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Quando il lavoro è senza rappresentanza

Un saggio dell’economista Paolo Cioni sul rapporto tra lavoro e rappresentanza.

di Redazione - mercoledì 23 giugno 2004 - 4811 letture

"Noi siamo innocenti". È grazie a questa frase, tra il serio e il faceto, che i giovani comunisti dell’allora Repubblica democratica tedesca riuscirono a salvare, dalla furia distruttiva del 9 novembre, il gruppo bronzeo di Marx ed Engels situato - nell’omonimo Forum - di fianco al municipio di Berlino. Un atto di stima e di deferenza verso i fondatori del pensiero critico e del movimento comunista; un modo alternativo per dichiarare l’innocenza dei due filosofi rispetto alle successive degenerazioni ma anche, e soprattutto, il tentativo di lasciare aperta una prospettiva che, forse, sarebbe potuta tornare utile.

Ecco, leggendo l’ultimo libro di Paolo Ciofi - economista, ex segretario del PCI romano, già parlamentare e vice presidente della Regione Lazio - appare l’immagine dell’autore mentre proclama solennemente, con pennello e vernice, insieme ai giovani della SED, l’innocenza del barbone di Treviri dei guai prodotti dalle burocrazie dei paesi operai degenerati. Il suo ultimo saggio, "Il lavoro senza rappresentanza", non si limita infatti a prendere atto dell’isolamento e della marginalizzazione cui è stato ridotto il lavoro ma che ne indaga le ragioni chiamando la sinistra politica al rispetto del suo ruolo "istituzionale" di rappresentanza del mondo del lavoro. Ciofi prende le mosse da un dato di fatto, cioè dalla valutazione dei flussi elettorali tra il ’92 e le ultime elezioni politiche del 2001.

Per l’autore non è un caso che i partiti della sinistra raccolgano più consensi tra il ceto medio-alto (56% tra dirigenti pubblici e privati, insegnanti e professionisti ai DS) che tra gli operai e gli impiegati dell’industria privata (16%) e che, per giunta, il consenso dei lavoratori privati si sposti, altresì, verso i partiti del centro destra (30% a Forza Italia). Il motivo, afferma Ciofi, sta nel fatto che il mondo del lavoro non riconosce più i partiti della sinistra come propri rappresentanti e si affida, per questo, al sogno, all’illusione e alla speranza offerta dagli imbonitori di regime e dal paternalismo padronale.

Si tratta di un fenomeno di una gravità eccezionale, soprattutto perché la "sinistra antagonista" - per stare al tema introdotto da Marco Revelli - dalla disaffezione verso la "sinistra governista" non ne trae alcun vantaggio, anzi, viene anch’essa fortemente penalizzata.

Ma perché un tale stravolgimento? Perché il patrimonio accumulato dal PCI e dal PSI nel corso dei 50 anni successivi alla seconda guerra mondiale, è stato così pesantemente dissipato? È proprio sull’analisi delle motivazioni che l’indagine svolta da Ciofi assume valore. L’economista, analizzando attraverso la lente delle risoluzioni congressuali e delle dichiarazioni dei leader le scelte operate negli ultimi 10 anni dalle forze politiche eredi dei partiti operai del dopoguerra, arriva a stabilire che il voto operaio diventa residuale nel carniere elettorale dei partiti della sinistra.

Non si tratta di una casualità ma di una scelta consapevole. Ogni partito (Pds-DS, PRC), anche se con diverse motivazioni, abdicando al suo ruolo, ha reso irriconoscibile il proprio ruolo di portatore di interessi demandando alla sola rappresentanza sindacale il compito pre politico di organizzazione del mondo del lavoro. A questo proposito, è fortemente esplicativa - nel testo - l’analisi del conflitto, prima congressuale e, quindi, sociale, tra l’allora segretario della Cgil, Sergio Cofferati, e la leadership diessina. L’accusa che il "conservatore" Cofferati rivolge agli "innovatori" Veltroni e D’Alema, si era allora nel 1997, fu di aver sposato le tesi di Francis Fukujama sulla fine della storia e, con esse, la convinzione di vivere nel migliore dei mondi possibili.

In questo contesto è evidente che il suo ruolo, la sinistra lo risolva, semplicemente, nella mediazione, nella pacificazione e nella regolazione degli effetti perversi del mercato che, comunque, viene indicato come un moloch incontrovertibile e persistente. Cofferati, in sostanza, al secondo congresso del PdS, accusa il gruppo dirigente - (la sinistra stava al governo) nel dilemma della scelta tra capitale e lavoro - di aver scelto le ragioni del capitale e, cedendo alle lusinghe di chi proclamava la fine del lavoro, ha abbandonato la promozione del lavoro. Ed è proprio su questo tema della fine del lavoro che l’analisi di Ciofi si sofferma lungamente e, tirando in ballo Marx, tenta di spiegare come stanno realmente i fatti.

Le scelte della sinistra italiana non sono il frutto di un’azione isolata ma, al contrario, rappresentano la traduzione locale di un processo più ampio. La sinistra, in sostanza, non riuscendo a sostenere l’attuale livello di scontro tra capitale e lavoro e non riuscendo a regolare un mercato che ha assunto dimensioni planetarie, non trova di meglio da fare che appoggiarsi, negando validità all’analisi marxiana, alle tesi dell’avversario di classe, in un supremo tentativo di contemperazione degli effetti negativi che il mercato dispiega. È in questo contesto, quindi, che il lavoro cessa di essere la fonte del plus valore diventando accessorio della produzione. I lavoratori, quindi, assumono la dimensione di "risorse" e diventano variabili del processo produttivo. La soluzione ultima, a questo punto, non può che essere la riduzione ad una forma di prestazione (e, perché no, di retribuzione) ad "organetto" per eggere la concorrenza divenuta spietata. La verità, spiega invece Ciofi, è che il nuovo processo di accumulazione capitalistica assume sempre più la forma di rendita finanziaria. Riprendendo la raffigurazione della giornata lavorativa - che Marx svolge nel capitolo ottavo del Capitale - Ciofi dimostra come il saggio del plusvalore (il lavoro non retribuito al lavoratore), che rappresenta l’esatta espressione del grado di sfruttamento della forza lavoro da parte del capitale, si sia vieppiù allargato e si sia trasformato in interessi e rendite. Altro che fine del lavoro, quindi.

La globalizzazione, Ciofi la chiama - come già prima Ingrao - più propriamente finanziarizzazione dell’economia altro non è che la nuova forma di sfruttamento del capitale sul lavoro. Il lavoro, quindi, anche se assume nuove e più articolate forme di applicazione, esiste all’unica condizione che produca valorizzazione del capitale in quanto, cioè, generì un sovrappiù rispetto al a capitale inizialmente investito. Poco importa, dunque, se il moderno capitalista - detentore dei mezzi di produzione - impieghi scienziati ben pagati per produrre la sequenza del genoma o giovani laureati nei call center, l’importante è che tutti questi lavori subordinati generino, come ai tempi di Marx, plusvalore.

È qui, per Ciofi, la vera questione: il dilemma, la contraddizione - irrisolta - tra capitale e lavoro. Ed è in tale contraddizione, nella organizzazione e rappresentanza del soggetto "lavoratore", centrale nel processo produttivo, che si risolve la funzione della sinistra. Servono a poco le scelte di negazione del soggetto o, come ha fatto Rifondazione recentemente, scegliere di rendere centrale nel "conflitto" un nuovo soggetto sociale "rivoluzionario".

Il tema è sempre lo stesso: recuperare la funzione storica della sinistra nella rappresentanza politica - a cui Marx affida il compito di palesare il conflitto nelle istituzioni - allo scopo di strappare conquiste economiche e sociali a vantaggio dei salariati per rendere giustizia alla parola (e, perché no, al concetto di) "riformismo" che è la ricerca di nuove e più avanzate conquiste per il mondo del lavoro nell’interesse più generale dell’intera società.

In questo ambito, conclude Ciofi, "il passaggio decisivo da compiere, prima che sia troppo tardi, è quello di tornare all’ispirazione e ai principi fondamentali della Costituzione repubblicana. Lì sta scolpito, nel fondamento del lavoro e della sua rappresentanza, il vero progetto riformatore per cambiare l’Italia.

Il lavoro senza rappresentanza / Paolo Ciofi. - Roma : Manifestolibri, aprile 2004. - 319 pp, 24,00 euro.


Questa recensione è apparsa su: www.aprileonline.info

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