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Quella volta che inventarono la ruota


"Ma quanto vive l’uomo? / vive mille anni o uno solo? / Vive una settimana o più secoli? / Per quanto tempo muore l’uomo? / Che vuol dire per sempre?" (Pablo Neruda)
martedì 31 gennaio 2017 , Inviato da Victor Kusak - 666 letture

Quella volta che inventarono la ruota - me lo ricordo benissimo - la gran parte non si accorse di nulla. Poi, pian piano, quando si cominciò a capire cos’era successo, ci furono quelli che guardavano la novità e dicevano: Sì, ok, ma vuoi mettere quando si andava a piedi? Per non dire di tutte le conseguenze: gli scioperi dei lavatori di piedi - potente lobby da cui fino ad allora dipendeva molto del trasporto su sentiero -, colpita dai primi licenziamenti. Perché chi aveva le ruote stava più in alto del fango e non toccava terreno e così si sporcava di meno. Un intero settore economico fu duramente colpito. Fu allora che per la prima volta si sentì parlare della Cina.

Gli uomini nuovi, legati ai tempi nuovi e all’invenzione della ruota, erano quelli che dicevano che tutto era circolare: persino il tempo era circolare. Dicevano che grazie alla ruota si potevano non solo trasportare le cose e le persone in maniera più veloce ed efficiente, ma persino il cosmo era fatto di cose rotonde che giravano - il cosmo un enorme meccanismo di ruote, rotelle, giramenti circolari, orbite ellittiche, pensieri che partivano da un punto e ritornavano a quello stesso punto. I vecchi scienziati, abituati a pensare in termini di passo dopo passo, di cadenza, di linea retta segmentata - o quantomeno se non proprio retta, barcollante -, dovettero riconsiderare la loro matematica e la loro geometria.

Per stupire, dopo, fu necessario attraversare le acque a piedi, perché ormai che c’era la ruota sembrava che anche le montagne potevano benissimo restare al loro posto, non c’era bisogno che si muovessero, bastava ingranare la marcia e con una veloce sgommata eccoci parcheggiati in cima a emettere vocalizzi in cerca di eco.

A quell’epoca avevamo già applicato strisce di metallo alle ruote, per farne carri armati ed usarli in guerra contro le tribù celtiche alle porte di Versailles. Fu allora che, per superare il rumore delle ruote dentate, fu inventata la tromba, e con la tromba il jazz. A Palermo i nobili della città impazzivano per la ballerina che con movenze esotiche si faceva chiamare Matha Hari. Fu dopo la guerra che Tomasi di Lampedusa dovette andare fino in Lettonia per trovare una ragazza che lo curasse dalla sua nevrosi. Lei fu la prima psicoanalista italiana. Me lo ricordo molto bene, l’inverno passato a casa di lei, faceva un freddo cane e Tomasi si ammalò per il freddo e decise che mai più sarebbe andato in inverno a quelle latitudini. Non aveva tutti i torti. I palazzi d’inverno, da quelle parti, sono facili a essere presi dalle tempeste e dai predoni. Il migliore amico di Lenin era un ebreo, e un inglese che lavorava per i servizi segreti inglesi. Però il treno che lo portò a Mosca attraversò la frontiera di guerra tedesca. Lui viaggiava in un carro postale perché adorava le poste prussiane. Quando andò al potere pensava di essere stato il primo postino al mondo ad aver fatto un colpo di Stato, ma non fu creduto. Però tutto il suo partito era organizzato come un ufficio postale. Era un’epoca piena di treni, e alcuni arrivavano in orario e gli uomini facevano i capostazione. Si scendeva dal treno e si doveva seguire la fila per lo smistamento: da una parte i bambini gli anziani e gli infermi, dall’altra quelli che potevano ancora lavorare. Quando arrivarono i carri armati con la stella rossa a liberare i campi di concentramento i soldati contadini non credevano ai loro occhi. Io all’epoca ero in uno di quei campi e per tornare a casa dovetti prendere tre treni, e camminare a piedi in mezzo alla neve per chilometri, farmi dare un passaggio dai camion e dalle auto che incontravo. L’invenzione della ruota aveva reso il mondo più lungo e largo, lontano a se stesso - lontano dal proprio cuore. Per tornare a casa, a se stessi, occorreva ora molta più fatica, occorreva un percorso molto più lungo. E’ questo che ci ha allontanato gli uni dagli altri, le donne dagli uomini, i bambini dagli anziani?  

Io me lo ricordo quando scoprimmo che si poteva andare su due ruote con una piaggio, su tre ruote con un’ape e su quattro con una Cinquecento. Me lo ricordo quando gli arabi dissero che il petrolio era loro e se lo gestivano loro e tutte le ragazze dissero che era proprio così era proprio quella cosa lì e noi avevamo la nostra Azienda che fabbricava le automobili senza cambio automatico non perché non lo sapevamo fare o perché eravamo troppo poveri per permettercelo ma perché così l’Azienda guadagnava di più e non c’era alcun futuro per l’auto elettrica ma ve l’immaginate la prolunga che ci voleva per mandare i carri armati contro la Cina? E fu così che ammazzarono Pasolini e da quel momento non abbiamo più saputo cosa fare di noi, della nostra modernità e delle nostre ruote gommate. Togliatti aveva detto che non si dovevano prendere i mitra e quando Berlinguer morì sul palco lo abbiamo pianto come un fratello maggiore. La macchina di Hitler era una Mercedes-Benz 770K mentre Stalin si faceva modificare le Zis. La prima macchina che abbiamo avuto in famiglia fu una Cinquecento avana me lo ricordo benissimo e a mio padre sembrava di toccare il cielo con un dito e ci portava una volta al mese in pizzeria poco fuori paese ma siccome era distratto sbagliava strada e allora cominciava a smadonnare perché, si sa, con la ruota fu più facile sbagliare strada e anche io spesso mi ritrovo in una città sconosciuta o in una strada che non conosco e non ha sbocco in mezzo alla campagna e i sassi e non capisco proprio perché ancora non abbiamo le macchine a levitazione magnetica o il teletrasporto che si guidano da sole così come ci hanno promesso e invece siamo ancora qua ad andare a destra e a sinistra senza alcuno scopo lo spettacolo migliore rimane la corsa delle bighe che poi abbiamo visto anche al cinema che c’era Ben Hur tutto pieno di muscoli e con il gonnellino tutti questi nerboruti che si strizzavano l’occhietto Nuvolari sì che sapeva riempire le curve di polvere quando guidava senza sterzo e i francesi che si incazzano. Vincere la targa e farsela consegnare direttamente dalle mani di Donna Florio in persona dopo aver mangiato polvere per tutte le trazzere dei paesini di montagna e da allora tutti sentirsi come quel giornalista e quel nobilotto che arrivano fino in Cina in automobile altro che ottanta giorni altro che dirigibili palloni o guardare il mare dalla Beagle. Il vero viaggio è quello in side-car con gli occhialoni e l’impermeabile oppure in treno da Parigi a Istanbul passando per l’incomprensibile omertà collettiva di un delitto.

Il vero viaggio comincia quando scendi dalla macchina e il tuo piede nudo assapora di nuovo la terra e percepisce la terra annusa la terra - il tuo piede sa molte più cose di quanto siamo in grado di domandargli.



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