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Quando finisce la neutralità inizia il dominio digitale


Considerazioni in margine ad Amazon, al digitale e alle rivoluzioni mancate.
mercoledì 11 ottobre 2017 , Inviato da Sergej - 998 letture

La neutralità. Su questo artificio si è basato lo sviluppo commerciale tradizionale. Il caso esemplare è quello postale. La storia del mezzo nato per esigenze militari, divenuto nel suo sottoprodotto un business e un aiuto per il commercio e la comunicazione “civile”; il settore ha prima conosciuto la privatizzazione, a fronte di un uso elitario del mezzo: di qui la fortuna della famiglia Thurn und Taxis (sì, in questa storia c’entra anche Torquato Tasso); poi l’ingerenza e il monopolio statale: quando ci si accorse che i più poveri avevano trovato il sistema di aggirare la tassazione, l’élite trova il sistema per rendere remunerativo il sistema (il francobollo). Monopolio statale territoriale, accordi internazionali tra Stati per la reciproca comunicazione: per un centinaio d’anni il sistema ha retto. Finché è arrivato l’email, e Amazon. Con Amazon viene compromessa l’idea della neutralità del mezzo.

Fino ad allora chi si occupa del trasporto non aveva formalmente interesse a quello che trasportava. Le poste erano solo un vettore. Con Amazon cambiano le carte in tavola: chi trasporta è interessato a quello che si trasporta, perché è interessato al business della vendita dei prodotti che trasporta. L’industria 2.0, quella connessa al cambiamento digitale, fa profitto perché riesce a sveltire i processi produttivi, eliminare manodopera (e relativi costi), accaparrarsi e far collezione di “campi” prima appannaggio di altri (che vengono in questo modo espulsi dal settore: di qui nuova disoccupazione). L’ “asso piglia-tutto” Amazon è come quelle piante tropicali che, portate in clima mediterraneo, distruggono tutta la flora e la fauna locale: capaci di svilupparsi rigogliosamente e in breve tempo, ma assolutamente deleterie per le specie indigene.

Attraverso l’esempio Amazon possiamo estendere il concetto a tutta l’industria digitale (quella che comunemente viene ora chiamata “Industria 2.0”, definizione opinabile come molte definizioni di moda e che qui prendiamo e usiamo per comodità comunicativa provvisoria). Il digitale diventa un grimaldello, un piede di porco utile a scardinare serrature e serrande: grazie al digitale alcune piccole aziende hanno avvelenato le acque e assistito all’implosione dell’industria 1.0. L’industria aveva già subito una ristrutturazione interna: il passaggio dalla fabbrica fordista a quella toyotista non è stato indolore per nessuno. Dopo il 1989, l’espansione dei mercati “globalizzati”, il dominio della finanza senza più regole e tendenzialmente autonomi della politica (grazie, Mrs Thatcher!, senza di lei Mr Reagan non avrebbe avuto l’idea di dare una spallata al nemico/amico URSS), il crollo dei costi del trasporto marittimo ed aereo: tutto questo ha creato un nuovo mondo. Che esigeva una nuova industria, e l’ha trovata nel digitale.

Abbiamo cambiato le lampadine e i televisori, i telefoni e le macchine da scrivere per seguire la “rivoluzione digitale”. E’ stato il più grosso mutamento della vita quotidiana dai tempi delle ricadute industriali della Prima guerra mondiale (vi siete mai chiesti quand’è che nascono gli assorbenti per la fascia di pubblico femminile?). Come tutti i mutamenti che interessano le masse, l’Industria 2.0 ha creato il “sistema AOL/Facebook” [1]]. Il business dell’industria del consumo è una industria che è finalizzata a conquistare il tempo del consumatore. Il tempo è il vero valore delle persone, dei singoli: un lavoratore lavorando vende il suo tempo al datore di lavoro. Il film di fantascienza di qualche tempo fa non aveva tutti i torti [2]]. Quando il lavoratore smette di lavorare, ha tempo che può essere venduto dall’Industria 2.0. Su questo tempo residuo, il “tempo libero” su cui indagano i sociologi, si scatena la guerra dell’Industria 2.0. Le persone che escono dal lavoro non sono più persone, diventano “utenti” (user, consumer): il web ha sconvolto il concetto di neutralità dello spazio di comunicazione, questo è diventato campo di battaglia in cui il tempo degli utenti deve essere conquistato perché attraverso questo tempo è possibile aprire una falla spazio-temporale che la creatività dell’Industria 2.0 sta esplorando. L’utente gratuitamente riversa sul web contenuti (foto, commenti, video ecc_) che servono ad attirare altri utenti: il mostro si autofagocita e cresce su se stesso. L’utente affida al web i propri dati personali che riempiono i database delle corporation: ancora non lo sanno bene cosa farsene, ma intanto accumulano dati con la mezza idea iniziale che intanto tutti questi dati possono servire per il controllo statistico dei comportamenti degli utenti.

Gli utenti lavorano per il network. La rivoluzione digitale si configura per l’abbattimento delle figure intermedie, lo snellimento della filiera, e per l’evoluzione del “cliente” - l’utente finale, il consumatore - che ora diventa lavoratore per il network, lavoratore a sua insaputa ovvero dona il proprio tempo gratuitamente al network in cambio del privilegio di poter accedere ai servizi del network - servizi che vengono creati e i cui contenuti sono possibili grazie agli utenti stessi. Il network non deve più produrre contenuti, a questo provvedono gli utenti stessi. “Se una cosa è gratis sei tu la merce”, si diceva un tempo.

Nella fase zero del processo digitale, erano gli stessi lavoratori del settore che lavoravano gratuitamente per l’azienda. I nerd sono stati il motore del cambiamento - studenti delle Università, abituati alla community del campus e dei laboratori di ricerca, per essi la “condivisione” era una consuetudine e base della loro formazione. Tutto questo è stato facile preda dell’industria, che sulla gratuità (e comunque sul basso costo iniziale) della manodopera ha fatto la sua fortuna. Chi ha pensato all’open content e all’open source dal punto di vista dell’Industria 1.0 è stato un criminale, dal punto di vista dell’Industria 2.0 è stato un utile idiota. I nerd erano portatori di una nuova etica, di nuovi rapporti di lavoro: in altre parole erano una classe portatrice di una rivoluzione; quando la rivoluzione è fallita (ben presto) senza essere mai neppure iniziata, povera com’era di coscienza di classe, il sistema capitalistico ha ripreso le redini e utilizzato il tutto per formare quel nuovo cocktail che è stata l’Industria 2.0.

Tutto questo sottrae tempo allo svolgimento delle attività tradizionali, pre-Industria 2.0, degli utenti: così giornali, televisioni, case discografiche sono coinvolte nella necessità di cambiare e “adeguarsi ai tempi”. Se vuoi stare nel mercato, devi adeguarti, e digitalizzarti anche tu. La macchina digitale è una macchina perfetta, costringe a diventare digitali anche se non si è al “centro” della mutazione in atto, è una specie di blog che si espande all’infinito. Le vecchie aziende sono costrette a trovare nuove forme di business, dato che nel nuovo mare non è possibile utilizzare, per fare business, gli strumenti collaudati. Il successo di determinate aziende, nel nuovo mare, si basa sul fatto di essere riuscite meglio e prima di altre, di aver adattato il “vecchio mondo” al nuovo: Google, Apple, Microsoft ecc_ sono industrie di transizione dal vecchio al nuovo. Gli Stati nazionali hanno capito subito le potenzialità della “rivoluzione” e hanno lasciato campo a queste aziende vecchie/nuove: per anni il settore è stato nei fatti “deregolamentato” e gli Stati nazionali hanno persino permesso che, per “creare il mercato”, valesse il principio della zona franca fiscale. Ora che il mercato sembra essere maturo e capace di reggersi sulle proprie gambe, la tentazione degli Stati nazionali è quella di andare alla vendemmia (di qui i timidi passi dell’Unione europea e degli Stati Uniti verso la tassazione delle corporation del web).

Se l’Industria 2.0 non è più neutrale, la tentazione è che le corporation divenute sovranazionali oltre che internazionali vogliano ambire a diventare forme statali. La community, il social network quale base per la formazione di organismi / organizzazioni che assumono in sé alcuni dei poteri propri della sovranità statale: il controllo dei propri utenti / sudditi ce l’hanno già; si tratta di espandere questi poteri, includendo il potere di controllo e di polizia, ad esempio. In questo modo la fine della neutralità diventa sempre di più tentazione dell’intervento - la possibilità dell’uso della forza e della costrizione all’interno del gruppo di utenti che sono diventati sudditi del network. Sono tentazioni di prospettiva su cui gli Stati dovrebbero riflettere e tutelarsi pena la perdita delle proprie prerogative e delle proprie tradizionali funzioni. (Ovviamente questo discorso non è certo un sostegno alle politiche degli Stati, né vuole essere una giustificazione delle loro esistenza).

In ogni caso, le persone possono solo subire una delle due prospettive: o essere sudditi di uno Stato che non ha più bisogno dell’apparenza democratica ora che non esiste più l’URSS da contrastare; oppure essere sudditi di una corporation digitale, che divora il tempo e le ultime gocce di energia rimaste.


[1] [AOL = America online. Prima di Facebook c’era AOL.

[2] [In time, 2011, scritto e diretto da Andrew Niccol.


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