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Quando le guerre determinano le dinamiche geopolitiche

Tutti vogliono la pace, ma è sempre la guerra a imprimere le svolte determinanti alla storia

di Emanuele G. - giovedì 16 febbraio 2017 - 3223 letture

La guerra – nolenti o meno – è stato il principale strumento di attivazione delle dinamiche geopolitiche che hanno plasmato la storia dell’uomo dall’apparire della civiltà. E’ un dato inconfutabile. Con questo non voglio sottostimare l’importanza della cultura o delle ideologie, ma la guerra (anche conflitti, battaglie, scontri, guerriglia…) rappresenta quel momento topico di determinazione del presente e del futuro del genere umano. Sembra che nel preciso momento in cui due fronti si danno battaglia si liberano forze capaci di imprimere una svolta definitiva a situazioni pregresse e di imporre nuovi orizzonti.

Al fine di rendere l’argomento meno ostico fornisco due esempi altamente chiarificatori. In Europa esistono due contrapposizioni storiche. La prima riguarda il dialogo non sempre facile fra il mondo germanico e quello latino. La seconda attiene al concetto di est/ovest. Orbene, da dove derivano tali contrapposizioni? Da due momenti bellici che hanno impresso un svolta fondamentale nella storia europea e le cui conseguenze ancora sentiamo in maniera evidente.

Mi riferisco alla “Battaglia della Foresta di Teutoburgo” (Germania) e alla “Battaglia dei Campi Catalaunici” (Francia). Cerchiamo di comprendere meglio di cosa si tratta.

LA BATTAGLIA DELLA FORESTA DI TEUTOBURGO

Siamo nel 9 d.C. e Roma aveva quasi del tutto assoggettato la Germania tanto da programmare di istituirvi una nuova provincia. Cioè di portare in quei territori le istituzioni e il diritto romani. L’Imperatore Augusto incaricò un burocrate, Varo, e non un generale per implementare il previsto progetto. Varo non è un uomo di guerra e considerava i Germani già assoggettati alla Lex Romana. Fu un errore tragico. Tanto che gli storiografi romani definirono la pesantissima sconfitta registrata dai Romani “Clades Variana” (“Il Disastro di Varo”). Era il settembre dell’anno 9 d. C. e Varo, finita la stagione di guerra (che per i Romani iniziava a marzo e finiva ad ottobre), si muoveva verso i campi invernali, che si trovavano ad Haltern, sulla Lippe (sede amministrativa della nuova provincia di Germania), a Castra Vetera (l’attuale Xanten, lungo il Reno) ed il terzo a Colonia (anch’esso sul Reno). Il percorso abituale sarebbe stato quello di scendere dal fiume Weser (presso l’attuale località di Minden), attraversare il passo di Doren (le cosiddette porte della Westfalia), e raggiungere l’alto corso della Lippe presso Anreppen e poi proseguire fino ad Haltern (la romana Aliso) e di qui al Reno. Al comando di tre legioni, reparti ausiliari e numerosi civili, Varo si spinse in direzione ovest, affidandosi alle indicazioni degli indigeni poiché non conosceva né il nuovo percorso, né la regione. Egli non solo non sospettava che Arminio, principe dei Cherusci, stava progettando un’imboscata per sopraffare l’esercito romano in Germania; al contrario si riteneva al riparo dai pericoli, ritenendo Arminio un fedele alleato. Tanto che, sia Velleio Patercolo, sia Dione ci raccontano che non prestò fede ad alcuno, incluso Segeste, futuro suocero di Arminio, che lo aveva informato dell’agguato. Il piano procedeva come stabilito. Era stata simulata una rivolta nei pressi del massiccio calcareo di Kalkriese, nel territorio dei Bructeri, e Varo senza dar credito alle voci sospette di un possibile agguato al suo esercito in marcia, su un percorso fino ad ora mai esplorato, all’interno di una folta foresta circondata da acquitrini, non utilizzò alcuna precauzione che lo mettesse al riparo da una possibile aggressione, facilitando il compito ad Arminio ed ai suoi Germani. Varo stava percorrendo un terreno estremamente difficile da superare con un esercito che, date le difficoltà oggettive del percorso si era allungato a dismisura per oltre tre km e mezzo. E mentre i Romani si trovavano in serie difficoltà solo nell’avanzare in un territorio a loro totalmente sconosciuto, i Germani attaccarono. La battaglia durò tre giorni. Per i Romani fu una spaventosa carneficina a causa dell’accorta tattica messa in opera dai Germani, dell’asperità estrema dei luoghi (foreste impenetrabili e gole profonde) e da condizioni climatiche disastrose (pioggia torrenziale e vento a regime di ciclone). Al terzo giorno le tre legioni furono annientate. Varo assieme a moltissimi ufficiali e soldati misero in atto un drammatico suicidio collettivo per non cadere in mano dei Germani. Lo shock a Roma fu enorme. Per riscattare l’onore dell’esercito sconfitto, i Romani diedero inizio a una guerra durata sette anni, al termine della quale i Romani rinunciarono a ogni ulteriore tentativo di conquista della Germania. Il Reno si consolidò come definitivo confine nord-orientale dell’Impero per i successivi 400 anni. Questa battaglia determinò dal 9 d.C. in poi un muro contro muro fra il mondo mediterraneo e quello germanico. Muro ancora presente in Europa. In più, la vittoria diede il via alla credenza della superiorità delle popolazioni germaniche rispetto a tutte le altre. Non per nulla “La Battaglia della Foresta di Teutoburgo” fu utilizzata da Hitler per dare fondamento alle sue teorie circa la superiorità delle popolazioni ariane.

LA BATTAGLIA DEI CAMPI CATALAUNICI

Siamo nel periodo che precedette il crollo dell’Impero Romano d’Occidente che aveva come capitale Ravenna. Attila, il re degli Unni, stava terrorizzando l’intera Europa con le sue folate piene di brutalità e devastazione. Nel 451 d.C. si trovava in Francia per una serie di scorribande nel Nord e nella parte centrale. Per fermarlo in maniera definitiva il generale romano Ezio costituisce un’alleanza fra varie popolazioni europee. Si dirige verso il centro della Francia dove si trova Attila. Il luogo dello scontro è a Chalons e più precisamente nei dintorni di un altopiano dominato da una montagnola. Chi avesse preso possesso di questa montagnola avrebbe sicuramente vinto. Ritornando agli schieramenti della battaglia c’è da dire che Ezio aveva dalla sua Romani, Visigoti, Alani, Franchi, Sassoni, Burgundi e Bagaudi; mentre Attila comandava un esercito formato da Unni, Ostrogoti, Gepidi, Rugi, Sciri e Turingi. La notte prima della battaglia, un contingente di Franchi alleati dei Romani si scontrò con una banda di Gepidi fedeli ad Attila. Lo scontro fu particolarmente duro, se si considera che Giordane riferisce di 15.000 caduti da entrambe le parti. Seguendo le usanze unne, Attila chiese ai suoi indovini di esaminare le interiora di una vittima sacrificale durante la notte precedente alla battaglia. Questi predissero che il disastro incombeva sugli Unni, ma che d’altro canto uno dei capi dei loro nemici sarebbe caduto nella battaglia. Interpretando questo vaticinio come un auspicio della morte di Flavio Ezio, Attila decise di affrontare il rischio di una sconfitta pur di vedere morto il suo nemico, e diede l’ordine di disporsi alla battaglia, ma decise di ritardarne l’inizio fino al pomeriggio (nona ora) in modo che il tramonto imminente limitasse i danni in caso di sconfitta. Giordane afferma che i Romani occupavano il lato sinistro dello schieramento, i Visigoti il destro, mentre gli Alani di Sangibano, sulla cui fedeltà si nutrivano dei dubbi, occupavano la parte centrale, dove potevano probabilmente essere tenuti meglio sotto controllo. Sempre secondo Giordane, nella piana Catalauna si levava una collina dai versanti piuttosto ripidi. Questo rilievo geografico dominava il campo di battaglia ed era strategicamente importante da controllare, per cui divenne il centro dei combattimenti. Mentre gli Unni tentavano di salire dal lato destro della collina, i Romani cercavano di fare lo stesso dal lato sinistro, senza che nessuno riuscisse però inizialmente ad occuparne la sommità. Quando gli Unni riuscirono a guadagnare la sommità del rilievo, trovarono che i Romani l’avevano occupata prima di loro, e ne furono respinti. I guerrieri unni ripiegarono disordinatamente, portando lo scompiglio all’interno delle loro file e causando il collasso dell’intero schieramento unno. La battaglia prosegue con la morte di Teodorico re dei Visigoti che assieme ai Romani pongono sotto assedio il campo unno. Assistendo alla partenza dei Visigoti, Attila sospettò che si trattasse di una finta ritirata con lo scopo di attirarlo fuori dal campo ed annientare i resti del suo esercito. Rimase quindi al riparo nel suo accampamento per qualche tempo, finché si convinse di poter rischiare di lasciare il campo e si rimise in marcia verso il Reno. La vittoria romana ottenuta ai Campi Catalaunici non fu decisiva: Ezio non volle sfruttarla appieno, rinunciando a inseguire le forze unne in ritirata, nel timore che il loro annientamento avrebbe accresciuto troppo la potenza visigota in Occidente. Frustrato nei suoi piani di saccheggio in Gallia, l’anno successivo Attila rivolse il suo esercito contro l’Italia. Due anni dopo morì nell’odierna Ungheria. “La Battaglia dei Campi Catalaunici” sancì una divisione fino ad allora impensabile in seno al continente europeo. Infatti, l’Europa era stata unita sotto la giurisdizione ferrea e lungimirante di Roma. Dopo quella data la storia dell’Europea fu diversa. Nel senso che la storia della parte occidentale del nostro continente iniziò a divergere rispetto a quella orientale dando vita a due Europa con caratteristiche razziali, culturali e religiose ben definite. Il muro eretto da quella battaglia fu eliminato soltanto nel 1989 allorquando fu aperto il muro di Berlino.

Gli eventi storici riportati sopra fanno capire l’intimo correlarsi fra aree geopolitiche, dinamiche geopolitiche e guerra. Una realtà che non si può sottostimare poiché se analizziamo la storia europea ci accorgeremmo come quante volte la medesima sia stata determinata da fenomeni di natura bellica. Un po’ di realismo farebbe bene ad un’Europa priva di una reale politica estera. Politica estera che significa anche politica economica, capacità di governance geopolitica e politica di difesa. Non sarebbe venuto il momento di fare due, tre passi avanti?

Credits:

La foto di copertina è stata presa dal sito http://www.ilpost.it.


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