Un problema storico, lontano dall’essere risolto, che ha come punto di partenza Catania ma, è radicato in tutta la nostra nazione, a sud come a nord: il pizzo
Catania. Questo articolo è diviso in due parti. Nella prima vi presentiamo una storia verosimile, che nei tempi e nei modi descritti ricalca, da vicino, la realtà dei fatti. La seconda parte, invece, riporta dei dati, informazioni diffuse da Confesercenti Sicilia a fine 2005, e sono esemplificativi della situazione narrata nel racconto. Attraverso questo racconto, sarà nostro compito quello di gridare, forte, che questo fenomeno esiste, che è diffuso e che deve essere combattuto in modo più efficace. È un problema storico, lontano dall’essere risolto, che ha come punto di partenza Catania ma, è radicato in tutta la nostra nazione, a sud come a nord.
Racconti di Sicilia
Dario, come ogni mattina, da dieci anni a questa parte, si alza presto. Va in cucina e si prepara una frettolosa colazione. Vive con i suoi genitori, titolari di un piccolo negozio di generi alimentari. Prende la macchina è va ad alzare la serranda del suo esercizio commerciale, sono appena trascorse le vacanze natalizie, e Catania sembra ancora sonnecchiante.
Il turno di Dario è estenuante: dalle 7 alle 14, e poi dalle 16.30 alle 21. Così da dieci anni, da quando ha finito la scuola dell’obbligo. Adesso Dario ha trent’anni. Le giornate sono sempre le stesse, scandite, regolari, dalle attività del suo lavoro: vende verdura, bevande, articoli per la casa, e molti piccoli generi alimentari. Guadagna il giusto, il necessario per tirare avanti.
Sempre a Catania, c’è Marco, anche lui ha trent’anni e anche lui, come Dario, vive con i suoi. Non ha mai terminato la scuola dell’obbligo, e non ha un lavoro fisso. A volte si arrangia lavorando in nero. Spesso è disoccupato e non ha come tirare avanti. Gira in motorino cercando di ammazzare il tempo e le giornate. Salta da un lavoro è l’altro, senza avere mai la certezza di un reddito fisso. A differenza di Dario, Marco a volte, per tirare avanti, si dedica ad attività poco lecite, ha conoscenze “di quartiere” non proprio di buona levatura, e amici che, a volte, gli trovano lavori poco puliti. Ma così facendo, così, riesce a guadagnare per tirare avanti. Marco è finito nella mani sbagliate.
Siamo all’inizio del mese di Gennaio. Dario, come ogni giorno, è a lavoro, siamo a fine di giornata e l’orario di chiusura si sta avvicinando. La sua giornata lavorativa, finalmente, sta per volgere al termine. Marco, invece, è in piena attività lavorativa. Ogni inizio del mese, lui, ha un lavoro. Un lavoro temporaneo e in nero. Lo occupa per soli tre giorni al mese e, gli permette di tirare avanti per un po’. Non lo svolge volentieri, ma non ne può fare a meno e non può più licenziarsi, un lavoro a tempo indeterminato, temporaneo, e in nero.
Ogni inizio del mese i lavori e i destini di Marco e Dario s’incrociano. Regolarmente ogni tre del mese, i due coetanei s’incontrano per motivi di lavoro. Non è una prestazione professionale classica, non è uno scambio tra fornitore e cliente, non è un servizio dato ai commercianti, ma è un servizio che tutti sono tenuti a pagare: è il racket delle estorsioni, il pizzo.
Il pizzo è pagato in modo veloce, in modo che nessuno dei clienti, presenti all’interno dell’esercizio commerciale, possa accorgersi di nulla. Sono varie le modalità, è si palesano nello scambio. L’estortore entra nel negozio e viene immediatamente riconosciuto dal commerciante che, è già istruito sulla modalità di pagamento. Nel nostro caso, Dario entra nel negozietto e si mette in fila, come un normale cliente. Guarda Marco che, come ogni mese, ha già preparato la mazzetta di soldi da consegnare a Dario. Arriva il turno di Dario, che prende dallo scaffale un pacco di riso e lo consegna a Marco. Marco prende il pacco di riso e scompare, per un minuto, nel retrobottega alla ricerca di una busta per mettere dentro il riso, e la mazzetta. Dario paga, regolarmente, il suo acquisto. Marco dà il resto a Dario e quest’ultimo esce dal negozio di generi alimenati, in tutta tranquillità. Lo scambio e il pagamento del pizzo sono stati effettuati. Tre minuti, una volta la mese, per anni. Il pizzo è questo.
Non ci sentiamo né di attaccare né di giustificare nessuno dei due protagonisti della nostra storia. Il commerciante, vittima, del racket. L’estortore, complice e vittima della malavita. Atteggiamenti, questi, che hanno a modo loro delle colpe e delle giustificazioni, nello stesso tempo. Con ipocrisia e con il senno di poi, potremmo sostenere che il commerciante ha il dovere morale di denunciare alle autorità competenti la sua situazione, e che l’estortore ha il dovere morale di non servire la mano di mandanti che, stanno sicuramente molto al di sopra della sua posizione, e che lo sfruttano come ultimo (e più debole) anello dei loro sporchi traffici.
A noi sembrano, entrambi, vittime dello stesso sistema, che sfrutta i commercianti da un lato, e la disoccupazione dall’altro. È una piaga pesante, diffusa, e che non può essere portata dalle sole spalle degli imprenditori. Ma, i dati, soprattutto in Sicilia, parlano molto chiaramente. Il pizzo è un’assurda tassa pagata da oltre cinquantamila commercianti, pari al 70% del totale. Un volume d’affari che si aggira attorno ai 1,4 miliardi d’euro l’anno che vengono fuori soprattutto dalle tasche di piccoli e medi commercianti. Secondi i dai forniti da Confesecenti il picco più alto si ha a Palermo e a Catania, dove a pagare, in silenzio, sono oltre l’80% dei commercianti.
L’aumento della pressione del racket non è contrastata dall’aumento delle denuncie, quest’ultime, infatti, sono drasticamente diminuite nel corso degli ultimi anni. Tre i fattori individuati dall’associazione degli esercenti: la minor fiducia nello stato e nelle sue istituzioni, la vergogna di esser caduti nella mani del racket, e la non convenienza della denuncia. Infatti, denunciare, non pare la soluzione più veloce per uscire dalle mani degli estortori. Dalla denuncia al rinvio a giudizio, in questi casi, passano da 2 a 4 anni, per una sentenza definitiva anche 4, con gli imputati a piede libero.
E, nel frattempo, può capitare quel che è successo a Bruno Piazzase, titolare di un pub a Siracusa, che si è visto dare alla fiamme il suo locale per ben tre volte. Denunciare e rischiare il fallimento, o pagare e continuare a lavorare. È questo il dilemma che aleggia nelle menti di chi il pizzo lo paga, in silenzio. Intanto restiamo nel limbo. Un’immobilità pesante, che non vede soluzioni immediate. Quelle soluzioni che sono invocate dai commercianti che, chiedono tempi dei processi più veloci, che vogliono un maggior controllo del territorio, e il ripristino della cultura della legalità. Ma, nella terra di Peppino Impastato, nei luoghi di Pippo Fava e Mario Francese, nelle città di Paolo Borsellino e Giovanni Falcone la legalità ha un prezzo ancora troppo alto, e la loro lezione è rimasta, purtroppo, spesso, inascoltata e lontana dai palazzi della giustizia