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Quando la letteratura da viaggio agevola la conoscenza del territorio

Le stupende annotazioni di Déodat de Dolomieu ci offrono un affascinante spaccato sugli accadimenti di carattere geologico succedutisi nel corso dei secoli fra Sortino e Mineo
di Emanuele G. - mercoledì 14 aprile 2010 - 7565 letture

1. Introduzione

Copertina "L'Isola del Viaggio"

Lo spunto per scrivere questo articolo mi è stato dato dalla partecipazione alla pubblicazione del Catalogo del Museo dei Viaggiatori in Sicilia inaugurato due anni fa a Palazzolo Acreide (Siracusa). Per maggiori informazioni: Museo dei Viaggiatori in Sicilia

L’intero lavoro, allestimento del Museo e redazione del Catalogo, è stato coordinato dalla Professoressa Francesca Gringeri Pantano a cui va dato pubblico plauso in quanto è proprio da iniziative di simile spessore culturale che può partire il rilancio di un territorio in chiara crisi di identità storica. Mi riferisco alla provincia di Siracusa.

Non è stato un lavoro facile. Anzi. Si può ben dire che si tratta di un progetto pilota di assoluto rimarco per l’intero meridione d’Italia. Un progetto voluto fermamente dal Comune di Palazzolo Acreide. Il problema principale è stato quello di reperire il materiale iconografico da rendere disponibile alla fruizione del visitatore del Museo. Un’impresa di non poco conto poiché si è dovuta sviluppare tutta una serie di contatti per ottenerlo, catalogarlo e trovargli la migliore soluzione espositiva possibile. Un lavoro da amanuensi. Nel senso di costante pazienza al fine di raggiungere un elevatissimo livello scientifico.

Lo stesso dicasi per il Catalogo poiché bisognava vagliare decine e decine di foto, incisioni, vedute e testi al fine di coordinarli in maniera omogenea ed univoca. Infatti, il Catalogo, pubblicato dalla Domenico Sanfilippo Editore di Catania, è un incredibile scrigno di notizie preziose sull’epopea del “Gran Tour” in Sicilia e sulla magniloquente storia della nostra isola. Ogni contributo iconografico trova il suo commento. Rigoroso dal punto di vista scientifico e pieno di pathos perché si stava ricostruendo un’immagine di Sicilia. La nostra terra.

Il contributo personale è stato la traduzione di un brano di Déodat de Dolomieu riguardante la storia geologica dei territori situati fra Sortino (Siracusa) e Mineo (Catania) inserito nella monumentale opera “Voyage pittoresque ou description des royaumes de Naples et de Sicilie” a cura di J.C. Richard de Saint-Non. Opera faconda. Scrigno prezioso di conoscenza. Faro della letteratura da viaggio.

Nel proseguo dell’articolo stilerò una breve scheda informativa sul “Grand Tour” per poi presentarvi il Dolomieu. La parte finale, invece, riguarderà la pubblicazione integrale della traduzione del brano del Dolomieu supportata dall’inserimento di veloci annotazioni orientative.

2. Il “Grand Tour” ed elementi della letteratura da viaggio

Poiché l’argomento è esteso e porterebbe, di conseguenza, alla costruzione di un testo confuso e poco comprensibile ho pensato di utilizzare brani della mia tesi su Tocqueville. Tesi che aveva come oggetto di analisi Alexis de Tocqueville e il “Grand Tour”. Come noterete ho disposto le informazioni essenziali sul “Grand Tour” e la relativa letteratura da viaggio in agili e brevi paragrafi tali da “iniziare” il lettore alla conoscenza di un mondo connaturato da una straordinaria ed affascinante bellezza espressiva. Bellezza espressiva ridotta oggi a poca cosa da una modernità senza cultura e rozza.

* Prologo

Il professore Nunzio Famoso (Università di Catania) ha curato nel 1999 un libro piuttosto importante per capire il mondo dei viaggiatori che hanno visitato la Sicilia. Infatti, nella parte introduttiva egli sviluppa un interessante excursus sul viaggio e sulle sue diverse tipologie nel corso della Storia.

Agli inizi della Storia dell’uomo “il viaggio è metafora della vita.” In questo contesto “la letteratura odeporica si alimenta dell’incontro dell’uomo col mondo, della progressiva apertura di nuovi orizzonti, del desiderio di vedere, sentire e decifrare lo spazio nella forma archetipa.” E’ l’epoca di Gilgamesh, Ciro, Mosè, Giasone, Odisseo ed Enea. In epoca romana il viaggio assume particolarità non proprio metaforiche, ma come semplice necessità per incontri o scambi commerciali. Le classi più elevate preferivano le villeggiature in zone vicine a Roma; piuttosto che imbarcarsi in lunghi viaggi.

Con il crollo dell’Impero Romano, la situazione cambia del tutto in quanto il complesso sistema di trasporti realizzato in vari secoli dai romani cade in disuso con il risultato di una stasi di rapporti fra le differenti regioni facenti parte dell’Impero. L’unica forma di viaggio era quello religioso e il pellegrino diventa la figura dominante e simbolo.

Il viaggio è per lui fonte di grande nutrimento spirituale, perché attraverso un lungo cammino, pieno di ostacoli e difficoltà, egli trova il castigo ai suoi peccati e nel frattempo può purificare la sua anima. Il viaggio è dunque vissuto, allo stesso tempo, come sofferenza ed espiazione, assumendo un significato eminentemente penitenziale. Questi clerici vagantes seguivano percorsi abituali ed in genere la loro meta tradizionale era Roma, città della fede per eccellenza, città santa con i suoi mirabilia urbis.

Snodi fondamentali di questo viaggio erano i conventi da considerarsi le più importanti infrastrutture di trasporti per quel periodo e che accomunavano un alto indice di elaborazione culturale. Tuttavia, non esisteva soltanto la figura del viaggiatore religioso, ma, anche, altre come quella del viaggiatore eroico.

Accanto a questo tipo di viaggiatore religioso, quasi ad incarnare la nascita di una originaria componente laica del viaggiatore, va ricordata la ricca schiera dei cavalieri che al viaggio di gruppo preferiscono quello individuale. Il viaggio d’individuazione, attraverso dure prove, mette in risalto la tempra del viaggiatore, le doti morali e fisiche del cavaliere, il coraggio e l’eroismo. In questo tipo di viaggio, che viene definito eroico, si ricercano la gloria, la fama e gli onori.

Con l’Umanesimo il viaggio eroico cambia modalità accentuando il lato individualistico e dilatando a dismisura una sete di libertà che i secoli precedenti avevano contributo a soffocare.

Un’idea del viaggio che la curiosità e il bisogno d’evasione rendono più seducente, che la nuova sensibilità indirizzata verso i luoghi della cultura classica e che è sorretta dallo spirito di osservazione e della nuova scienza baconiana…Avventurieri in un mondo che va dilatando velocemente i suoi confini e si mostra sempre più aperto alla intraprendenza e all’ingegno, giovani che attraverso il viaggio coronano il proprio corso di studi universitari, aristocratici che con il viaggio sfuggire alla noia e alla malinconia…costituiscono le schiere che innovano ed innervano il viaggio nell’età umanistica.

Questa tipologia di viaggio sintetizza le precedenti rivelando nuovi interessi e un notevole livello di conoscenza. Nascono, quindi, i primi alberghi secondo la moderna terminologia, cominciano ad essere pubblicati i primi resoconti di viaggio come anche le prime guide ad uso e consumo del viaggiatore. Emblema del viaggiatore di questa epoca è sicuramente Michael de Montaigne il cui diario di viaggio in Italia fu scoperto nel 1774. E’ da questa tipologia di viaggio che troverà fondamento il “Grand Tour”.

Il pellegrino da mistico e religioso si è trasformato in viaggiatore laico e colto, alla ricerca di una più ampia erudizione soprattutto di cultura umanistica nelle maggiori biblioteche del tempo. Mutata è la trama urbana del vecchi itinerario, non già tutto proteso alla meta finale (Roma) ma volto alla ricerca, all’attraversamento e al godimento di altri punti nodali (Milano, Venezia, Padova, Firenze, Bologna). Nel frattempo si è accresciuto il numero di studenti, inglesi, francesi, tedeschi e di altre nazionalità, che si recano in Italia per seguire corsi nelle Università del centro-nord e in contemporanea schiere di umanisti, soprattutto anglosassoni, prendono a frequentare sempre più diffusamente corti e centri di cultura italiani.

In questo contesto, l’Italia svolge un ruolo di primissimo piano in quanto riesce ad accendere l’immaginario nordico permettendogli di far conoscere i propri tesori, il suo territorio, la sua realtà culturale. Tutto ciò ha un grande impatto su un vasto pubblico aristocratico e borghese. A questa esplosione di un miraggio italiano provvede, anche, una produzione enorme di disegni, dipinti ed incisioni che illustrano il nostro paese dandone una lettura visiva e topografica. In tutto questo, purtroppo, scompare il paese reale. Infatti, non ci si interroga sulla realtà socio-politica dell’Italia relegando la realtà ad un fare pittoresco e spesso stereotipato. Comunque sia, erano state gettate le basi del “Grand Tour”.

* Il “Grand Tour”.

Di seguito analizzeremo alcuni dati fondamentali per avere una visione esatta e preciso del “Grand Tour”. Con lo scopo di rendere la lettura di questa parte dell’articolo ariosa ed agile, ho ritenuto opportuno seguire la struttura di un sito gestito dalla Regione Toscana dedicato proprio al “Grand Tour” (http://www.spacespa.it) e foriero di utilissime informazioni al riguardo.

- Definizione.

Innanzi tutto è opportuno dare subito una definizione del “Grand Tour”. Con questo nome, di origine inglese, si indicò il viaggio di istruzione, intrapreso dai rampolli delle case aristocratiche di tutta Europa, che aveva come fine la formazione del giovane gentiluomo attraverso il salutare esercizio del confronto. Il termine tour, che soppianta quello di travel o journey o voyage, chiarisce come la moda di questo viaggio si specifichi in un ‘giro’ – particolarmente lungo e ampio e senza soluzione di continuità, con partenza e arrivo nello stesso luogo – che può attraversare anche i paesi continentali (Olanda, Francia, Svizzera, Sud d’Europa), ma ha come traguardo prediletto e irrinunciabile l’Italia. Non più l’Italia degli itineraria medievali, certo, ma l’Italia delle cento città la cui fitta trama urbana diventa la meta prediletta di un nuovo pellegrinaggio.

E’ un modo tutto nuovo di viaggiare che sintetizza le precedenti esperienze fino ad ora analizzate con novelle esigenze contemporanee.

Il “Grand Tour” è la perfetta simbiosi delle esperienze di viaggio precedenti. In esso si fondono la tradizione gotica del vers sacrum, intesa come un viaggio a tappe, necessario al giovane per raggiungere l’età adulta dopo una graduale esperienza nobiliare e religiosa, e la tradizione laica della peregrinatio accademica, intesa come necessario studio del giovane nei più importanti centri di cultura europea al fine d raggiungere una matura formazione. L’antica parola normanna Tour acquista, soprattutto, per merito dei viaggiatori inglesi, un nuovo significato: il termine, ora, stava ad indicare quasi necessariamente tutti i giovani studiosi che volevano assumere un posto rilevante nella società colta del tempo ed una formazione cosmopolita.

Per norma il “Grand Tour” durava fra i sei e i diciotto mesi, in certi casi anche tre anni, soprattutto agli inizi. In età successiva al settecento la sua durata fu abbreviata, anche per i costi proibitivi, e ne cambiarono le motivazioni trasformandosi da viaggio di cultura a semplice viaggio di visione o sentimentale.

- Date di riferimento.

Dal punto di vista cronologico si indica nel 1604, data della pace fra Inghilterra e Spagna, l’inizio del “Grand Tour” poiché con questa pace finalmente l’Europa entrava in una fase di prolungata stabilità politica, e soprattutto l’area del Mediterraneo location preferita dei viaggiatori. Infatti, approfittando di questa favorevole situazione geopolitica decine e decine di studenti universitari europei, come anche nobili e borghesi, iniziarono a viaggiare influenzati da un panorama culturale che costituiva la ragione intellettuale del “Grand Tour” medesimo. L’epoca d’oro del “Grand Tour” classico termina nel 1796 con l’invasione dell’Italia da parte delle truppe napoleoniche.

- Presupposto culturale.

Spendiamo qualche parola sul panorama culturale favorevole al “Grand Tour”. Fra il 1600 e il 1700, si sviluppano alcune correnti filosofiche come l’Arcadia o l’Illuminismo che indicano espressamente nel ritorno alla classicità, e alla sua riscoperta, come modello perfetto di società. Senza dubbio queste correnti di pensiero avevano una loro visione della classicità: l’Arcadia ne poneva in evidenza l’aspetto bucolico e paesaggistico, mentre l’Illuminismo era più interessato all’aspetto razionale e filosofico. Quale paese europeo poteva essere considerato la Mater Tellus della classicità? L’Italia con la sua millenaria storia, cultura, i suoi paesaggi, i suoi monumenti e con tanto altro da scoprire ed investigare. Il nostro paese come erede dello spirito di Atene e di Roma.

- Dove è nata l’idea del “Grand Tour”.

Nazione capofila del “Grand Tour” è l’Inghilterra dove se ne sviluppano i principi basilari. Il termine “Grand Tour” fu coniato da Richard Lassels nel 1670 quando diede alle stampe il suo Voyage of Italy. Tuttavia non ci fu solo Lassels a contribuire alla moda del viaggio in Italia e, massimamente, alla moda del viaggio tout court. Vorremmo indirizzare la vostra attenzione sul celeberrimo Of Travel (1625) di Francis Bacon, su Sentimental Journey (1768) di Laurence Sterne, su Some Thoughts Concerning Education di John Locke od ancora sui Viaggi di Gulliver (1726) di Jonathan Switft. Questo rigoglio di letteratura sul viaggio e sulla sua necessaria opportunità, creò un clima così favorevole al “Grand Tour” da originare un principio secondo il quale una persona poteva essere considerata un perfect gentleman solo dopo averlo compiuto.

* Aspetti fondamentali del “Grand Tour”.

- I tempi del “Grand Tour”.

Il ‘secolo d’oro’ del viaggio

Il momentaneo altalenare della fortuna non incrinò un primato che rimase saldissimo per tutto il corso dei secoli XVII e XVIII, e si affermò soprattutto in quest’ultimo, secolo d’oro dei viaggi, la cui parabola può dirsi definitivamente esaurita solo alle soglie del XIX secolo, in concomitanza con la tempesta napoleonica. Il secolo d’oro, su basi, dunque, seicentesche, non fece che ampliare a dismisura il fenomeno, così che fra 1760 e 1780 crescono le lamentele degli stranieri assediati dai compatrioti non solo nelle città maggiori ma anche in quelle minori (tra cui Lucca e Siena). Cresce a dismisura anche lo stuolo degli accompagnatori, sempre proporzionato al grado e alle facoltà del viaggiatore: medico, cuoco, valletto, pittore, musicista corriere, spesso, a loro volta, divenuti esperti relatori. Cominciano inoltre a comparire nella comunità viaggiante le donne, precorritrici delle grandi viaggiatrici di epoca romantica.

Gli anni ‘40 del XVIII secolo

Importante spartiacque nella storia italiana del viaggio sono gli anni quaranta del secolo, quando le nuove straordinarie scoperte archeologiche di Ercolano (1738) e Pompei (1748) determinarono nuove coordinate negli itinerari italiani. Fino ad allora era stato possibile riconoscere i viaggiatori dalla loro provenienza, e si parlava, a buon diritto, di viaggiatori inglesi piuttosto che francesi identificabili nel fatto che gli uni prediligevano Venezia, gli altri Roma, fin dai tempi di Rabelais. Intorno alla metà del Settecento si assiste, invece a quella che è stata chiamata la internazionalizzazione del “Grand Tour” (De Seta, 1982) che unifica gli itinerari (da nord a sud) incardinandosi intorno all’epicentro costituito dalle due città. L’internazionalizzazione costituisce il risvolto materiale di un concetto sopranazionale dell’Europa, concetto tipicamente settecentesco, segno della cultura cosmopolitica che si sta affermando. Contestualmente la durata del viaggio comincia ad assottigliarsi, segno di una minore disponibilità economica e mentale.

Come si trasforma l’idea del viaggio

Dopo il Congresso di Vienna, infatti, l’Italia romantica fu oggetto di nuovi miti e il viaggio, con la modernizzazione della società, acquistò nuovi ritmi e incarnò nuovi valori. Le aspirazioni culturali si impoverirono, facendo prevalere quelle di pura evasione. La scoperta del viaggio è sempre meno personale e sempre più sintonizzata sulle informazioni predisposte dalla guida, il nuovo strumento del viaggiatore, che non organizza più in proprio ma viene condotto dalla nuova figura dell’organizzatore di viaggi, che, grazie alla geniale intuizione di Thomas Cook, complice la nuova viabilità ferroviaria, si annette le possibilità conoscitive del viaggio determinandole in base ad esigenze piuttosto economiche che culturali. Si crea adesso perciò il fenomeno, tuttora vitale, del turismo organizzato e di massa. La filosofia turistica che vi viene impartita, diretta ad un pubblico accresciuto e massificato ad un tempo, è più accessibile e rudimentale di quella ben più consapevole e pretenziosa dei secoli precedenti, quando la schiera dei grandtourists solcava le strade italiane a bordo di carrozze ben equipaggiate.

- Il dibattito sul “Grand Tour”.

Nascita dell’idea in Inghilterra

La fondazione di un’idea del viaggio come strumento di formazione, come mezzo di scambio e commercio intellettuale che, instaurando il confronto, fa nascere e progredire la coscienza critica e la consapevolezza del viaggiatore, nasce in Inghilterra e da lì si irradia. La predisposizione della cultura inglese all’empirismo determina la preferenza per l’esperienza diretta in luogo dei dogmatismi del sapere di cui la tradizione scolastica medievale era stata campione.

I precetti per un buon viaggio

I precetti baconiani furono la base filosofica che diede al viaggio di istruzione degli inglesi il primato cronologico e l’appoggio incondizionato della Corona. Il saggio di Bacon intitolato Of Travel (1625) infatti, contiene già, in modo completo, tutto il corredo di motivazioni e buone norme che in seguito, con sorprendente successo editoriale, saranno specificate, arricchite, ripetute, riorganizzate in una manualistica fiorente che, da sola, basterebbe a dar conto del fenomeno. Come capostipite di quella precettistica dell’organizzazione materiale dei viaggi, in cui saranno indicate minuziosamente la durata (che all’inizio era stabilita in tre anni), il corredo materiale e culturale del viaggiatore, i luoghi di sosta e le molte altre indicazioni necessarie, Bacon fece scuola. Egli consigliava che il giovane destinato al “Grand Tour” avesse una certa conoscenza della lingua del paese di destinazione, che vi si recasse provvisto di guide cartacee e di un tutore; raccomandava che tenesse un diario, che non si trattenesse troppo in una stessa città e che, durante il soggiorno, cambiasse più volte residenza in modo da impratichirsi negli spostamenti, sempre provvisto di lettere di presentazione per potersi inserire nella buona società.

L’altra faccia della medaglia

Questi erano i buoni precetti per un utile viaggio. Ma gli oppositori guardavano l’altra faccia della medaglia: l’Italia, dopotutto, era anche la patria di Machiavelli, cioè degli atteggiamenti cinici e della liceità di qualsiasi mezzo pur di raggiungere il fine; la patria del cattolicesimo, in cui lo sfarzo esibito dalla Controriforma poteva abbagliare i non cattolici (oltre che costituire un pericolo, per chi non era protetto dalla carta diplomatica, di incorrere nella rete dell’Inquisizione); un luogo dove la libertà di costumi era pericolosa. Non solo. Le molte pagine dei resoconti dicevano di un paese reale ben diverso da quello mitico che i viaggiatori idealizzavano. Eppure, non furono queste ombre a creare la forte corrente dei dissidenti rispetto ad una pratica che sollevò, come è proprio di tutte le mode, anche moltissime obiezioni. Di fatto, la mutata situazione della penisola, il suo diminuito prestigio (ma mai demolito) quale faro della formazione umana e culturale per la giovane classe dirigente, non sarebbero bastati ad inficiare il principio che alimentava il fenomeno europeo: il viaggio istituisce il confronto e, di per sé, genera conoscenza. Ma è piuttosto su questo versante filosofico che si appuntavano le critiche più perniciose, quelle che fecero realmente da contrappeso nell’opinione pubblica, pur non incidendo realmente sui numeri del flusso itinerante. La voce dissidente, accogliendo in un dossier gli sparsi indizi che pure trapelavano dalle relazioni, ne facevano la propria arma ideologica. Non tutti i tutors, infatti, erano persone degne di fede, molti anzi sperperavano i denari messi a disposizione per il viaggio di istruzione lesinando sulla istruzione e concedendosi lussi di ogni tipo. Non tutti i giovani, d’altra parte, erano così desiderosi di compiere il loro apprendistato artistico e culturale piuttosto che farsi sedurre dalle sirene del teatro, dalla promiscuità delle locande, dalla vita fastosa e irregolare di Roma, dalla avventura. Come possono realizzarsi conoscenza e apprendimento in condizioni così poco propizie, sostenevano gli oppositori? E, soprattutto, quale guadagno mai non può ottenersi a casa propria, laddove i costumi scioperati delle altre nazioni possono solo fuorviare il giudizio e oscurare l’intendimento? Ancora nel 1781 la questione restava aperta se John Moore nel suo View of society and manners in Italy scriveva: «Si ritiene che per mezzo di una precoce educazione all’estero, tutti i ridicoli pregiudizi inglesi potranno essere evitati . Questo può esser vero: ma chi ci garantisce che altri pregiudizi, forse altrettanto ridicoli, e molto più dannosi non mettano radici?”

La posizione dell’Inghilterra

E’ perciò possibile dire che, sebbene le radici del “Grand Tour” siano inglesi, fu proprio dall’Inghilterra che arrivarono anche le maggiori obiezioni. L’altalenante prevalere dei pro e dei contro fecero del viaggio in Italia, almeno per tutto il Cinquecento, un mito vagheggiato e insieme temuto. Una fortuna contesa, quella del “Grand Tour”, che vincerà nel secolo successivo ogni resistenza contemporaneamente diffondendosi, in modo massiccio, anche negli altri paesi europei.

La posizione della Francia

Anche nella Francia del Cinquecento si contano pionieri del viaggio in Italia, dato che molti dei migliori artisti la scelgono come luogo di elezione per i loro studi. Ma anche qui il fenomeno si radicalizzerà nel secolo successivo, cambiando però fisionomia: da iniziativa privata a programma di stato, come dimostra la fondazione dell’ Accademia di Francia a Roma nel 1666, atto solenne della consacrazione dell’Italia come fonte cui abbeverarsi, punto di sosta e aggregazione per gli artisti di tutta Europa. Curioso destino, in questo caso, quello del viaggio, che promuove il suo esatto contrario cioè l’esigenza della stanzialità.

Superamento della polemica nel secolo d’oro

Il secolo d’oro dei viaggi, mette fine al calore polemico della diatriba. Essa resta o come fatto biografico del singolo viaggiatore, o come controversia determinata da fattori contingenti, quale per esempio la fortuna editoriale dilagante degli editori di Travel Book. Soprattutto in Inghilterra, il fenomeno editoriale fa infatti scattare a più riprese l’antidoto dell’ironia e della parodia.

- I protagonisti.

I giovani

La schiera dei grandtourists fu fitta ed eterogenea. La percentuale più cospicua fu assegnata ai giovani, di età compresa fra i sedici e i ventidue anni. Furono loro, spesso accompagnati da tutors più forniti d’anni e di esperienza, a percorrere le strade italiane. Gli eredi delle nobili casate aristocratiche videro ben presto affiancarsi i meno blasonati ma spesso più facoltosi figli della classe borghese in ascesa che anzi, attraverso il viaggio di istruzione, nobilitava le sue patenti culturali. Il target giovanile si spiega col carattere di apprendimento e di acquisizione attribuito all’esperienza del Tour. Il legame con l’idea di istruzione era così stretto che in Inghilterra la Corona finanziava i viaggiatori, a fronte di una richiesta debitamente motivata, con 300 sterline annue.

Gli uomini di cultura

Il viaggio di istruzione non resta tuttavia appannaggio della sola gioventù europea. Esso, inteso più largamente come viaggio di formazione, interessa da vicino la schiera dei tutors , spesso scelti tra gli artisti, i letterati, gli uomini di cultura che, privi di mezzi materiali, erano provvisti di quel saggio discernimento da somministrare ai loro giovani signori. Fu questo una sorta di mecenatismo moderno, grazie a cui un gruppo davvero notevole di artisti o amatori d’arte godette della possibilità non solo di apprendimento ma di scambio. Il commercio intellettuale, favorito dall’incontro, si rispecchiò poi nel commercio di oggetti, opere d’arte, vedute, che cominciarono a circolare tra paesi visitati e madrepatria ampliando le possibilità di confronto e realizzando, in concreto, l’idea universalistica della cultura che l’uomo europeo sentiva come necessaria.

Professionisti e curiosi

Il catalogo dei viaggiatori non si esaurisce tuttavia ancora: molti uomini politici, diplomatici, poi poeti, letterati, ma anche mercanti e uomini d’affari, interessati principalmente nel collezionismo, infine famiglie intere furono protagonisti del viaggio. La ragione di questo allargamento a macchia d’olio del desiderio del viaggio nella società europea sta nella ricchezza dell’Italia, di un luogo che costituiva insieme meta e mito culturale, naturalistico, scientifico, politico, avventuroso, artistico, religioso eppure mondano. L’Italia dei monumenti, della archeologia, della campagna toscana e del sublime panorama alpino, del carnevale veneziano e delle feste romane, dei teatri, l’Italia del clima mite, che fa di Pisa il rifugio di tanti anglosassoni malati di tisi, l’Italia delle Accademie e delle biblioteche, delle cento città: i suoi cento volti diventano il prisma in cui si riflette tutta la società europea coinvolta in una gara di emulazione nel partecipare all’irrinunciabile viaggio.

- Le motivazioni del viaggio sei-settecentesco.

Una curiosità a tutto campo

Tentare di districarsi nel mare magnum della produzione odeporica cinque-ottocentesca guardando alle motivazioni dei viaggiatori è impresa ardua e piuttosto inefficace. Piuttosto che stabilire delle categorie, necessariamente fluide e fluttuanti, meglio pensare ad un viluppo di motivazioni (tra formative ed edonistiche, con tutte le possibili variazioni, dall’avventuroso al terapeutico) che trovano la loro sintesi nella idea di un viaggio come «forma di amatissimo e splendido spreco, ancorché variamente motivato» (Brilli, 1987).

Il viaggio del grandtourist infatti, erede dei viaggi utilitaristici dei secoli precedenti (pellegrinaggi, viaggi mercantili e di affari, ambascerie ecc.), possiede un carattere più svincolato da un interesse o finalità specifica e insieme una ambizione infinitamente più alta: quella di vedere tutto e di tutto dissertare. Al di là della casistica personale, infinitamente variegata, è ovvio, il motore che muove questa potente migrazione europea infatti può riassumersi nel termine curiosità . E se è la curiosità a muovere i viaggiatori, non può escludersi a priori nessun campo di indagine: dall’interesse intellettuale insufflato dalla nuova scienza, al richiamo della cultura classica, allo studio dei sistemi legislativo politico amministrativi, all’interesse per l’economia, che sia l’agricoltura o l’industria, all’attenzione per l’articolazione politica dato che l’Italia costituiva, per Joseph Addison, il più eccentrico e variegato di forme politiche museo esistente al mondo, a luogo propizio per il collezionismo (sia artistico sia naturalistico), alla cura della malinconia, autentico mal du siècle cui si deve il lancio di una moda plurisecolare, all’evasione ed all’edonismo, al potere taumaturgico del viaggio, all’amore per l’arte (musica e teatro), fino alla semplice questione di moda.

Una letteratura prismatica

Sterminata si configura da subito anche la letteratura che dà conto dei viaggi compiuti, se già nel 1691 Maximilien Misson, autore del celebre Nouveau voyage d’Italie, la dichiarava inclassificabile. Le impressioni di viaggio che ci sono state con essa trasmesse sono portatrici di una cultura veramente enciclopedica. La varietà dei temi che esprimono è incrementata dalle personali preferenze di ogni scrittore che sottolinea un aspetto piuttosto che un altro. L’ambizione ad una classificazione per motivazione ne risulta, per questo, complessivamente delusa. Perciò, in essa trovano posto tutti i moventi nati dall’incontro fra la vastità e l’eterogeneità degli interessi propri di tutta la cultura settecentesca (che offre la possibilità di spaziare dagli aspetti politici, economici, culturali, ai fenomeni di costume senza trascurare le coordinate geografiche e le condizioni ambientali, dalla descrizione minuziosa di biblioteche e pinacoteche all’interesse per l’urbanistica o per i giardini di una città, allo studio sull’indole o la composizione sociale di un popolo, ecc.) e il prevalere delle preferenze personali di ciascun viaggiatore.

La vasta produzione figurativa

Sterminata a sua volta la produzione figurativa, che fa il paio con quella letteraria. Nella rubrica del viaggiatore così eteronomo negli interessi perseguiti, il capitolo che riguarda l’arte, da vedere e da riprodurre, è spesso dominante. La visita è il movente di una vasta produzione figurativa, alimentata dai pittori ingaggiati in patria ad hoc prima del viaggio, oppure sul posto, quando le finanze non permettevano una assunzione di così lunga durata oppure, alcune volte, dal talento degli stessi viaggiatori. Quanto e più ricca della produzione letteraria fu quella iconografica: incisioni, stampe, acqueforti, carte topografiche, in special modo di Roma. Il vedutismo che si affermerà poi contribuirà al fenomeno ottocentesco del collezionismo, con le sue ricadute sulla realtà materiale e intellettuale dei paesi che intraprendono gli scambi.

Un settore da considerare a parte, per l’impatto culturale che determinò è poi quello legato alla riscoperta di Paestum e del dorico, insieme con quella di Ercolano, Pompei e Agrigento, occasione per aprire uno scenario sulla realtà archeologica pre e post Winckelmann.

- Le testimonianze dei viaggiatori.

Il Settecento

Una conoscenza enciclopedica

Il viaggio del grandtourist settecentesco ha in via generale le aspettative della conoscenza enciclopedica, esaustiva. Il viaggiatore è paragonabile in questo ad un filosofo sperimentale di «eccezionale voracità tesaurizzante » (Brilli, 1987), che ambisce alla sistematicità. Egli, dotato, quando sia scrupoloso, di una preparazione teorica molto solida, realizzata tramite la lettura di diversi manuali metodologici allo scopo di apprendere come organizzare la visione, ha del tempo una idea quantitativa e quanto più vede tanto più ritiene di avere svolto il suo compito. Le reazioni, i gusti, i pareri troppo personalistici sono banditi. Prevalgono le descrizioni di luoghi e cose in uno stile oggettivo e accurato che si propone come lo specchio fedele della realtà.

Una miscela di utilità e piacevolezza

Una attendibile chiave di lettura del modo in cui il secolo dei lumi considera questo genere letterario, ci viene fornita dalla Critical Review : «un libro di viaggi […] costituisce uno dei prodotti letterari più attraenti ed istruttivi. In esso si registra una felice commistione di utile e di dulce ; esso diverte e cattura la fantasia senza ricorrere alla finzione romanzesca; ci fornisce un’ampia messe di informazioni pratiche e suggerimenti morali senza la noiosità della trattazione […]» (Brilli, 1987).

Un profilo originale

Tale intento documentaristico si distingue perciò rispetto ad una pratica di scrittura che nel secolo precedente riteneva ammissibile riportare fatti di seconda mano e utilizzare un repertorio di aneddoti – relativi alle proprie incredibili avventure, ai pericoli corsi, alle difficoltà incontrate -, relegando in secondo piano l’osservazione diretta. Ma prende anche le distanze dallo sfogo memorialistico e dalla predominanza del narratore, atteggiamenti che saranno tipici dell’ultima parte del secolo e poi dell’Ottocento. Nei diari, cronache, relazioni, guide ed epistolari di quel secolo, scarseggia il gusto dell’aneddoto salottiero, la notazione di sentimento o personale, mentre predomina il desiderio di oggettività del resoconto. Diari e lettere, soprattutto, consentono di simulare la piena autenticità (anche se quasi sempre subiscono rielaborazioni e affinamenti nella stasi del dopo viaggio) e di realizzare in modo spontaneo la funzione didattico informativo ritenuta essenziale. La lettera in particolare costituisce una scelta tra le preferite (Bacchereti, 1981). Essa consente uno stile discorsivo, piano e alieno da ricercatezze; autorizza a saltare da un argomento ad un altro grazie alla presenza di un interlocutore (spesso fittizio); comporta l’idea di una scrittura immediata, contemporanea alla stesura che era assicurazione di veridicità.

L’Ottocento.

Col procedere del secolo il viaggiatore comincia a nutrire nuove ambizioni. Piuttosto che rivestire il ruolo di informatore si sente il protagonista degli eventi, sulla cui trama si sposta il baricentro della scrittura. Al viaggiatore filosofico sobrio e impersonale comincia a sovrapporsi il viaggiatore ipocondriaco e quello sentimentale con la sua emotività, con i suoi sentimenti, con il suo io, fino ad allora severamente emarginato, ora invece invitato agli onori della cronaca. Cambia il rapporto del viaggiatore con la realtà esterna: oggetto di descrizione, quanto più esaustiva, ora diviene movente di altre descrizioni, quelle del proprio stato d’animo e delle proprie riflessioni suscitate dalla seduzione pittoresca o dalla sublimità del paesaggio.

Caratteri comuni.

L’impostazione da guida turistica

Nella ricchezza tipologica del genere, un dato comune riguarda il prevalere di una volontà guidistica, da cui deriva una tendenza alla ripetizione poi massificata coi Baedeker (tra le prime e più diffuse guide nel senso moderno del termine): degli stessi itinerari, degli stessi giudizi, persino degli stessi aneddoti. A Firenze, per esempio, il percorso-tipo procede dal Duomo a Palazzo Pitti, ammirando le strade ben tracciate e pavimentate, il campanile di Giotto, i soffitti di Pietro da Cortona, esprimendo orrore per il gotico di Santa Croce e la volgare profusione delle Cappelle Medicee.

La parentela fra i testi

Un secondo dato comune riguarda la parentela strettissima che si instaura fra testo e testo, nessuno ignaro dei predecessori, negati, incorporati o rispettati che siano. Le aspettative degli scrittori di viaggio, insomma, sono già orientate dalle letture con cui si sono preparati. E’ perciò difficile uscire dalla casistica per cui da Roma ci si aspetta il trionfo del barocco e delle cerimonie per la Pasqua, da Venezia lo spettacolo del Carnevale e da Pisa la magnificenza della Piazza dei Miracoli, tanto per fare un esempio. E’ vero però che il ricorrere degli argomenti crea una progressiva precisazione dei dati. Se uscire dalla logica del luogo comune è infatti impresa che può essere affrontata solo dai grandi scrittori, perfezionare la descrizione di alcuni punti privilegiati serve a dare degli oggetti ritratti precisi, riccamente informativi, oltre che rivelatori, per la loro stessa ripetitività, dei gusti e predilezioni dell’epoca.

- Itinerari.

Il viaggiatore proveniente dall’estero aveva due possibilità di accedere al nostro paese: le Alpi o il mare. Per quanto riguarda le Alpi, esse furono maggiormente utilizzate come porta d’accesso all’Italia a partire dal secondo Settecento in quanto si assistette ad un miglioramento delle tecniche di attraversamento dei ghiacciai. Le rotte del mare partivano sempre da Marsiglia o Nizza per poi raggiungere Genova o Livorno (meta era la Toscana), Civitavecchia (per iniziare il “Grand Tour” dal Lazio) oppure Napoli (per il Sud d’Italia).

Le tappe più consuete: il modello inglese

Essendo i viaggiatori inglesi i più numerosi e assidui nel viaggio in Italia, potremo considerare, a titolo di esempio un loro itinerario ideale.

Un viaggiatore inglese sbarcava a Genova se arrivava via mare (da Marsiglia o Nizza), o arrivava a Torino se seguiva la via di terra attraversando il Moncenisio, il più frequentato tra i possibili ingressi in Italia (ma altri accessi erano il brano del S. Bernardo o del Sempione). La città di partenza determinava il successivo percorso, attraverso la costa o l’interno. Prima tappa non secondaria è Firenze da dove si passa o sosta con l’intento di arrivare a Roma. La capitale è la città dove ci si ferma il tempo più lungo, spesso progettando la partenza dalla madrepatria nel mese di settembre proprio alla scopo di giungervi in concomitanza del Natale, festa religiosa molto affascinante per i suoi riti, e trattenendosi fino a Pasqua, o per la festa di San Pietro, celebre per i fuochi di artificio che si sparavano da Castel Sant’Angelo. Tra le feste pasquali e la fine di giugno si colloca l’escursione a Napoli e dintorni. Il viaggio si conclude in Campania. Il rientro prevede una sosta a Loreto, poi, attraverso Ferrara e Padova la tappa a Venezia, consigliata nel mese di febbraio quando si svolgono le feste per il carnevale, Vicenza, Verona, e infine l’uscita dall’Italia attraverso la Francia, la Svizzera o l’Austria.

Una metafora del viaggio in Italia

A Matthias Bruen, viaggiatore americano dell’anno 1823, l’itinerario italiano per eccellenza ricorda il corso della vita umana e gli suggerisce una significativa metafora: «la pianura padana e la valle dell’Arno sono lisce, floride e belle come la giovinezza; giungiamo a Roma per acquisirvi l’occhio, l’esperienza e la riflessione che si addicono alla età adulta. Dopo il trambusto si torna alle comodità congeniali all’età tarda, e cioè al sole all’aria e al rigoglio della natura di Napoli. Alla fine Paestum ci appare come il tramonto che conclude il nostro stanco pellegrinaggio e pone termine alle nostre fatiche» (Brilli, 1987).

Percorso di andata

In via generale è possibile affermare che, qualunque fosse la provenienza e il valico affrontato, il tratto padano che comprendeva Torino e Milano era percorso piuttosto celermente (anche se talvolta con soste interessate soprattutto a Parma Piacenza e Bologna), mentre diverso, positivo quando non entusiasta, era l’apprezzamento per Genova. Da qui si giungeva a Firenze, attraverso la sosta a Lucca, ma ci si poteva arrivare anche da Bologna. L’itinerario procedeva poi per Roma, o attraverso la via Francigena, che toccava Siena, la famigerata Radicofani e Viterbo, oppure attraverso Arezzo Perugia, Terni e la valle del Tevere. A seconda di quale delle due strade fosse stata scelta nel percorso di andata, si stabiliva in genere l’altra nel percorso di ritorno. Da Roma si raggiungeva Napoli attraverso le paludi pontine, Velletri, Terracina, Gaeta. Il punto più meridionale del viaggio era Paestum. Rarissimi i viaggiatori nel Cilento e in Calabria, solo nel secondo Ottocento si raggiunge la Sicilia.

Percorso di ritorno

A questo punto bisognava disegnare il tragitto di ritorno verso la madrepatria. Da Roma, attraverso Foligno, si faceva spesso una deviazione in direzione di Loreto, proseguendo per Ancona e la costa adriatica fino a Ravenna, da dove ci si ricongiungeva a Bologna. Da qui, prima di riprendere il tracciato tradizionale all’inverso, si inseriva l’importante tappa di Venezia e delle altre città venete.

Evoluzione delle preferenze

Nel lungo arco temporale che interessa il viaggio in Italia, i puntelli ideologici e culturali dei protagonisti sono in continua evoluzione. Questa mobilità si riflette automaticamente nelle preferenze rispetto alle città italiane da visitare. Perché mutino le destinazioni e gli interessi bisogna infatti che maturino altrettante mutazioni nel gusto e che per esempio, oltre che il Rinascimento si vada a scoprire, dell’Italia, anche il Medioevo. E’ lecito perciò abbozzare un prospetto delle preferenze che tenga conto della evoluzione del gusto fra il Seicento e il Settecento . Cesare De Seta ipotizza un simile prospetto, evidentemente valido a titolo di orientamento, tramite un confronto quantitativo fra le pagine di Misson (1688) e quelle di Lalande (1765) i cui Voyages sono, dell’uno e dell’altro secolo, i testi più rappresentativi e seguiti (De Seta, 1982).

Seicento

Nel Seicento la città prediletta è Roma (non perderà mai il suo primato), la seconda assoluta Venezia, entrambi destinate ad accrescere le loro fortune. Terza, ma con distacco, Napoli, seguita da Bologna, la cui fortuna, al contrario, sarà destinata a crollare. Solo a questo punto si colloca Firenze che stenta ad affermarsi in un secolo dominato dal fascino della civiltà barocca. I centri di più piccole dimensioni sono molto defilati, fra di essi Pisa e Lucca già spiccano. Due le eccezioni di grande gradimento, quella di Loreto, per il suo santuario, quella di Pozzuoli per le rovine antiche.

Settecento

Nel Settecento la geografia dell’Italia sembra più articolata e mobile: si affermano le tappe intermedie e l’itinerario si estende fino e oltre Napoli. Nel mutare di equilibri la capitale assume un peso ancora maggiore e contemporaneamente si assiste alla parziale crisi di Venezia. Il razionalismo e il rigorismo della cultura illuministica giocano il loro ruolo intimidatorio di fronte agli splendori bizantini della città. Al secondo posto assoluto passa Napoli, considerata ora l’unica grande capitale europea di Italia; Bologna è in netto peggioramento a causa anche dello scaduto prestigio della università; si assiste all’inarrestabile boom della colta e raffinata Firenze, e della illuminata Torino; assumono un certo peso i piccoli centri e, in Toscana, le città di Siena, Pisa e Lucca. Defilate ma presenti anche Livorno, Cortona, Arezzo. La temperie culturale dei lumi trova il suo terreno di elezione a Pompei e nelle pitture conservate a Portici. Le ragioni della nuova cultura man mano trasformano «l’ultima tappa del viaggio (Napoli) nel vertice di un nuovo viaggio […]. Il tradizionale percorso del “Grand Tour” ha invertito i suoi punti caldi: non più Venezia e Firenze, ma l’asse Roma-Napoli è l’itinerario privilegiato del viaggio in Italia nella seconda metà del Settecento» (De Seta, 1982).

Il lusso di un viaggio molto lungo

Uno dei motivi di notorietà della guida seicentesca di Maximilien Misson (1688) risiede nella appendice intitolata Memoria per i viaggiatori . Il francese la appose al suo Voyage affrontando in essa gli argomenti più disparati e insieme, con il suo sistema di simboli per qualificare le diverse caratteristiche dei luoghi indicati, candidandosi a capostipite della idea moderna di guida. Misson raccomanda, fra l’altro, di non lesinare né sul denaro né tanto meno sul tempo da dedicare al viaggio. Ma dagli esordi, all’epoca d’oro, alla serialità del “Grand Tour” diventato turismo, le condizioni materiali cambiano sensibilmente. L’aureo distacco degli aristocratici viaggiatori augustei e illuministi è cosa ben diversa da «certa malcelata grettezza del viaggiatore post-napoleonico» (Brilli, 1987). Come la raccomandazione di Misson di «non lambiccarsi troppo il cervello per fare economie», risulta a quell’epoca quanto meno insolita, anche il tempo comincia a monetizzarsi e i viaggiatori imparano a non scialacquarlo in inutili ozi.

I tempi si riducono

Dalla seconda metà del Settecento, soprattutto, si assiste ad una lenta erosione del tempo prima così generosamente dedicato al viaggio, il che è anche segno che l’investimento economico dedicatovi comincia ad assottigliarsi (De Seta, 1982). Tralasciando come inarrivabili le istruzioni di Bacon che considerava periodo ideale di permanenza quello di tre anni (il periodo necessario ad apprendere la lingua!), se Montaigne, nel 1581, dedicò all’Italia oltre 10 mesi, Gibbon, nel 1764, soggiornò in Italia per ben nove mesi, Charles Burney, nel 1770, dedicò sei mesi in tutto al suo tour diviso tra la penisola e la Francia, i due mesi complessivi dedicati da Dupré al suo viaggio italiano del 1822, indicano chiaramente una inversione di tendenza.

E la trattazione del “Grand Tour” potrebbe continuare per pagine e pagine a causa della vastità enciclopedica dell’argomento. Tuttavia ho preferito non tediare ulteriormente il lettore e fornire solo alcune utili informazioni di riferimento.

3. Chi è Deodat de Dolomieu

Déodat de Dolomieu

Déodat Guy Silvain Tancrède Gratet de Dolomieu (Dolomieu, 23 giugno 1750 – Châteauneuf, 26 novembre 1801) è stato un geologo francese, da cui hanno preso nome le montagne delle Dolomiti.

Dolomieu è un villaggio dell’Isère, nella regione di Grénoble. È qui che nacque, Déodat, nel castello dei Gratet de Dolomieu, uno dei sette figli del marchese. Il nome Dieudonné, con cui è anche conosciuto, è la traduzione francese di Déodat.

Suo padre lo iscrisse molto presto, verso i 3 anni, all’Ordine di Malta, destinandolo così alla carriera militare. Questo avrebbe segnato tutta la sua vita, giacché gli avrebbe permesso di viaggiare e di soddisfare la sua passione scientifica, ma lo avrebbe anche condotto a morte, come si vedrà più avanti.

Malgrado il titolo nobiliare, il Dolomieu riuscì ad attraversare quasi indenne la Rivoluzione francese, grazie alle riconosciute competenze scientifiche.

Ricevette un’educazione classica, dopo la quale si rivolse alla chimica e alle scienze naturali; sostenuto da una viva intelligenza e da un acuto spirito di osservazione, si consacrò presto alle scienze della terra, la geologia.

A 25 anni, dopo aver studiato a Metz dove era di guarnigione, cominciò a lavorare sulla pesantezza nelle miniere della Bretagna. Viaggiò poi in Portogallo, a Malta, in Italia (dove studiò l’Etna e gli effetti del terremoto calabro-siculo del 1783), in Egitto. Il suo studio sugli effetti del terremoto, che fu pubblicato simultaneamente in Francese, Italiano, Tedesco e Inglese, sottolineava la maggiore distruttività del sisma su edifici costruiti su terreni alluvionali; un fenomeno di grande importanza riscoperto ripetutamente da geologi e ingegneri.

Dolomieu descrisse così molti minerali nuovi o mal conosciuti, come l’analcime (volgarmente detto "occhio di gatto"), lo psilomelano, il berillio, lo smeraldo, la celestite e anche l’antracite. Ma la notorietà gli venne dalla scoperta della dolomia.

Nel 1791, il Dolomieu pubblicò nel “Journal de physique” un articolo intitolato “Sur un genre de pierres calcaires très peu effervescente avec les acides et phosphorescentes par la collision”. Aveva scoperto questa roccia nelle Alpi, e ne mandò alcuni campioni a Théodore-Nicolas De Saussure, a Ginevra, per analizzarli. Fu questo scienziato che le attribuì il nome di dolomia, in omaggio al suo scopritore, nel marzo 1792, in una lettera inviata allo stesso Dolomieu. La regione delle Alpi sarà chiamata Dolomiti solo molto più tardi: nel 1864 Josiah Gilbert e George Churchill, un pittore e un naturalista, pubblicarono a Londra il resoconto dei loro viaggi col titolo The Dolomite Mountains. Il nome si diffuse in Italia solo dopo la Grande Guerra, quando questo territorio entrò a far parte del Regno d’Italia.

Il Dolomieu ebbe una fine di vita drammatica. Aveva partecipato alla spedizione in Egitto di Napoleone, ma durante il viaggio di ritorno naufragò in Calabria e rimase imprigionato a Messina per 21 mesi, per oscuri conflitti con l’Ordine di Malta. Ritrovò la libertà solo il 14 giugno 1800, dopo la vittoria dell’esercito francese a Marengo. Molto scosso dalla prigionia, morì il 16 novembre 1801, a 51 anni.

4. Traduzione del brano intitolato “Memoire sur les Volcans éteints du Val di Noto en Sicile” del Dolomieu

Definire “Voyage pittoresque ou description des royaumes de Naples et de Sicilie” a cura del Saint-Non un’opera monumentale è sminuire l’importanza che riveste tale manufatto editoriale nella storia della letteratura da viaggio. E non solo. Si può ben dire che tale opera coordinata dal Saint-Non è la prima “summa” delle conoscenze archeologiche, paesaggistiche e storiche che si avevano all’epoca dell’Italia del Sud.

Alcuni dati sul “Voyage pittoresque ou description des royaumes de Naples et de Sicilie”. L’opera è stata pubblicata a partire dal 1781 fino al 1786. Consta di 5 corposi volumi a sua volta divisi in sotto-parti per un totale ben 1946 pagine!

Il brano del Dolomieu è tratto dal quarto volume (seconda parte) pubblicato a Parigi nel 1785 a cura De l’Imprimerie de Clousier. Questa seconda parte contiene brani di Dominique Vivant Denon riguardanti il lato sud della provincia di Siracusa e la stessa Siracusa. Mentre il proseguo del volume è occupato dai resoconti di viaggio del Dolomieu che viaggia in Sicilia nel 1781. I disegni che visualizzano i resoconti sono opera del “Chevalier” de Bosredon e del Cassas. Il Dolomieu tratta anche delle Isole Eolie e del terribile terremoto che colpì Messina e la Calabria in quegli anni.

Il brano inizia con una breve premessa sulle principali caratteristiche geologiche della Sicilia. Anche comparandole con quelle del Portogallo.

“Il Monte Etna non è l’unico e più antico vulcano della Sicilia. Infatti, quest’isola ha da sempre sofferto sulla propria pelle il potere distruttivo dei fenomeni vulcanici già molto tempo prima del ritiro delle acque e il susseguente inaridirsi del globo. Le principali forze della natura hanno collaborato in Sicilia, in contemporanea e nei medesimi luoghi, alla formazione delle montagne lasciandoci prove del loro agire. E’ per questo che troviamo materiali vulcanici all’interno di montagne di calcare e allo stesso tempo banchi di calcarenite in mezzo a correnti di lava. L’ordine e la disposizione simmetrica di questi differenti materiali non sono causati dall’effetto di uno sconvolgimento improvviso causato da grandi catastrofi naturali. Dobbiamo notare che queste grandi catastrofi naturali riuniscono nello stesso posto sostanze originatesi a grandi distanze l’una dall’altra. Non per nulla le modalità del loro accumulo risultano confuse poiché si sono adeguate al terreno dove si andavano posando. Nel 1776 mi è stata contestata l’esistenza di vulcani antecedenti alla formazione di certe montagne calcaree a seguito delle mie osservazioni in Portogallo. Ciò trova fondamento nella descrizione fornita da alcuni autori in riferimento ad alcuni vulcani spenti in Germania. Convinzione ulteriormente rafforzata se si considerano i vulcani spenti del Val di Noto in Sicilia. Questi vulcani presentano particolarità ancora più interessanti, che non si incontrano altrove. Credo, quindi, doveroso farvele conoscere[…]”

Il Val di Noto rappresenta il campo di osservazione privilegiato del Dolomieu per via dell’esistenza di tutta una serie di vulcani spenti.

“[…]I vulcani spenti della Sicilia occupano il centro del Val di Noto; ma sarebbe difficile fissare esattamente il loro limite, perché non è possibile fissare l’estensione delle correnti di lava che si trovano sotto i massicci calcarei. Spesso, scavando nel mezzo della pietra calcarea, rimaniamo stupiti perché troviamo materiali vulcanici in luoghi dove non si sospetterebbe mai di trovarli. Le lave di questi antichi vulcani si dispongono a guisa di raggi divergenti a partire dalle montagne che le hanno eruttate. E si estendono fino alle parti estreme di questa provincia per giungere sino alle coste bagnate dal mare[…]”

Da questo punto in poi comincia il suo viaggio che lo porterà da Sortino (provincia di Siracusa) al Calatino. Già dalle prime righe si nota l’estremo rigore scientifico con cui il Dolomieu analizza le varie dinamiche geologiche del territorio.

“[…]Trovai i primi indizi di questi vulcani andando da Siracusa a Sortino, in una località di quest’ultima città posta alle estremità di un profondo vallone che ad essa conduce. Qualche brandello di lava plasmato e arrotondato dall’acqua mi faceva capire che stavo per inoltrarmi in un paese di origine vulcanica. La mia attenzione fu subito attirata da una corrente di lava che vidi emergere da una montagna calcarea collocata alla mia destra. Era interrotta da un vallone le cui acque scorrevano su un suolo calcareo e andavano perdendosi in un massiccio di medesima natura collocato alla mia sinistra. In seguito attraversai parti di terreno formate da materiali calcarei e vulcanici per giungere a Sortino, città baronale, costruita su una montagna di calcare che domina il vallone. Questa città presenta scarpate di più di duecento tese di altezza, nelle quali i banchi di pietra dura sono orizzontali e disposti parallelamente. I dintorni di Sortino presentano fenomeni la cui spiegazione mi parve difficile. Ero dubbioso su tutto. Notai prima di tutto materiali vulcanici sotto banchi orizzontali di pietra calcarea che contenevano un’infinità di madrepore. Alcuni anche di dimensioni enormi. In seguito notai delle asperità che erano allo stesso tempo vulcaniche e calcaree. Questi accumuli lavici presenti sulle vette sembravano non comunicare con le correnti laviche circondanti. Mi parvero, persino, di altra natura rispetto al pianoro che esse circondavano. Queste lave non potevano essersi formate dove le vedevo, avevano una provenienza diversa: ma da dove? e come? Questi furono i primi interrogativi che mi posi, e passò parecchio tempo prima di trovare una risposta plausibile. Non riuscivo a capire come si erano depositate sulle asperità dove si trovavano isolate. Infatti non avevano nessuna relazione con alcuna corrente lavica di cui potessi rintracciare l’origine. Fra l’altro erano circondate da vallate scavate interamente nella pietra calcarea. Presi quindi la decisione di controllare le montagne più alte che si trovavano nei paraggi. Ne vidi parecchie dalla forma più o meno conica. Le loro vette erano a forma di punta. Esse si trovavano a nord o nord-ovest rispetto a Sortino, in direzione dell’Etna a una distanza di tredici o quattordici leghe. L’Etna costituiva il punto di riferimento del mio orizzonte. Esse sorgevano dove la lava era fuoriuscita. Compresi allora che questi punti di origine potevano avere dei contatti con quelli relativi all’Etna. Questo minisistema organizzato mi pareva del tutto naturale. Dovevo, quindi, conoscere le ragioni per cui la comunicazione fra le lave di Sortino con le montagne da cui erano fuoriuscite si fosse interrotta. Quando ebbi una sorpresa! Infatti dopo aver avuto modo di verificare tutte queste montagne, mi accorsi che non riuscivo a dare soluzione al mio problema, anzi si aggiungevano ulteriori difficoltà[…]”

L’attenzione del Dolomieu si rivolge nei confronti di alcune delle più importanti montagne poste attorno a Sortino. Mi riferisco a Montagna San Giorgio e a Monte Pancali. Allo stesso tempo il campo di osservazione si allarga ai viciniori territori di Augusta e Melilli. Inoltre, accenna all’abitato di Carlentini.

“[…]La Montagna San Giorgio è una delle più alte di tutto il territorio. La sua vetta mi permetteva di ottenere preziose informazioni sulla topografia dell’area circostante. Ad eccezione di qualche picco calcareo posto a sud (come quello della Montagna di Bongiovanni), è di forma conica e isolata da vallate. Il suolo di queste, dalla base calcarea, è ribassato di tre o quattrocento tese. Su queste fondamenta si erge una coltre di materiale vulcanico intervallata da una di carattere calcareo, mentre la vetta è composta da lava dura. Un’altra montagna vicina al feudo della Copodia, ugualmente conica, è tutta vulcanica. Ad eccezione di uno strato di pietra calcarea, dura e bianca, che la separa a metà dell’altezza e in modo parallelo alla base. Vi sono altre montagne dove gli strati vulcanici e calcarei sono più o meno numerosi. La Montagna di Pancali è vulcanica alla base e calcarea nella sua parte terminale. E infine la montagna isolata su cui è stata costruita la città di Carlentini è per metà calcarea e per metà vulcanica. Ma qui la divisione di questi materiali è verticale, infatti il versante nord, cioè quello posto in direzione Etna, è calcareo, mentre quello posto a sud, vulcanico. Quest’ultima circostanza mi fornisce la prova evidente che queste lave non provenivano dall’Etna. Nonostante avessi supposto la formazione della piana di Catania come il risultato di sforzi compiuti da correnti posteriori alle prime eruzioni di questo vulcano. Questo perché le lave non avrebbero mai potuto distendersi dietro a un massiccio calcareo, opposto ad esso. Dopo aver delimitato il territorio dei vulcani e averne intuito l’origine, cominciai a spostarmi in direzione est, fino a Melilli. Le alture di questa città cingono la valle di Lentini, e dominano la piana di Augusta. Camminando a mezza costa vidi emergere nel mezzo delle montagne (esse formano un medesimo gruppo sotto il nome di Monti Iblei o Colli Iblei in quanto hanno un’origine comune), parecchie correnti di lava che finivano all’improvviso. Come se fossero state inghiottite prima di aver avuto il tempo di scendere nella vallata e di conformarsi al versante. Parecchie di queste correnti sono cristallizzate in basalti prismatici. Possiamo notare delle bellissime colonne dopo Melilli. Dopo questa città fino a Siracusa, non vediamo più tracce di vulcani, e le balze davanti al golfo di Augusta sono soltanto un massiccio calcareo in banchi orizzontali[…]”

Alcune ricerche sembrano non produrre il risultato atteso. Tuttavia, il Dolomieu non si scoraggia si e dirige a sud e ovest di Sortino. In questa fase analizza sia Pantalica che Montagna Santa Venera.

“[…]Le visite che avevo fatto a nord ed a est di Sortino si dimostrarono infruttuose per trovare i punti di origine delle lave. Invece di scoraggiarmi, ebbero l’effetto di rendermi ancora più ardimentoso per nuove ricerche. Ritornai a Sortino per ulteriori verifiche e mi diressi alla volta dell’antica Erbesso, conosciuta oggi sotto il nome di Pantalica. In tale luogo attraversai due gole molto profonde, le cui pareti, verticali fino al picco, hanno più di mille piedi di altezza. In esse non c’era altro che calcare. Ciò mi confermò che i vulcani che cercavo non erano presenti a sud. Mi restava l’ovest. Cominciai ad osservare delle montagne altissime e non ebbi più dubbi. Esse dovevano essere per forza il centro delle correnti di lava che avevo visto disperdersi e spandersi in tanti luoghi differenti. Allora mi incamminai verso quella che mi pareva la più alta. Gli abitanti della zona la chiamavano Santa Venere. Essa si trova a tre leghe a ovest di Sortino. Il cammino che vi conduce è interamente calcareo ma, dopo aver sceso un vallone per giungere ai piedi della montagna, esso è vulcanico. Notai, quindi, lave porose e compatte, in blocchi isolati e in frammenti, ceneri e scorie. Tutto questo caratterizza generalmente una montagna formata dall’accumularsi di eruzioni vulcaniche. La montagna ha una forma più o meno conica con il diametro della base disposto in lunghezza sull’asse est ovest. I suoi versanti sono irti, me ne accorsi visitando il lato sud. A un terzo dell’altezza, su un piccolo altopiano posto a cornice, trovai un piccolo lago dalla forma irregolare. Mi parve essere una dei bracci laterali del vulcano. Il vertice finiva con un altopiano leggermente concavo che dominava un altro un po’ meno elevato posto sul lato ovest. L’uno e l’altro dovevano essere un cratere ricoperto dal tempo o dalla mano degli uomini. In riferimento a quest’ultima ipotesi trovai sulla vetta frammenti di mattoni o pietre tagliate. Il che mi fece sospettare che anticamente vi fosse stato costruito un forte o un castello. Da quel punto si poteva godere un’ampia vista adatta a fare delle scoperte piuttosto interessanti[…]”

Finalmente il Dolomieu trova alcune risposte al suo intenso lavoro di perlustrazione del territorio attorno Sortino.

“[…]Non ebbi dubbi che questa montagna fosse il vulcano che cercavo e che aveva sparso le lave a una distanza molto notevole, soprattutto verso est. Ma rimaneva da risolvere il problema della formazione delle montagne isolate e coniche, in parte vulcaniche e in parte calcaree. Infatti, non erano compatibili con le correnti laviche e non avevano relazione diretta con il mio vulcano. Lo studio della montagna di Santa Venere e dei paesi viciniori mi fece comprendere che questo vulcano si era erto in mezzo al mare che allora occupava i nostri continenti. Soltanto la sua vetta si era elevata al di sopra del livello delle acque. Ero convinto di un fatto. Mentre il vulcano eruttava nelle immediate vicinanze torrenti di materiale incandescente, il mare accumulava depositi calcarei. Infatti ogni nuova eruzione trovava un suolo più elevato sul quale espandersi facendo sì che i materiali vulcanici fossero sepolti molto più velocemente. Il risultato di questo accumulo di prodotti ignei e di depositi di acqua, fu la formazione di un enorme massiccio dalla vetta appiattita e orizzontale. Questo massiccio occupava il centro del Val di Noto, ricopriva per parecchie centinaia di tese il suolo su cui si erano sparse le prime lave. Fu, in seguito, diviso, frantumato e degradato dalle correnti o dalle inondazioni delle acque ai tempi di un’immane catastrofe. O per meglio dire quando la catastrofe cambiò la dislocazione dei mari[…]”

Non si può non rimanere affascinati dalla precisione con cui il Dolomieu analizza e descrive le complesse dinamiche geologiche del territorio. Una descrizione che denota un interesse non solo scientifico per quanto sta osservando e rinvenendo. Un interesse che possiamo definire vivo e vivace.

“[…]I valloni e le gole che si formarono in mezzo a questo massiccio separarono le lave dalla montagna alla quale appartenevano. Facendo questo interruppero le correnti e formarono con i detriti di questi massicci, delle montagne. Dalle forme differenti, per lo più coniche. Noi possiamo notare ciò giornalmente in un terreno argilloso e sommerso: l’acqua si ritira precipitosamente, scavando ovunque dove trova meno resistenza, in seguito si formano solchi e piccoli coni le cui vette sono di altezza pari a quella del suolo. Le parti dove le lave si erano successivamente dirette, tutte nella medesima direzione, hanno dato origine a montagne nelle quali gli strati vulcanici e calcarei si succedono secondo una stratificazione parallela. Dove la lava non è mai giunta ci sono montagne totalmente calcaree. Dove, invece, il caso o le circostanze locali hanno accumulato nello stesso posto i materiali che il vulcano erutta, si sono formate delle piccole montagne. Esse sono quasi interamente vulcaniche perché le acque non hanno avuto il tempo di mescolarsi con i succitati materiali. Qui le ceneri si sono plasmate in una pasta calcarea[…]”

Il Dolomieu accenna nuovamente a Carlentini.

“[…]Per riuscire a spiegare la formazione della montagna di Carlentini bisogna supporre che un’estesa corrente di lava si fosse gonfiata e accumulata al suo vertice. Ovverosia che là si fosse prodotta la sua intersezione mentre le acque plasmavano la porzione del massiccio calcareo contro il quale si appoggiava. Si formò così un blocco diviso a metà i cui materiali rimasero separati lungo una direttrice verticale. Questa teoria rende ragione di tutti i fenomeni e di tutte le particolarità che si osservano quando i prodotti ignei si miscelano con depositi di acqua. Un’infinità di prove di diverso genere, ma incompatibili con queste memorie, concorrono a dimostrare l’esistenza di un antico pianoro. Esso era elevato di parecchie centinaia di tese al di sopra dell’attuale livello delle vallate e del mare. Questo pianoro ricoprì non soltanto il Val di Noto, ma anche tutta la Sicilia permettendo ai detriti di formare tutte le montagne attualmente esistenti, ad eccezione dell’Etna[…]”

Semplicemente magnifica la descrizione di Montagna Santa Venera. Descrizione a metà strada fra la geologia e l’osservazione paesaggistica.

“[…]La montagna di Santa Venera è la più alta del Val di Noto e una delle più alte della Sicilia, dopo il Monte Etna. Dalla sua vetta scopriamo un orizzonte infinito. La distanza e l’illusione ottica fanno sembrare piatto e al medesimo livello tutta la regione che domina sebbene si tratti di un assemblaggio di montagne separate da gole profonde. Questa montagna è coperta di neve tutto l’inverno, e la stessa, conservata in apposite fosse [neviere], in estate viene trasportata a Siracusa e nelle città vicine. Il 15 di Maggio avevo gran caldo prima di iniziare la salita verso questa montagna, mentre sentii un freddo molto intenso al momento di raggiungere la vetta. A mezzogiorno anche il sole era blandamente caldo per controbilanciare la sensazione di freddo. Il termometro di Reuamur, collocato all’ombra, restava fisso al punto di congelamento. Tutto il versante che si trova rivolto a mezzogiorno è coltivato malgrado il declivio ripido e la quantità di blocchi e di frammenti di lava che lo coprono. Il frumento vi cresce copioso, anche se quel poco di terra nera si nota appena in mezzo alle pietre. Le spighe del frumento erano quasi mature ai piedi della montagna, ma ancora verdi in cima. Ci sono parecchie sorgenti poste a considerevole altezza che, rifornite dalle nevi, danno un’acqua fresca e leggera. Sul lato nord la montagna è coperta di boschi, dalla vetta fino a un terzo dell’altezza. Nella parte sottostante alla foresta, più o meno a due terzi della sua altezza, la montagna ha un corona calcarea che nasconde la base unendola alle montagne calcaree poste sotto di essa. E’ evidente che la montagna tutta, a parte la sua vetta, è stata sepolta da pietre calcaree. Nel contempo le correnti laviche l’hanno isolata e staccata dal quadrante sud, rispetto al massiccio in mezzo al quale si trova. L’acqua, defluendo, scava attorno al basamento della roccia che si oppone in modo diretto alla sua irruenza. Allo stesso modo il vertice di questa montagna ha potuto dare origine ad un effetto uguale diventando egli stesso un ostacolo alle correnti che circolavano e la attorniavano[…]”

Mille domande si affastellano nella mente del Dolomieu poiché l’estrema varietà geologica del territorio offre lo spunto per diversi ragionamenti e riflessioni.

“[…]Se avessi potuto misurare questa montagna avrei forse conosciuto il limite che il mare non ha superato nel corso dell’attività eruttiva. Infatti se il suo vertice fosse stato sommerso e il cratere allagato dalle acque che l’attorniavano, essa avrebbe comunicato attraverso il cono eruttivo con il suo punto di origine. Decelerando di fatto la sua corsa o spegnendo questi fuochi. Questo lavorio, lungo e continuo, è provato dall’immensa mole di materiali eruttati. Allo stesso modo, misurando l’altezza dove cominciavano le pietre calcaree, sapremmo che le acque si sono innalzate al di sopra incanalandosi fra queste due estremità. Ciò ci permette di supporre che l’antico livello sia rimasto tale per un periodo di tempo molto lungo. Giudicando in modo approssimativo e effettuando una comparazione con le altre vette che mi circondavano, ritenevo che l’altezza di questa montagna fosse per lo meno fra le sette e ottocento tese al di sopra del livello attuale. Questo dato mi permette di calcolare che i primi strati calcarei si siano sollevati di cinque o seicento tese. C’è, dunque, un grande intervallo tra il suolo sul quale si sono diffuse le prime lave e quello sul quale si sono disposte le correnti posteriori. Proprio per questo fui attratto da una delle lave poste più in basso e di conseguenza più antiche. Si tratta di quella che forma il fondo della vallata detta Piano delli Margi, vicino a Sortino. Il suo fondo è un impasto vulcanico formato da ceneri e frammenti di scorie coperti da una solida lava. Questi materiali penetrano sotto gli agglomerati montagnosi vicini. Il risultato è che se il centro della vallata fosse stato un po’ meno profondo, il suolo sarebbe stato calcareo e non si sarebbe sospettato l’occultamento di corrente laviche. In mezzo a questa vallata c’è un buco rotondo di dodici piedi di diametro, e di quindici o venti di profondità. Esso si è aperto durante il terremoto del 1780 grazie all’indebolimento di ciò che sormontava il tetto della cavità con la quale comunica. Avrei avuto bisogno di corde per scendere sotto, ma non sono riuscito a procuramele. D’altronde l’impresa non sarebbe stata senza pericolo. Vidi osservando i suoi bordi che dava luce a una galleria la cui direzione andava da est a ovest, proprio come la direzione che doveva avere la corrente. Non è improbabile che risalisse fino alla Montagna di Santa Venere distante due leghe. C’è un’infinità di gallerie sotterranee del tutto simili a quelle che si trovano in mezzo alle lave dell’Etna[…]”

Ecco ritornare sul Monte Lauro.

“[…]A tre leghe, a ovest della Montagna di Santa Venere, c’è una grossa montagna vulcanica chiamata Monte Lauro. La sua vetta era nei tempi antica fuori dal livello delle acque, mentre le pendici celano un focolaio lavico pronto a eruttare lava a grande distanza. Questo vulcano, come il primo che ho descritto, è collocato in mezzo a un massiccio calcareo e le sue produzioni si sono confuse con quelle del mare. La sua vetta domina tutte le montagne attorno e termina con un qualcosa che rassomiglia a un pianoro dai contorni irregolari e dal diametro di duemila metri. Sulla sua superficie ci sono delle piccole vallate simili a quelle della cima dell’Etna. Devo premettere di non aver trovato alcun cratere che pur deve esser esistito anticamente. Le catastrofi della natura lo hanno fatto sparire. C’è una grande quantità di blocchi di lava di differente natura, mentre tutta la montagna è formata da lava, ceneri e scorie stratificate che indicano le interruzioni successive dell’attività del vulcano. La base del Monte Lauro, dal lato ovest e sud-ovest, è coperto dalle montagne calcaree della Contea di Modica. Ciò rende il piccolo villaggio di Monte Rosso allo stesso tempo limite della Contea di Modica e delle produzioni vulcaniche visibili. Oltre non si trovano più resti di vulcani, nonostante siano state eruttate lave in quella direzione, perché l’antico massiccio è stato meno frazionato. Al contempo le gole non sono così profonde da impedire il passaggio delle lava che si è estesa poi fino a Capo Passero, cioè a una distanza di più di dieci leghe. Le lave del Monte Lauro hanno sviluppato altre dinamiche e si sono dirette verso altri punti attorno alla base. Di conseguenza si sono confuse con strati calcarei, come quelli di Santa Venera, separandosi in seguito dalla loro luogo di origine. La montagna, ai piedi della quale è situata la città di Buccheri, è separata da una vallata dal gruppo di montagne al centro del quale vi è Monte Lauro. Essa presenta nella parte sud-ovest un’alternanza di strati calcarei e vulcanici che si distinguono da lontano per il colore nero delle prime, e bianco delle seconde. La sua vetta, formata da un pianoro molto elevato ed esteso, è interamente coperta da uno strato vulcanico. Invece dalle parti di Buscemi il rimescolamento dei due materiali non sussiste più. Tutto è calcareo e crediamo che la montagna su cui si adagia questa piccola città, sia il risultato dell’attività di prodotti ignei e di vulcani spenti. Questo nonostante che in gole straordinariamente profonde che circondano la città di Palazzolo si trovassero lave sparse su due opposti versanti. Sotto il massiccio calcareo, molto scosceso, vi sono sepolte correnti laviche. Queste lave, può darsi della stessa epoca di quelle della Piana delli Margi di cui ho già parlato, sono coperte, almeno per quattrocento tese, da pietre calcaree poste orizzontalmente[…]”

Il Dolomieu comincia ad addentrarsi nell’interno della provincia di Siracusa e più precisamente verso Buccheri. Va anche oltre in quanto spinge le sue meravigliose annotazioni in direzione di Vizzini.

“[…]Tra Buccheri e Vizzini tutte le montagne sono calcaree e vulcaniche. Quest’ultima città è costruita all’estremità di una montagna scoscesa e su tre lati è circondata da gole molto profonde. Dal lato est confina con un’altra montagna alla quale è collegata e che domina. Questa montagna, detta del Calvario, è formata da basalti che presentano forme prismatiche su tutti i lati a guisa di dorso di asino. Ho notato che tutti hanno un centro in comune dal quale si allontanano divergendo. Infine, c’è un camminamento aperto sui fianchi di questa montagna dove si trovano dei prismi cristallizzati che si possono portare via. Questi si utilizzano per pavimentare le strade, per fare i cippi ai lati delle case e le soglie delle porte[…]”

Come al solito, il Dolomieu sviluppa un insieme affascinante di domande, osservazioni e riflessioni. Ci fa davvero capire quanto la natura sia “mater” e quanto sia un’entità in constante trasformazione.

“[…]Gli avvallamenti che circondano Vizzini mostrano, in maniera davvero impressionante come in nessuna altra parte, l’alternarsi di prodotti ignei e depositi di acqua. Ho contato ben undici strati calcarei o argillosi/calcarei disposti in modo alternato. Sembra da lontano un pezzo di stoffa a spicchi neri e bianchi. Se avessi voluto contare tutti gli strati di dimensioni minime, anche dallo spessore d’un pollice, il numero degli strati sarebbe sicuramente raddoppiato. Infatti, si possono notare materiali vulcanici disposti su strati molto sottili in mezzo a due strati calcarei molto spessi, o strati calcarei molto minuti in mezzo a lave. In mezzo ai prodotti vulcanici delle zone di Buccheri e Vizzini troviamo forme di lava arrotondate e di notevoli dimensioni. Esse sono composte da strati concentrici che si staccano le une dalle altre. Quando la palla di lava si rompe, i brandelli rassomigliano a frammenti di bombe. Vi troviamo anche qualche altra roccia basaltica i cui tronconi, strappati dalle acque, sono stati spinti fino in fondo alle vallate[…]”

Il Dolomieu si trova ora a Grammichele e più precisamente in una pianura detta di Marineo.

“[…]I prodotti dei vulcani si estendono fino a Grammichele. La pianura detta di Marineo, posizionata sotto questa piccola città, ha un suolo vulcanico ricoperto da colline calcaree. I banchi corrispondono fra loro, per altezza e natura, da una collina all’altra. Notiamo in qualcuna di queste colline, per via di cavità presenti nei valloni, quattro strati successivi di pietre nere e bianche. Quelli in basso sono di origine vulcanica e quelli più in alto calcarei. Il gruppo di montagne, la più alta delle quali si chiama Magone, da il nome a tutta la regione ed è calcarea e vulcanica allo stesso tempo. Credo che non sia molto istruttivo continuare a fornire descrizioni più approfondite di tutte le montagne perché sono vulcani spenti.. Mi occuperò, pertanto, di intraprendere una nuova analisi d’insieme parlando in seguito del loro manifestarsi[…]”

Cerca risposte alla presenza di rocce calcaree e vulcaniche presenti in quantità notevoli nella zona di Grammichele.

“[…]Sembra certo che questi vulcani esistessero prima della ritirata delle acque, poiché i loro prodotti eruttivi sono miscelati con quelli del mare. Non è possibile ipotizzare l’alternarsi della siccità e delle alluvioni, dati necessari alle nostre ricerche, in quanto questi vulcani erano attivi in mezzo al mare. E’ necessario poi che i depositi di acqua siano strutturati in maniera uniforme. Infatti tutti gli strati sono orizzontali e devono corrispondere da una montagna all’altra. Inoltre questi strati circondano le correnti laviche che si trovano sul suolo facendole emergere. Proprio queste correnti laviche, come le acque, hanno dato origine a vallate e gole per formare in seguito queste montagne particolari. Tutto ciò è accaduto non molto tempo dopo la formazione dell’intero massiccio. Senza questa supposizione la loro formazione sarebbe inverosimile. Non ci sono quindi correnti che si riferiscono a loro, né cause che mettono in dubbio il lavoro realizzato da questi due elementi opposti. Ma si può credere che, in epoche posteriori e molto lontane nel tempo, il pianoro che formava la vetta del massiccio si sia frazionato. Questo perché le conchiglie e le madrepore hanno avuto il tempo di moltiplicarsi e assumere un volume enorme prima di essere sepolte sotto nuovi strati. Cosa ha dunque potuto produrre quasi subitamente un movimento tanto violento di tutta la massa delle acque tale da scavare fino ad una così grande profondità? Forse un movimento capace di portare via enormi quantità di materiali che avevano avuto il tempo di solidificarsi? Era necessario che le vette di questi vulcani si elevassero al di sopra del livello del mare. In caso contrario le acque sarebbero entrate nei focolai e avrebbero spento la brace poco dopo la prima eruzione. La loro eruzione è stata lunga poiché hanno prodotto un’immensa quantità di materiali ed abbiamo notato un elevato numero di eruzioni successive. Ma il livello delle acque, nel corso di altre epoche, è stato più elevato poiché, sempre in Sicilia, si notano depositi calcarei sulle montagne più alte. Ad esempio la Montagna Scuderi nel Val Demone, il cui corpo di granito sostiene una massa calcarea di più di ottocento tese. Dopo l’eruzione dei vulcani le acque sono aumentate o diminuite? Ecco un altro problema che non potei risolvere. L’argomento riguarda altri vulcani spenti, vicini a quelli che ho appena descritto. Tuttavia ho ritenuto dover fare un articolo a parte su di loro. Infatti, mi immagino non siano stati soggetti a fenomeni eruttivi nello stesso tempo, e sono molto meno alti. Essi occupano le zone di Palagonia, Militello e Scordia. Li si attraversa andando da Lentini a Mineo. Si trovano sulla sinistra del fiume Erice ora conosciuto con il nominativo di San Paolo. Incontriamo al di là di una contrada denominata Castellana, una infinità di montagnole vulcaniche che costituiscono tra di loro una specie di catena o cordigliera a forma di mezzo cerchio. Sono coniche e non hanno più di dieci o dodici tese di altezza. Sono tutte formate da eruzioni e hanno tutte un cratere sulla loro vetta o sui loro versanti. Qualcuna è interamente aperta da un lato e per metà alluvionata. Esse sono formate da scorie nere e da frammenti di lava, mentre qualche corrente di lava solidificata è uscita fuori. C’è anche qualche altro cratere, dissimile dalle piccole montagne, che ha forma di buca come se fosse stato originato da mine o offe. Nei dintorni di Palagonia le montagne sono più alte e qualcuna presenta sulla vetta uno strato di calcare[…]”

Si rimane affascinati dalla descrizione meticolosa e variegata del Lago Palice fra Palagonia e Mineo.

“[…]La singolarità più rimarchevole di questi vulcani è il Lago Palice (Palicorum Lacus). Conosciuto ai giorni d’oggi con il nome di Donna Fetia o Naftia. Esso è collocato a due miglia a ovest della città di Palagonia e a una lega da quella di Mineo. E’ posto in mezzo a montagne vulcaniche, al centro di un bacino o piccola pianura dal diametro di mezza lega. E’ attorniato per metà da rocce disposte in avvallamenti, che lo fanno sembrare un vasto cratere. Questa pianura, un po’ concava, contiene al centro un lago a forma di imbuto il cui livello e estensione variano a seconda delle stagioni. Durante l’inverno può arrivare a misurare da sessanta a settanta tese di diametro, e dieci tese di profondità. Ma durante l’estate, quando la stagione è calda e senza piogge, è qualche volta interamente asciutto. Durante la mia osservazione, a fine maggio, si presentava come un ovale lungo trenta leghe, largo venti e profondo da cinque a sei. Da esso si originava un forte odore di bitume di Giudea, o asfalto, che si poteva sentire a grande distanza. Le sue acque avevano un colore verdastro e avevano un gusto sgradevole e nauseabondo. Quando le ho osservate la loro temperatura non era superiore a quella dell’atmosfera. Mi hanno riferito che certe volte sono appena appena tiepide. In diverse zone di questo lago c’è un ribollire violento e continuo. Lo possiamo riscontrare in quattro punti ben distinti vicini al centro. Là, a intermittenze irregolari, il bollore aumenta e l’acqua si solleva e forma grossi gettiti di due o tre piedi di altezza che si spengono subito. Si alzano ancora di nuovo dopo un intervallo che dura cinque o sei minuti circa. Ci sono periodi in cui il bollore è un po’ meno vivace e non si sente alcun altro rumore se non il gorgoglio dell’acqua. Quando il lago è asciutto ci possiamo entrare senza pericolo per avvicinarci al fondo dell’imbuto. Qui si vedono parecchi buchi, molto profondi, da cui esce un vento moderatamente caldo che solleva fango, sabbia e oggetti che possono ostruire le aperture. Ci sono anche dei vapori aeriformi che, quando il lago contiene acqua, producono bollore e gettiti. Infine l’acqua che si oppone al loro moto produce una spuma biancastra[…]”

Si legge tutto d’un fiato la stupenda osservazione dei fenomeni fangosi presenti nell’area del Lago Palice.

“[…]Il fango o la melma, che è nel fondo e sui bordi del lago, è nera, vischiosa e ha un odore di bitume. Qualche volta si trova un po’ di olio di petrolio sulla superficie dell’acqua. Tutto il suolo della pianura è terra nera, tenace, bituminosa e infiammabile. Un giorno parecchia paglia andò a fuoco. L’incendio si comunicò al terreno che per molti mesi emise una fiamma biancastra, poco vivace, come quella della fontana ardente nel Dauphiné. Tuttavia costò molta fatica spegnerla. Ogni volta che si tentava di farla spegnere da un lato, ripartiva da un altro. Da allora si ha cura di non accendere fuochi. Questo fatto mi farebbe credere che l’aria che si libera attraverso l’acqua e il terreno sia aria infiammabile. Essa è della stessa natura di quella delle paludi: brucia senza esplodere. La fertilità di questo bacino è straordinaria e produce raccolti più che abbondanti. Rende molto richiedendo alcun lavoro specifico da parte del contadino. Quando lo si attraversa a cavallo sentiamo un rumore sordo che annuncia la presenza di una grande cavità sotterranea. E’ ricoperta da una crosta a forma di volta molto simile a quella della solfatara vicino Pozzuoli. Tutto mi porta a credere che sia l’insediamento di un antico cratere. Una parte della cinta esiste ancora ed è formata da quelle montagne ricche di avvallamenti che lo contornano dal lato est. Devo ammettere che non c’è differenza fra il lago e quello di Agnano. In uno c’è maggiore abbondanza di acqua e nell’altro un maggior rilascio di vapori. Le esalazioni di quello di Palice sono persino mortali, poiché gli uccelli e gli altri animali che vi passano muoiono all’improvviso. Si credeva anticamente che i vapori che si elevavano dal suolo fossero mefitici. Specialmente quando ci si sdraiava o ci si abbassava. Si rischiava di perdere la vita! Al contrario, se si camminava non c’era problema. Questo fenomeno rassomiglia a quello che si osserva ancora oggi nella Grotta del Cane presso il Lago di Agnano. Sui bordi del Lago Palice c’è qualche piccolo cono, formato da ceneri e da scorie, molto simile a quelli che qualche volta si trovano nei pressi dell’Etna e del Vesuvio[…]”

Il Dolomieu è un maestro nel condurci per mano a un’osservazione che è nello stesso tempo dettagliata e generale.

“[…]Le montagne e le lave che circondano il lago ospitano molti reperti di natura geologica coperti da pietre calcaree. Essi si sono formati molto tempo prima che il nostro continente fosse abitato. Nel contempo il cratere, ora occupato dal lago, conserva ancora tracce dell’eruzione avvenuta al tempo di Diodoro di Sicilia. Un’eruzione impressionante poiché fuoriusciva del fuoco e l’acqua emanava un calore considerevole. Nel contempo si sentiva un rumore angosciante. Ho voluto sapere se questo vulcano avesse qualche relazione con l’Etna, visto che non è molto lontano. Ho domandato se ci fosse qualche corrispondenza fra questi fenomeni e le eruzioni dell’Etna. Nello specifico se la sua effervescenza fosse più vivace quando il grande vulcano era in attività. Mi è stato risposto che non avevano osservato alcun rapporto. I fenomeni di questo lago sono apparsi sempre così straordinari tanto da servire in ogni tempo come base a un’infinità di favole. Ora vi abita una Fata, mentre nell’antichità tali fenomeni erano considerati come soprannaturali e divini. Si era costruito lungo i suoi bordi un tempio famoso dedicato ai figli di Giove e della ninfa Talia, di cui avevo cercato invano il luogo e le rovine. I sermoni che invocavano il Lago Palice erano altrettanto sacri di quelli eseguiti per lo Stige. Quello che più stupiva gli antichi, e che è ancora oggetto di sorpresa e di ammirazione in chi lo osserva, è la quantità di acqua. Sembra sgorgare dal terreno, sotto forma di gettiti, e non contribuisce a far aumentare l’estensione del lago. Infatti, l’acqua non oltrepassa mai i suoi bordi[…]”

Avvincente la descrizione del bitume prodotto da alcune montagne.

“[…]Ho trovato nel mezzo delle montagne vicine, sotto sedimenti di lava, una sostanza bituminosa. E’ odorosa, disposta a strati orizzontali e divisa in stratificazioni sottili di uno o due pollici di spessore. D’altronde le produzione di questi vulcani non sono così straordinarie e non rassomigliano affatto ai materiali di altri vulcani spenti appartenenti alla stessa provincia[…]”

Sintetica, ma molto argomentata la nota di chiusura del Dolomieu che afferma senza tema di smentite che l’unica area in Sicilia dove sono presenti moltissimi vulcani spenti è proprio il Val di Noto.

“[…]Il Val di Noto è l’unica parte della Sicilia nella quale ho incontrato resti di antichi vulcani. I viaggiatori che hanno supposto e collocato vulcani negli altri valli [Val Demone e Val di Mazara] si sono sbagliati o hanno ricevuto indicazioni erronee.”

5. Breve conclusione

Non ho voluto vergare alcuna conclusione all’articolo per lasciare il maggior spazio possibile al brano del Dolomieu. Un brano che lascerà nei lettori un bellissimo retrogusto. Un brano che dovrebbe far amare sul serio il territorio dove si vive. Questa è la grande lezione impartitaci dal famoso geologo francese.

6. Bibliografia utilizzata per la redazione dell’articolo:

- AA.VV., Il paesaggio siciliano nella rappresentazione dei viaggiatori stranieri, a cura di Nunzio Famoso, Catania, Cuecm, 1999;

- Emanuele Gentile, Alexis de Tocqueville uno sguardo realista e dubbioso sulla Sicilia, Catania, a.a. 2005-2006;

- Francesca Gringeri Pantano, L’isola del viaggio, Catania, Domenico Sanfilippo Editore, 2009;

- Ricerche effettuate utilizzando il motore di ricerca www.google.com.


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