Una petizione chiede per il cineasta Alberto Grifi il
riconoscimento dei benefici previsti dalla Legge
Bacchelli. Trent’anni fa il suo bellissimo ’Anna’ fu
il precursore di una terribile epidemia: il reality
show.
Era la metà del febbraio 1972. Una ragazza sarda di
sedici anni, una hippie, un po’ fatta, ciondola fra le
statue e i fregi barocchi di Piazza Navona,
appesantita da un pancione di otto mesi. Come accade
nel Vangelo, del papà del nascituro non si sa niente.
Il cineasta sperimentale romano Alberto Grifi decide
di mettere in moto la sua macchina da presa e di
lasciarla in funzione davanti alla vita di lei, Anna,
e a quella della comunità di drop out, anarchici e
libertari, che si ritrovano ogni giorno vicino alla
fontana del Bernini. Da quell’antidiluviano
esperimento di reality show, venne fuori ’Anna’, un
film verità di dieci ore e mezzo, poi ridotte a 225
minuti, che venne presentato con grande successo ai
festival di Cannes, Venezia e Berlino.
Girato in
videotape e poi riversato in pellicola grazie al
’vidigrafo’, un macchinario inventato dallo stesso
Grifi, ’Anna’ segue la vicenda di un pancione e di una
mamma che non ha né un tetto né un lavoro, dolce come
una madonna, vagamente amorale, dal temperamento
lunatico. Il toscano Massimo Sarchielli, coautore del
film, si presta di offrirle un tetto, di cucinarle
delle amorevoli minestrine in brodo e di sostenerla
lungo le ultime settimane della gravidanza. Ma questa
non è che l’unica esile traccia di un plot che
incespica sempre, che in realtà non esiste.
La
cinepresa di Grifi, infatti, per qualche tempo si
trasferisce in Piazza Navona e diventa il testimone
delle storie, delle conversazioni e dei poetici deliri
che covano nel mondo a zampa di elefante di quella
umanità ancora nel mezzo del guado, uscita dal ’68 e
già, in qualche modo, dentro al ’77. La maternità di
Anna, i problemi che ne derivano e le solidarietà che
s’innescano, sono soltanto lo spunto per spostare la
conversazione verso la politica, l’organizzazione
sociale, il futuro, le scelte di vita alternative,
secondo quella modalità di scambio dell’epoca che
trasformava tutto, per magia, in dibattito. Di tanto
in tanto entra in scena anche qualche benpensante,
così si chiamavano, e allora il quadro, per così dire,
diventa davvero completo, diventa il quadro storico e
dialettico di un’epoca.
Per il resto, tutto ha il
respiro altalenante del caso: la preparazione del
pranzo, il caffè, Massimo che rovista fra i capelli di
Anna, per toglierle i pidocchi, e i pidocchi che
diventano come l’evidenza bruta, animale, di una vita
che non viene mai, nella sua rappresentazione,
obliterata, sceneggiata o peggio, censurata. Rivedere
oggi ’Anna’, nella dilagante pandemia dei reality
show, fa davvero un certo effetto: è come se la
realtà, in quella Piazza Navona del 1972, fosse molto
più dirompente dei codici televisivi, come se
conservasse ancora una sua flagranza, una sua naturale
potenza, come direbbe Jean Baudrillard. Era una realtà
che non si metteva in posa, che non si lasciava
cortocircuitare dalle immagini, forse perché la
società dello spettacolo, allora, aveva appena appena
iniziato a divorarla. Ed è per questo che ’Anna’ resta
un oggetto filmico meravigliosamente pimpante e
seducente.
Ma perché tornare a parlarne oggi, dove sta
la notizia? La notizia è che da qualche tempo circola
una petizione per attribuire ad Alberto Grifi i
benefici della Legge Bacchelli. Grifi, intellettuale,
cineasta indipendente, classe 1938, ha continuato a
lavorare, in cambio di un piatto di pasta, fino a
pochi anni fa, tenendo lezioni e laboratori di cinema
in molti centri sociali (io ne frequentai uno,
bellissimo, al ’Macchia Nera’ di Pisa), ma adesso non
possiede più una casa, si fa ospitare da qualche
amico, e soprattutto le sue condizioni di salute sono
molto critiche. Per firmare la petizione è sufficiente
scrivere ad info@barbaranocinelab.it. La notizia
l’abbiamo data in fondo all’articolo, tanto per
scompaginarne la grammatica, un po’ come Jean Luc
Godard, Alain Resnais e Alberto Grifi facevano con il
loro pazzo, pazzo cinema.