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"Quo vadis, baby?": Il noir rosa di Gabriele Salvatores


Servendosi abilmente delle tecniche del digitale e dell’alta definizione, Salvatores confeziona un thriller accattivante ed emozionante che riesce ad entrarti lentamente sottopelle
mercoledì 25 maggio 2005, di calogero - 1846 letture

Se fossi uno scrittore, non esiterei ad affidare il mio manoscritto - per un’eventuale trasposizione cinematografica - ad un autore/regista come Gabriele Salvatores capace di reinventare e far vivere di vita propria le parole scritte di racconti mai traditi o disillusi (vedasi “Denti” da Starnone o “Io non ho paura” da Ammaniti). Se fossi una attrice, sognerei un ruolo come quello di Giorgia Cantini - investigatrice privata impegnata a scavare nel proprio passato - e che Salvatores affida ad una “non attrice” come la cantante Angela Baraldi, viso e grinta “spaccaschermo”. E se avessi qualche voce in capitolo o potere decisionale negli oscuri e farraginosi ingranaggi dell’industria (?) cinematografica italiana sosterrei e coltivare con caparbietà ed entusiasmo un cinema capace di produrre lavori come “Quo vadis, Baby?” che varia e “gioca” sui generi cinematografici sempre conservando un tocco autorale e tratto personalizzato in grado di coniugare intrattenimento e riflessione introspettiva con raro e prezioso equilibrio.

Servendosi abilmente delle tecniche del digitale e dell’alta definizione, Salvatores confeziona così un thriller accattivante ed emozionante che riesce ad entrarti lentamente sottopelle con la forza di immagini, capacità di una scrittura fluida e precisa (alla base l’omonimo giallo ed altrettanto emozionante di Grazia Verasani) e struttura narrativa “aperta” - enorme spazio alle idee e risoluzioni dello spettatore - che ne fanno erroneamente un’opera meno personale o a committenza.

E grazie ad un regista come Gabriele Salvatores in grado di rinnovarsi ad ogni nuovo film, “Quo vadis, baby?” si rivela la piacevole riscoperta di una produzione italiana capace di sfruttare sapientemente il lavoro tecnico (encomiabile la fotografia di Italo Petriccione, il montaggio di Claudio Di Mauro, le musiche di Ezio Bosso e le scenografie “naturali e non” di Rita Rabassini) e la creatività di chi ancora crede nel potere fortemente immaginifico ed evocativo del “mezzo” Cinema.

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