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Quello che c’è di buono in televisione


Quello che c’è di buono in televisione è una manciata di programmi, tre o quattro boccate d’aria in un mezzo che non è più capace di raccontare la realtà. Report,W gli sposi, La super storia 2004...
mercoledì 15 settembre 2004, di Lorenzo Misuraca - 2761 letture

Quello che c’è di buono in televisione è una manciata di programmi, tre o quattro boccate d’aria in un mezzo di comunicazione che in Italia (ma forse non è un problema nazionale) non è più capace di raccontare la realtà. La cosa eccezionale in tutto ciò è proprio che queste poche trasmissioni esistano, e resistano -non si sa bene grazie a quale smagliature o meccanismi del mercato, chiedetelo a Michael Moore- nonostante la mannaia della censura si abbatta ormai da anni sulla nostra tv e la qualità...beh, per quella meglio esprimersi in decenni.

Per una volta proviamo a fare i nomi di qualcuno che si è guadagnato il pane, più che per lusingarlo per promuovere il suo lavoro tra più persone possibili.

Sto parlando di "Report", "W gli sposi" e "La super storia 2004". Sebbene l’ultimo dei tre sia un programma assimilabile alla fiction, tutti hanno il merito di raccontare la vita e, se non la verità, quella cosa che più le si avvicina e che nelle reti Rai e Fininvest ci siamo disabituati anche solo a ricercare. La prima puntata della nuova stagione di "Report" di Milena Gabanelli si è aperta con un’inchiesta sull’Onu e sui suoi fallimenti. Ne è uscito fuori un pachiderma che non riesce a fermare neanche la belligeranza di un topolino. Le ragioni -ovvie per chi legge un quotidiano ogni tanto ma sorprendenti forse per gli altri- sono dovute spesso ai veti e alle pressioni delle superpotenze planetarie, guidate manco a dirlo dagli Stati Uniti. Così se da quaranta anni nessun paese è riuscito ad indebolire l’embargo americano nei confronti di Cuba, sembra impossibile avviare sanzioni vere nei confronti di Israele, che da anni mantiene in agonia il popolo palestinese a cui ha sottratto la terra. Né d’altro canto sembra giustificabile l’impotenza dell’Onu nell’impedire l’attacco Usa in Iraq, che ha trasformato senza alcuna reale motivazione il paese in un focolaio di estremismo armato.

Ma quello che ci mostra "Report" che in tv non esiste, ed è quello che ci fanno vedere Moore in Farenheit 9/11 e Riccardo Iacona nel suo bellissimo servizio per "Mi manda Raitre", è la dolorosa quotidianità dei miserabili della terra. Le macerie della case di Gaza distrutte per rappresaglia con le ruspe dagli israeliani e l’indignazione orgogliosa di una donna che racconta degli ulivi tagliati per assediare un popolo con la fame, sono paragonabili allo strazio delle madri di Moore(una irachena e una americana) per la morte dei loro figli in guerra- solo che i figli iracheni caduti sono dieci volte gli americani e spesso sono soltanto civili innocenti.

Quello che questi programmi ci raccontano sono il Nord e il Sud e il baratro che li divide, anche a casa nostra. Come mostra il giro per lo stivale di Iacona per "W gli sposi" andato in onda martedì 14 settembre. E la realtà che ci racconta Iacona è che in Italia oggi Nord e Sud sono diventati due luoghi dell’anima e si possono trovare -sottoforma di paradiso e inferno- anche nel ricco triveneto. Partendo dai nuovi emigranti (perché nuovi? C’è mai stata una generazione di meridionali che abbia saltato il lacerante viaggio della speranza?) che lasciano Napoli su treni zeppi per un lavoro da operaio a Nord, e dalla loro nostalgia di casa, finiamo a casa di una coppia di operai veneti, lui 1000 euro al mese lei 500 con contratto a tempo determinato, che non ha soldi né tempo per altro che per sopravvivere. E Iacona ci mostra anche il Nord, ma a Napoli: i figli dei ricchi professionisti e imprenditori partenopei che guardandosi nel portafoglio ci vedono un futuro e tanta serenità, che la crisi economica la leggono solo sui giornali, che quando si sposano affittano un castello per il ricevimento e comprano una casa per i figli che verranno. Figli in cui gli operai sperano con lo stesso fatalismo con cui si aspetta un terno al lotto: "quando metteremo qualche soldo da parte...ma ora cosa gli diamo a mangiare".

L’accostamento è stridente ma non ipocrita: non c’è pietismo. E questa volta -miracolo per la televisione- il trucco non è invisibile. Si vede benissimo, anzi. Il trucco è nel figlio dell’ambulante che ha fatto strada e adesso dirige una fabbrica di jeans a basso prezzo scopiazzati dalle grandi marche e alla domanda del giornalista finge di non sapere che i costi dei suoi capi sono dovuti al lavoro nero nei suoi capannoni ("io non m’interesso delle questioni operaie"). E il trucco è nei licenziamenti dell’industria tessile del nord-est (1500 nell’ultimo anno, e quasi tutte donne sopra i quaranta), che si trasferisce a Timisoara in Romania: questa volta -come è possibile? Quando scatterà la censura?- il trucco si vede benissimo e il re è nudo: lo spettatore vede con i suoi occhi le operaie rumene che lavorano per 130 euro al mese per confezionare i capi "made in Italy" della Diesel e della Benetton (e sei i Mapuche si alleassero con i proletari rumeni?). neanche agli operai rumeni la paga basta per una vita dignitosa.

È questa la realtà che filtra dalle crepe della nostra televisione schiava dei reality e dei sorrisi di plastica: la solita vecchia, e forse un pò noiosa, storia di padroni e operai, di lavoro e sfruttamento, di ricchi e poveri, di felici ed infelici.

E cosa fa "La super storia 2004" se non parlare proprio del graduale processo televisivo di cancellazione della realtà e della memoria storica da tutti i palinsesti nazionali? Alternando in modo astuto e godibilissimo riflessioni socio-politiche accompagnate da immagini di repertorio di un Italia povera ma dignitosa e musiche di Morricone a spezzoni della migliore satira televisiva recente, Andrea Salerno ci parla di politica e spettacolarizzazione, sesso e mercificazione, bisogni e consumismo, tv e oblio.

Perchè un articolo così lungo su questi tre programmi? Perchè, come si direbbe in Iraq, sono sacche di resistenza in una palude putrefatta, lampi di verità che vanno guardati, cercandoli con la lanterna di Diogene e tenendoseli stretti. Forse un’altra televisione è possibile, nel frattempo però aggiungiamo queste piccole perle a Blob, Quelli che il calcio, Cominciamo bene, Fuori orario, Ballarò(e quei pochi altri che adesso non ricordo) e speriamo che le censurino più tardi possibile.

Rispondere all'articolo - Ci sono 1 contributi al forum. - Policy sui Forum -
> Quello che c’è di buono in televisione
14 ottobre 2004

io credo che si debbano dedicare molte energie ANCHE COMUNICATIVE allo sviluppo delle applicazioni energetiche derivate dal fotovoltaico e dall’ idrogeno al fine di limitare le nefandezze prodotte dall’ uso e dalla fame di petrolio.
    > Quello che c’è di buono in televisione
    14 ottobre 2004, di : Lorenzo Misuraca

    Hai ragione. ma nel farlo bisognerà, come per ogni tema controverso, informarsi e informare bene e in maniera oggettiva. Lo dico perché tempo fa ho letto sul Manifesto una lettera di numerosi scienziati italiani che denunciava i luoghi comuni sull’idrogeno come fonte d’energia rinnovabile. Adesso non saprei spiegarti bene nei dettagli, ma il succo era: l’idrogeno come fonte d’energia non è un elemento presente in natura, quindi va ricavato da dei processi di laboratorio. questi procedimenti nella maggior parte dei casi sono altamente inquinanti. Io sono un forte sostenitore delle energie alternative (e soprattutto della riduzione dei consumi- vera soluzione), ma per cambiare le cose bisogna partire dalle analisi scientifiche.. prova a cercare nell’archivio del Manifesto questo pezzo, sarebbe interessante avviare un dibattito e scriverci un pezzo...
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