia" sa utilizzare mezzi tecnologici di punta...

Certamente il settore archeologico si è trovato sul fronte parzialmente più avanzato di questa “rivoluzione” tecnologica e probabilmente anche per questo proviene proprio da qui - dalla faglia di confine tra archeologia e uno studioso non accademico come Carlo Ruta - il “Manifesto” che prova a agitare delle acque altrimenti impaludate o in altre faccende affaccendate.

Il sistema della ricerca storica ha in Italia alcune caratteristiche particolari che probabilmente consentirebbero ancora qualche risultato valido persino per il mondo “scientifico” internazionale. L’impianto storicistico, tra Hegel Croce e Gentile, tra positivismo e marxismo, ha prodotto una impostazione che differenzia la “scuola” italiana da quella anglosassone. La perdita di tenuta di alcuni filoni culturali negli ultimi decenni (dopo il 1989) certamente ha inciso sulla “macchina accademica”. La perdita del senso - il “perché” si insegna -, ha riportato in auge la deriva accademica e baronale: le vicende dell’Università di Catania [6], non risolte; e lo stato di gran parte delle Università del Meridione testimoniano una deriva complessiva che è connessa anche alla perdita e alla mancanza di direzione della “testa” governativa: se a livello di Stato non sappiamo cosa farne di queste università e della relativa massa di studenti, cosa possiamo pretendere dai loro docenti? La bislacca modernizzazione tentata e malamente applicata, della “privatizzazione” delle strutture - in mancanza poi di un ceto imprenditoriale vero e non formato dalla tradizionale congrega di famiglie e salotti che tutto sanno fare tranne che imprenditoria e capitalismo. Con il risultato che lo Stato in Italia continua a essere l’unico erogatore di investimenti nella ricerca, mentre i privati sono assenti. E meno male perché se i privati sono gli esponenti del capitalismo amorale, velleitario e familistico italiano (tanto per usare etichette immediatamente riconoscibili dai nostri lettori, non necessariamente corrispondenti alla realtà che è ben più miserevole) anche quel poco di ricerca che si fa in Italia sarebbe stata vampirizzata.

Nel frattempo la modernizzazione procede a macchia di leopardo. Il rischio è che tutto rimanga senza progetto e nella casualità. Una struttura priva di progetto si muove da ubriaca, il filo che collega la trasmissione dei saperi maestro-allievo si perdono, la tentazione è quella del “si salvi chi può” o “futti futti ca u signuri aiuta tutti”. Debolezze private e pubbliche reminiscenze di virtù di facciata.

3.

Nella temperie globalista per controreazione ha ripreso consistenza la storia locale. Nell’ambito dei filoni legati alle rivendicazioni etniche, identitarie, sessuali ecc_ il filone localista trova nuovo vigore. Nel doppio fronte: storia del luogo, storia del paesaggio, storia del territorio; e storia del borgo, alla ricerca dei confini complicati che implicano l’uso di termini quantomeno complessi come “comunità” o “città”. Su Youtube così è possibile vedere il video dell’incontro tra Barbero e alcuni esponenti neoborbonici; i video di divulgatori di storie ipotetiche e virtuali, e di ideologie localistiche imbarazzanti: dai neo-nazi ai neo-celtici. E tutte le gradazioni possibili di autonomisti.

E i Paesi ex colonizzati reclamano a gran voce la restituzione dei reperti che hanno trovato posto nei musei dei Paesi coloniali.

La storia è il tentativo di interpretare dei fatti che accadono nel tempo. Solo che poi con il tempo la modernità ha problemi non indifferenti. Già Henri Bergson diceva che “il tempo è un’invenzione, o è niente del tutto” (L’evoluzione creatrice). Ma cosa succede quando la fisica non solo riduce il tempo a una dimensione, ma arriva a negarne la realtà? Si pensi ai fortunati pamphlet alto-divulgativi di Carlo Rovelli o di Guido Tonelli… [7]

In una società globalizzata, all’interno del turbocapitalismo e del capitalismo della sorveglianza [8], che spazio ha la storia - cosa significa fare storia e interagire nella comunità di autori/lettori? E cosa vuol dire, nel dominio del paradigma marketinghesco e politico dello storyteller (uno dei più devastanti concetti di distruzione messo in campo negli ultimi anni), “fare storia”?

In una società multiculturale e multietnica esistono mille “storie” e mille “tipi di storia” diverse? “Ogni storia” è legittima? Cosa “legittima” e chi? E per reazione: solo se detieni lo scettro dell’appartenenza a quella determinata etnia o sesso o ideologia puoi fare storia, che gli "altri" non si permettano di mettere becco?

Chi fa storia si trova così davanti a ulteriori serie di problemi che la complessità del mondo attuale ci pone.

In realtà noi non sappiamo cosa nascerà dalla rivoluzione (o dal cambiamento) in atto. Se una nuova “nuova storia” [9] o una “scienza della storia”, o una “più vecchia del cucco” nonostante tutte le nostre possibilità. Sappiamo solo che in ogni caso “siamo nel flusso” e che necessariamente dovremo adottare dei cambiamenti, e che questi cambiamenti saranno condizionati dai nostri strumenti oltre che dalle nostre conoscenze. Conoscenze che dovranno fare i conti con dati e impostazioni provenienti da altre discipline - sia esse tecniche o scientifiche, e da ambiti e settori oggi ritenuti lontanissimi: o non ancora esistenti. Ma il punto determinante sarà se, in questo processo, saremo soggetti deboli e passivi o, come ci invita Ruta "ràmuci vessu", a darci da fare, a essere soggetti attivi e ben determinati di un pensiero complesso e connesso.


Si ringrazia Giovanna Corradini, Raffaella D’Amico, Italo Giordano per indicazioni suggerimenti suggestioni e affetto.


[1] Il codice perduto di Archimede : La storia di un libro ritrovato e dei suoi segreti matematici / Reviel Netz, William Noel ; traduzione di Carlo Capararo, Daniele Didero. - Milano : RCS Libri, 2013. - 424 p., [VIII], br. ; 19,8 cm. - (BUR Saggi). - Tit.orig.: The Archimede’s Codex. - ISBN 978-88-17-02226-2.

[2] Vedi: La vita è tutto un link, Intervista a Santo Fortunato, coautore di A First Course in Network Science, edito da Cambridge University Press, 2020.

[3] Geographic Information System = sistemi informativi geografici. Fondamentale al riguardo il software open source QGis nato nel 2002 grazie all’intuizione di Gary Sherman.

[4] Academia.edu è un sito web dedicato alla condivisione di scritti, prevalentemente di natura scientifica. È stato lanciato nel settembre 2008, su iniziativa di Richard Price.

[5] Il sito di Fastionline è un progetto dell’Associazione Internazionale di Archeologia Classica (AIAC) e del Centro per lo studio dell’Italia antica dell’Università del Texas ad Austin (CSAI).

[6] Nel giugno 2019 lo scandalo dei concorsi truccati. Vedi Girodivite.

[7] Proseguendo i fortunati libri di Richard Feynman a partire da: Sei pezzi facili / Richard P. Feynman ; traduzione di Laura Servidei. - Milano : Adelphi, 2004 ; 6° ediz.. - 224 p., br. ; 18 cm. - (Piccola Biblioteca Adelphi ; 450). - Tit.orig.: Six easy pieces. - ISBN 88-459-1551-4. - Per Carlo Rovelli: Sette brevi lezioni di fisica / Carlo Rovelli. - Milano : Adelphi, 2015 ; 6° edizione. - 88 p., [IV], br. ; 17,8 cm. - (Piccola biblioteca Adelphi ; 666). - ISBN 978-88-459-2925-0. - L’ordine del tempo / Carlo Rovelli. - Milano : Adelphi, 2017 ; prima edizione. - 207 p., [V], br. ; 17,8 cm. - (Piccola Biblioteca Adelphi ; 705). - ISBN 978-88-459-3192-5. - Helgoland / Carlo Rovelli. - 1 ed. - Milano : Adelphi, 2020. - 227 p., [7] : br. ; 18 cm. - (Piccola biblioteca Adelphi ; 756). - ISBN 978-88-459-3505-3. - Per Guido Tonelli: Genesi : Il grande racconto delle origini / Guido Tonelli. - Milano : Feltrinelli, 2019. - 219 p., [5] : br ; 22 cm. - (Varia Feltrinelli). - ISBN 978-88-07-49254-9.

[8] Il capitalismo della sorveglianza : Il futuro dell’umanità nell’era dei nuovi poteri / Shoshana Zuboff ; traduzione di Paolo Bassotti. - 1 ed. - Roma : LUISS University press, 2019. - 622 p., [6] : br. ; 21,4 cm. - (Pensiero libero). - Tit.orig.: The age of surveillance capitalism. The fight for a human future at the new frontier of power. - ISBN 978-88-6105-409-7.

[9] La nouvelle histoire era il titolo del famoso saggio-presentazione di Jacques Le Goff che ha tanto influenzato la mia generazione: “”Da una ventina d’anni si assiste a un profondo rinnovamento del mondo scientifico”, scriveva il famoso esponente degli Annales, “Non solo la maggior parte delle scienze si evolvono con quel ritmo accelerato che è proprio della storia contemporanea, ma va rapidamente mutando anche la scansione del sapere” (La nuova storia / a cura di Jacques Le Goff. - Milano : Arnoldo Mondadori, 1980, p. 9). - E di Nuova alleanza parlava Prigogine in un suo saggio famoso, Einaudi 1981... anche questo un autore e un saggio che hanno significato molto per la mia generazione.


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