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Quando muore una generazione

di Sergej - venerdì 22 aprile 2022 - 1181 letture

In queste settimane e mesi, le morti di Letizia Battaglia, Valerio Evangelisti, Piergiorgio Bellocchio, Catherine Spaak, Monica Vitti... Un rintocco di morti sempre più lungo e lugubre...

1.

C’è un detto africano che dice: «Quando muore un anziano è come se bruciasse una biblioteca». Pare sia stato coniato dal malese Amadou Hampate Ba, storico poeta traduttore, e strenuo difensore delle culture orali dei popoli (trasmessi attraverso i griots, gli “omeri” africani). In questi ultimi anni sembra che giornali e flusso web delle notizie non facciano che segnalare questa o quest’altra morte “eccellente”, per carnevale necrofilia o per rivendicare la compiaciuta sopravvivenza di chi legge. Un po’ per contingenza di questi anni funestati da pandemia e crisi economica, un po’ per la svolta politica che è stata impressa in Occidente ma sembra quasi che ci sia una sorta di esaltazione del morto e della morte, liberatoria persino. Finalmente i sopravvissuti, certamente meno dotati ma più giovani, possono sbarazzarsi una volta per tutte della presenza molesta di questi occupatori abusivi delle professioni e dei mestieri. Solo la morte ci salva dalla gerontocrazia imperante. E così muoiono i grandi vecchi, e nessuno li sostituisce più. Perché i posti a disposizione sono ormai ristretti, e quello che una volta si faceva con 50 persone basta un computer e un singolo che ammacca il bottone per farlo. Nello stesso tempo, ad ogni morte è come se avvenga una sorta di cancellazione. È una parte di noi stessi, della nostra memoria che - sollecitata a ricordare quel che il morto ci spinge a ricordare - può finalmente essere ricollocata in una partizione secondaria. Un circuito chiuso. Annunciandone e diffondendone la morte, ripescando i vecchi filmati che - ormai digitalizzati - ritraggono il morto nel suo fantasma giovanile, compiamo il rito del metter su contro una pietra tombale.

La modernità inscena in questo modo il suo rito per ricacciare i morti nell’Ade, e sconfiggere i fantasmi (e gli zombie) - o quantomeno, dato che una vera sconfitta non è possibile infliggere, allontanarli momentaneamente dall’orizzonte ristretto e fragile in cui stazioniamo.

2.

In questi anni si sta compiendo la funzione funebre di “una generazione”, quella dei nati 70-80 o 90 anni fa, dunque tra il 1950, 1940, 1930. Proprio loro, quelli che hanno vissuto la ricostruzione post bellica (della Seconda guerra mondiale) e gli anni del boom economico degli Anni Sessanta. Un periodo che sembrava sprizzare gioventù e speranza, idee, colori - pur tra le tante tragedie e i problemi della guerra fredda e della paura nucleare, del capitalismo e colonialismo, lo sfruttamento delle risorse del Terzo Mondo ecc_. Il periodo del cinema a colori e della televisione, della musica diffusa attraverso il 33 giri, e le saghe di Star Trek.

Quando il mondo ha voltato pagina, dopo il 1989, la svolta reazionaria e finanziaria ha individuato proprio negli anni Sessanta il maggior nemico. Hippie e comunisti, droghe sesso e rock & roll: quanto di peggio ci possa essere. Vederli morire, a uno a uno, è una grande liberazione, e sembra quasi di sentirli - a ogni nome di cui si dà l’annuncio -, sentire il coro che grida esultante: “Meno uno!”, “Fuori un altro!”.

E così vediamo i nostri compagni e le nostre compagne - le persone, i nomi che hanno costituito la nostra giovinezza, che ci hanno formato attraverso i libri, il cinema, il fumetto - scomparire, ridursi, divenire sempre di meno, affievolirsi, perdere di consistenza. E con loro noi stessi: sentiamo che ci riduciamo. Ci sentiamo più soli. Sappiamo che, tra poco, arriverà il turno anche per noi. E i ragazzi e le ragazze più giovani, beh loro rimarranno soli - senza “voci” capaci di stimolare, di indicare strade alternative e fuori dal coro. E ci rattristiamo.

No, non ce ne frega nulla della “nostra” morte. A noi, di noi, non ce n’è mai fregato nulla. Il nostro impegno, la nostra vita, era sempre per una cosa chiamata libertà - una cosa chiamata poesia - una cosa chiamata comunità di liberi esseri umani in una libera terra. Con tutti i nostri errori, la nostra pochezza e le nostre distrazioni, incapaci a fare i padri e i nonni (o le madri e le nonne) ma bravissimi e bravissime a colorarci le ciocche (per quelli con ancora qualche ciuffo residuo) con colori vivaci. Il nostro modo di esorcizzare la morte.

3.

Come storici sappiamo che la definizione di “generazione” è quantomeno ardua e poco gestibile. È uno di quei termini pre-scientifici, come caldo/freddo e alto/basso. Nella prima metà del Novecento abbiamo avuto a che fare con le “generazioni” in termini di classi d’età, negli eserciti di massa mandati al macello nelle due grandi guerre europee; il repulisti della guerra e dell’emigrazione - si pensi a cosa significò per il Meridione il trasferimento nelle Americhe e in Australia di interi paesi. La Gran Bretagna ancora ricorda la decimazione (termine d’annata, che gli italiani conoscono bene) di “un’intera generazione”, una classe dirigente che, decapitata nelle trincee della prima guerra mondiale, lasciò un Impero esangue e lo lasciò nelle mani dei sopravvissuti che a modo loro risolsero il problema post-coloniale (la biografia di Churchill è esemplare al riguardo, dalla guerra boera al secondo dopoguerra). In termini generazionali si parla a proposito dei “giovani turchi”, dei ragazzi che conobbero la grande disillusione (alcuni anche la fucilazione e il gulag, come Dostoevskij) della repressione zarista di fine Ottocento, o la fine delle colonie spagnole (la “generazione del 98”) ecc_.

L’Istat, in un suo report del 2016, riguardo alla “classificazione delle generazioni” parla “di una classificazione non convenzionale”, e propone per il periodo post 1945 questo quadro:

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Quadro delle generazioni - ISTAT 2016

Leggiamo in questo report dell’Istat:

“La prima generazione considerata è quella della ricostruzione, costituita dai nati dal 1926 al 1945, grande protagonista del secondo dopoguerra. Seguono le generazioni del baby boom, al cui interno si possono identificare due sottogruppi tra loro molto diversi: la Generazione dell’impegno, protagonista delle grandi battaglie sociali e delle trasformazioni culturali degli anni Settanta e la Generazione dell’identità per appartenenza politica o per una visione orientata alla realizzazione di obiettivi personali. La Generazione di transizione segna il passaggio tra il vecchio e il nuovo millennio; i suoi membri sono cresciuti tra la fine del blocco sovietico e l’allargamento a est dell’Unione europea. Sono entrati nel mondo del lavoro con più lauree e master dei propri genitori ma sono anche i primi a subire le conseguenze della recessione, con minori opportunità di lavoro in termini sia di quantità sia di qualità. Con il termine Millennial sono indicati in letteratura coloro che sono entrati nella vita adulta nei primi 15 anni del nuovo millennio, quindi orientativamente i nati negli anni Ottanta e fino alla metà degli anni Novanta. Sono la generazione dell’euro e della cittadinanza europea, ma anche quella che sta pagando più di ogni altra le conseguenze economiche e sociali della crisi. Infine, i più giovani, indicati come la Generazione delle reti, costituita da coloro che sono nati e cresciuti nel periodo in cui le nuove tecnologie informatiche si sono maggiormente diffuse e hanno quindi percorso tutto o buona parte del loro iter formativo nell’era di internet, il che li connota per essere sempre connessi con la rete” [1] [2]

4.

Nel frattempo la cronaca ha di volta in volta utilizzato le etichette più varie per bollare (o rimproverare) le diverse "generazioni": così, con disprezzo "i sessantottini", i "paninari" (siamo nei primi anni Ottanta del secolo scorso), quelli "della pantera" (movimento studentesco legato al 1989-1990 [3]) e via via fino ai "grillini". Per non dire del "ventennio berlusconiano" i cui effetti di lunga durata alcuni percepiscono ancora nell’oggi - e immagino nel futuro immediato, quella generazione nata dopo il 1993, cui verrà rinfacciata l’appartenenza molesta a uno dei tanti periodi brutti della nostra storia.

Ma si tratta di lazzi giornalistici, in cui il tentativo di cercare di capire la contemporaneità si mischia con la lotta politica e sociale in atto.

Nel frattempo pare esserci persino delle persone che sfuggono alla catalogazione generazionale. Che entrano addirittura nella sovragenerazione, o nel mito della lunga durata: la regina Elizabeth II, o Rita Levi Montalcini. La prima di cui proprio in questi giorni vengono festeggiati i 96 anni, mentre la seconda è ormai entrata in una dimensione parallela, extra-storica e extra-generazionale. Un mondo popolato solo da ologrammi e evanescenze.

Nel 2006 è uscito un film comico diventato un piccolo cult (in Italia lo abbiamo visto a partire dal 2007): stiamo alludendo a Idiocracy, diretto da Mike Judge [4]. L’assunto del film distopico è questo: la prevalenza del cretino nelle popolazioni umane, per cui uno stupido marmittone di oggi finisce ibernato, si risveglia dopo 500 anni e risulta essere la persona più intelligente della terra. Il film ha qualche caduta e non sempre funziona, ma sembra rimandare in pieno a quel cambio di paradigma che è intercorso nel nostro apparato concettuale. Fino agli anni Sessanta del secolo scorso l’idea del progresso, del futuro pieno di prospettive tecnologiche e del miglioramento della vita umana (persino, un allungamento della durata della vita dei singoli). Dopo il 1989, e con la svolta del 2000, la fine dell’idea di futuro, la sensazione di vivere in un mondo afflitto da crisi e guerre. Insomma, dopo l’età dell’oro, il ciclo sembra essersi chiuso e siamo "andati indietro". Siamo pronti a recuperare l’idea dei cicli di Vico, o riprendere in mano la "teoria della stupidità" di Cipolla.

"Generazione" porta con sé la procreazione. Il processo per cui, come dicono i dizionari, esseri viventi producono altri della stessa specie. Una roba che sembra aver funzionato alla grande negli anni Cinquanta del secolo scorso con la produzione del boom delle nascite proprio in concomitanza con il boom economico (in Occidente). Poi qualcosa è andato storto. I figli del boom demografico degli anni Sessanta hanno cominciato a fare sempre meno figli. Man mano che si spegne la fiducia nel futuro si spegne anche la fiducia nel fare figli. Alle generazioni procreative succedono generazioni sterili, taccagne, impaurite.

Io, per (de)generazione appartengo a quella che l’Istat definisce "generazione dell’identità". La parte finale della generazione del boom, quando finisce tutto e inizia la parabola discendente - da noi la "strategia della tensione" e il "terrorismo". La festa per quelli della mia generazione (vi ricordate Allen Ginsberg: "Ho visto le menti migliori della mia generazione..." ecc_) era già finita. La sensazione era quella di essere dei cretini, succeduti a una generazione che aveva già fatto tutto: aveva letto tutti i libri, aveva ascoltato tutta la musica rock e viaggiato per tutte le classiche mete esoteriche: Woodstock e Nepal compresi. A noi che restava? Non ci sentivamo né svegli, né riuscivamo a capire bene quello che succedeva. Respiravamo l’aria inquinata del tempo, piena di idrocarburi al piombo. Poi dopo che ci hanno ben bene imbottiti di piombo, hanno deciso che il piombo faceva male, che era stato persino la causa della decadenza dell’Antica Roma (i tubi di piombo), e la tolsero dalle benzine. Grazie. Ma ormai noi ne eravamo imbevuti fino all’osso. Non ci restava che invidiare i ragazzini che crescevano, completamente sordi alle elucubrazioni politiche, senza il fanatismo della parola politica - l’argomento sport aveva preso il posto all’argomento politico. E così via, le generazioni successive. Tutte migliori di noi, e per fortuna diverse da noi. Nativi digitali, mentre noi avevamo dovuto tirare per i capelli un mondo intero che non voleva affatto uscire dai profitti della fabbrica fordista per passare ai telecomunicatori di Star Trek. Ci sarebbe piaciuto teletrasportarci altrove, andare oltre la frontiera...

5.

Parlare di "generazioni" evoca anche il parlare di un "noi". Gli umani, persi nella propria individualità, nati e morti soli, cercano come disperati un "noi", una appartenenza. Un modo per fare comunella o credere di far parte di una cosa che li protegga in qualche modo, che dia identità e spazio tribale di manovra. Appena nasciamo veniamo etichettati: siamo neonati, bambini, adolescenti ecc_. Rientriamo in un target, a cui viene riconosciuto un modello di spesa e di consumo. In età scolastica, assumiamo le identità sociali della classe. Che vale non solo nei rapporti interpersonali: il senso di superiorità o inferiorità con cui si guarda a un’altra classe scolastica, con cui ci si vanta ("Io sono della terza H"), si fanno conquiste ("Sto con una della quarta A!") o si segnano sconfitte ("Smamma ragazzino, tu sei della Terza H!"). La consapevolezza generazionale avviene dopo - per i maschietti dopo i 20 anni, e dopo i 40 anni diventa appartenenza tribale. Questa dell’appartenenza a gruppi sociali - professioni, classi d’età, partiti o massonerie varie - è una delle caratteristiche sociali, il modo in cui sembra funzionare la società stessa che usa le appartenenze come passe-partout contro le rigidità di sistema. Certe porte si aprono solo se fai parte di un certo club, se sei un paria (un pezzente) puoi aggrapparti alla canna del gas. L’appartenenza generazionale - problematica dal punto di vista concettuale, categoria da usare con le pinze e in maniera circoscritta e tra molte virgolette - è una di queste. La nascita dei teen-ager dopo il 1945 avviene in concomitanza con la definizione della middle-class, questa interfaccia che all’interno del nuovo stato sociale post-bellico, pone un cuscinetto tra le due tradizionali (e pre-scientifiche) categorie ricchi/poveri. Quando dopo il 1989 l’Occidente decide che non ha più bisogno di una middle-class dato che i poveri hanno perso e non si ribellano più, la ridefinizione delle appartenenze non porta a una pacificazione sotto il segno del vincitore ma esacerba le contraddizioni interne del sistema stesso.

Nel 2020-2021 l’Occidente ha una batosta. Dopo una varia e lunga crisi economica, la covid-19 mette in discussione l’intero sistema tecnologico e sociale: vantato come "efficiente" e trionfante, la globalizzazione neoliberista si rivela avere le gambe corte. Incapace ad affrontare una pandemia. I nodi vengono al pettine. La nostra società, bloccata nelle sue estremizzazioni sociali - i ricchi sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri -, bloccati da tempo gli "ascensori sociali", scopre che l’allungamento della vita pensata come "conquista" nel secolo scorso è una gran puttanata oggi: questi vecchi che non lavorano succhiano risorse, le sottraggono a "chi lavora". La gerontocrazia reale utilizza la competizione sociale per trovare un nuovo nemico da indicare al pubblico disprezzo: i vecchi dei pensionati. La covid-19 colpisce proprio i più anziani. E "a causa loro" anche le realtà produttive debbono rallentare e cambiare i ritmi. Invece di comprendere che è proprio lo "sviluppo" delle nostre società a essere stato sbagliato, con i ritmi folli e lo spreco delle risorse. Che occorre ripensare le nostre società. E diseguaglianze e sperequazioni sono i veri crimini: non chi percepisce un sussidio di disoccupazione (che solo in Italia viene chiamato "reddito di cittadinanza"). La lotta di classe, vinta dai ricchi negli anni Ottanta del secolo scorso, continua a fabbricare fantasmi fuorvianti, con lo scopo di seppellire le generazioni che non sono utili al capitale. Benvenuti nel nuovo secolo che sa tanto di vecchio.

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Benvenuti in territorio zapatista

“You are in Zapatista territory. Here the people rule and the government obeys.”

“Zapatista bölgesindesiniz. Burada halk karar alır ve hükümet itaat eder.”


[1] https://www.istat.it/it/files//2011/01/Generazioni-nota.pdf

[2] Su quel che segue dopo il 2010, alcune indicazioni a partire dalle diverse proposte di definizione riguardo la Generazione Z, su Wikipedia.

[3] Il termine risulta tanto esotico ai più che rimandiamo alla relativa voce su Wikipedia per rispolverare il ricordo.

[4] Per la trama e altre info: Wikipedia.


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