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Quella volta che l’Italia del tennis sollevò l’insalatiera

Tennis: quarant’anni fa la Coppa Davis vinta dall’Italia, finora l’unica

di Orazio Leotta - mercoledì 21 dicembre 2016 - 3763 letture

Era il 1976 e la squadra maschile italiana di Davis dopo avere eliminato in sequenza Polonia, Jugoslavia, Svezia, Inghilterra e Australia si trovò a un passo dalla storia. L’ultimo ostacolo era rappresentato dalla trasferta in Cile per la finalissima. Ma non era una sfida qualsiasi. Andare in Cile a quei tempi significava recarsi nella terra ove era operante la dittatura di Augusto Pinochet che tre anni prima aveva rovesciato con un golpe militare il governo socialista di Salvador Allende.

Un vespaio di polemiche alimentò la vigilia di quell’incontro: specie la sinistra estrema ma anche una buona porzione dei componenti i partiti di governi storcevano il naso, c’era un orientamento generale a far sapere al mondo intero che la democratica Italia boicottava la trasferta in casa del dittatore a costo di perdere un’occasione più unica che rara di rinunciare alla vittoria della Coppa Davis.

Coni e Federtennis attendevano segnali che non arrivavano, persino Andreotti titubava e la data della partenza si avvicinava impietosamente. Ricordiamo, per dovere di cronaca, che quelli erano anni difficili per la Repubblica italiana che viveva la stagione degli Anni di Piombo, minata anche dallo scandalo Lockheed per non parlare del terremoto che colpì il Friuli nel maggio di quello stesso anno. Fu l’intervento di Enrico Berlinguer a dare la spinta decisiva verso la partecipazione dell’Italia a quella storica finale. “Perché, disse Enrico, negli annali del tennis, dovrebbe figurare come vincente della Coppa Davis il Cile di Pinochet? Perché lasciargli questa soddisfazione? Ma soprattutto, perché con il nostro eventuale boicottaggio contribuire a consolidare un imposto e poco naturale nazionalismo cileno con possibili ricadute politiche negative? Pinochet potrebbe sfruttare a suo favore un improvviso e spontaneo nazionalismo in seguito al diniego di una superpotenza (allora, si, lo eravamo) europea”.

Ecco che la ferma volontà di Nicola Pietrangeli e dei quattro componenti il team azzurro ovverosia Adriano Panatta, Corrado Barazzutti, Tonino Zugarelli e Paolo Bertolucci di partecipare comunque a quella finale nel tentativo di scrivere la storia si trasformò in realtà. Il governo italiano lasciò mani libere al Coni, quest’ultimo se ne lavò le mani e passò la "palla" alla Federtennis e il resto fu ed è storia. Alla fine della prima giornata (17 dicembre 1976) il punteggio era già di 2-0 per i nostri: Barazzutti aveva liquidato Fillol col punteggio di tre a uno e Panatta aveva fatto lo stesso su Cornejo battendolo seccamente per 3-0. Cosicché, all’indomani, il doppio avrebbe già potuto dare il punto decisivo.

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Nicola Pietrangeli tra Barazzutti e Panatta

Panatta-Bertolucci era uno dei doppi più forti al mondo ma non solo, Adriano Panatta attraversava un buonissimo momento di forma che era culminato nelle vittorie sia agli Internazionali d’Italia e finanche al Roland Garros in finale contro Solomon. Ma fu lo stesso Panatta a voler mettere un po’ di pepe all’incontro. “Paolo, disse, riferendosi a Bertolucci, che ne dici se indossiamo una maglietta rossa quest’oggi?”. L’ostracismo di Bertolucci fu totale e costante ma cedette di fronte ai desideri dell’allora n.4 del mondo. E così fu.

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La maglietta rossa

Come a voler sfidare la destra dittatoriale di Pinochet - che comunque non si presentò in tribuna - fu esibita per idea di Panatta (uomo di sinistra, sia pur non comunista) una bella maglietta Fila di color rosso contro le Adidas bianche dei cileni. Tre a uno (9-7 al quarto) per gli azzurri e Italia nel palmares della Davis. Aveva avuto ragione Berlinguer che in controtendenza agli umori della politica di quel tempo aveva portato avanti un ragionamento semplice ma efficace: perché darla vinta, senza neanche lottare, al sanguinario Pinochet? Per la cronaca il risultato complessivo di quella finale fu 4-1 per l’Italia per la vittoria nell’ultima giornata di Panatta su Fillol e quella del cileno Prajoux su Zugarelli.

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L’insalatiera al cielo

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