"Tanto dilagheranno violenza e materialismo che ne verra’ stanchezza e disgusto; e dalle gocce di sangue che colano dai ceppi della decapitazione salira’ l’ansia appassionata di sottrarre l’anima ad ogni collaborazione con quell’errore..."
Corso di educazione alla pace
presso il liceo scientifico di Orte, anno scolastico 2004-2005
Materiali per la riflessione. 3
ALDO CAPITINI
TEORIA DELLA NONVIOLENZA
Testo estratto da "La nonviolenza è in cammino"
*
Premessa
Il testo seguente è estratto dai nn. 771-772 dell’8-9 gennaio 2004 del
notiziario telematico quotidiano "La nonviolenza è in cammino", edito dal
Centro di ricerca per la pace di Viterbo.
Esso riproduce l’opuscolo che riporta alcuni testi di Aldo Capitini, Teoria
della nonviolenza, Edizioni del Movimento Nonviolento, Perugia 1980
(richiedibile presso la redazione di "Azione nonviolenta", e-mail:
azionenonviolenta@sis.it, sito: www.nonviolenti.org).
Aldo Capitini e’ nato a Perugia nel 1899, antifascista e perseguitato,
docente universitario, infaticabile promotore di iniziative per la
nonviolenza e la pace. E’ morto a Perugia nel 1968. E’ stato il piu’ grande
pensatore ed operatore della nonviolenza in Italia.
Opere di Aldo Capitini: la miglior antologia degli scritti e’ (a cura di
Giovanni Cacioppo e vari collaboratori), Il messaggio di Aldo Capitini,
Lacaita, Manduria 1977 (che contiene anche una raccolta di testimonianze ed
una pressoche’ integrale - ovviamente allo stato delle conoscenze e delle
ricerche dell’epoca - bibliografia degli scritti di Capitini); recentemente
e’ stato ripubblicato il saggio Le tecniche della nonviolenza, Linea
d’ombra, Milano 1989; una raccolta di scritti autobiografici, Opposizione e
liberazione, Linea d’ombra, Milano 1991, nuova edizione presso L’ancora del
Mediterraneo, Napoli 2003; e gli scritti sul Liberalsocialismo, Edizioni
e/o, Roma 1996; segnaliamo anche Nonviolenza dopo la tempesta. Carteggio con
Sara Melauri, Edizioni Associate, Roma 1991. Presso la redazione di "Azione
nonviolenta" (e-mail: azionenonviolenta@sis.it, sito: www.nonviolenti.org)
sono disponibili e possono essere richiesti vari volumi ed opuscoli di
Capitini non piu’ reperibili in libreria (tra cui i fondamentali Elementi di
un’esperienza religiosa, 1937, e Il potere di tutti, 1969). Negli anni ’90
e’ iniziata la pubblicazione di una edizione di opere scelte: sono fin qui
apparsi un volume di Scritti sulla nonviolenza, Protagon, Perugia 1992, e un
volume di Scritti filosofici e religiosi, Perugia 1994, seconda edizione
ampliata, Fondazione centro studi Aldo Capitini, Perugia 1998.
Opere su Aldo Capitini: oltre alle introduzioni alle singole sezioni del
sopra citato Il messaggio di Aldo Capitini, tra le pubblicazioni recenti si
veda almeno: Giacomo Zanga, Aldo Capitini, Bresci, Torino 1988; Clara Cutini
(a cura di), Uno schedato politico: Aldo Capitini, Editoriale Umbra, Perugia
1988; Fabrizio Truini, Aldo Capitini, Edizioni cultura della pace, S.
Domenico di Fiesole (Fi) 1989; Tiziana Pironi, La pedagogia del nuovo di
Aldo Capitini. Tra religione ed etica laica, Clueb, Bologna 1991; Fondazione
"Centro studi Aldo Capitini", Elementi dell’esperienza religiosa
contemporanea, La Nuova Italia, Scandicci (Fi) 1991; Rocco Altieri, La
rivoluzione nonviolenta. Per una biografia intellettuale di Aldo Capitini,
Biblioteca Franco Serantini, Pisa 1998; AA. VV., Aldo Capitini, persuasione
e nonviolenza, volume monografico de "Il ponte", anno LIV, n. 10, ottobre
1998; Antonio Vigilante, La realta’ liberata. Escatologia e nonviolenza in
Capitini, Edizioni del Rosone, Foggia 1999; Pietro Polito, L’eresia di Aldo
Capitini, Stylos, Aosta 2001; cfr. anche il capitolo dedicato a Capitini in
Angelo d’Orsi, Intellettuali nel Novecento italiano, Einaudi, Torino 2001;
per una bibliografia della critica cfr. per un avvio il libro di Pietro
Polito citato; numerosi utilissimi materiali di e su Aldo Capitini sono nel
sito dell’Associazione nazionale amici di Aldo Capitini: www.cosinrete.it
Per contattare il Centro di ricerca per la pace di Viterbo: recapito
postale: strada S. Barbara 9/E, 01100 Viterbo; recapito telefonico:
0761353532; recapito di posta elettronica: nbawac@tin.it
Il responsabile del centro, e direttore responsabile del notiziario da cui è
estratto il testo di seguito presentato, è il coordinatore del corso di
educazione alla pace che si svolge presso il liceo scientifico di Orte.
Orte, 13 dicembre 2004
*
ALDO CAPITINI: TEORIA DELLA NONVIOLENZA
Principi di nonviolenza
La nonviolenza risulta dall’insoddisfazione verso cio’ che, nella natura,
nella societa’, nell’umanita’, si costituisce o si e’ costituito con la
violenza; e dall’impegno a stabilire dal nostro intimo, unita’ amore con gli
esseri umani e non umani, vicini e lontani. La manifestazione piu’ concreta
ed anche piu’ evidente di questa unita’ amore e’ l’atto di non uccidere
questi esseri e di non operare su di loro mediante l’oppressione e la
tortura. Questo impegno non e’ che un punto di partenza (come nessuno nella
poesia, nella musica, puo’ pretendere di esaurirle), e le imperfezioni del
nostro atto di unita’ amore non possono essere compensate che dal proposito
di essere attivissimi in essa, nel tu che diciamo agli esseri nella loro
singola individualita’, mai dicendo che basta. La nonviolenza non e’
l’esecuzione di un ordine, ma e’ una persuasione che pervade mente, cuore ed
agire, ed e’ un centro aperto: il che significa che ognuno prende
l’iniziativa di unita’ amore senza aspettare che prima tutti si innamorino,
e la concreta in modi particolari che egli decide con sincerita’, e con
dolore per ogni limite e impedimento che lo stato attuale della
realta’-societa’-umanita’ ancora mette a sviluppare pienamente questa unita’
con tutti.
Vi sono, dunque, tanti gradi e tante espressioni della nonviolenza, ma, al
punto in cui siamo, esse si concentrano in un modo fondamentale, che e’ di
non uccidere esseri umani. Mentre si sta stabilendo, oggi piu’ che mai,
anche economicamente politicamente culturalmente, l’unita’ mondiale
dell’umanita’, l’atto di affetto all’esistenza di ogni essere umano ci porta
al punto di questa unita’ umana. Verso gli altri esseri viventi ma non
umani, come gli animali e le piante, tutto cio’ che e’ fatto nell’affetto e
rispetto alla loro esistenza, apre l’unita’ amore anche a loro e abitua a
sentire, di riflesso, il valore del non uccidere esseri piu’ complessi e
piu’ simili a noi, come sono gli uomini. La prassi del vegetarianesimo ha
percio’ grande importanza.
La nonviolenza non e’ soltanto contro la violenza del presente, ma anche
contro quelle del passato; e percio’ tende a un rinnovamento della realta’
dove il pesce grande mangia il pesce piccolo, della societa’ dove esiste
l’oppressione e lo sfruttamento, dell’umanita’ nella sua chiusura egoistica
e nelle sue abitudini conformistiche e gusto della potenza. Ma finche’ diamo
col pensiero e con l’atto la morte, non possiamo protestare contro la
realta’ che da’ la morte. E perche’ la societa’ non torni sempre oppressiva
sotto un nome od un altro, deve cambiare l’uomo e il suo modo di sentire il
rapporto con gli altri: la nonviolenza e’ impegno alla trasformazione piu’
profonda, dalla quale derivano tutte le altre; e percio’ non si colloca
nella realta’ pensando che tutto resti com’e’, ma sentendo che tutto puo’
cambiare, e che com’e’ stata finora la realta’ societa’ umanita’ non era che
un tentativo secondo i modi della potenza e della distruzione, e che vien
dato un nuovo corso alla vita con i modi dell’unita’ amore e della
compresenza di tutti.
La nonviolenza e’ in una continua lotta, con le tendenze dell’animo e del
corpo e dell’istinto e la paura e la difesa, con la realta’ dura,
insensibile, crudele, con la societa’, con l’umanita’ nelle sue attuali
abitudini psichiche: non puo’ fare compromessi con questo mondo cosi com’e’,
e percio’ il suo amore e’ profondo, ma severo; ama svegliando alla
liberazione e sveglia alla liberazione amando; quindi distingue nettamente
tra le persone e gli esseri tutti che unisce nell’amore, tutti avviati alla
liberazione, e le loro azioni, delitti, peccati, stoltezze, assumendo il
compito di aiutare questi esseri ad accorgersi del male, e, se proprio non
e’ possibile altro, contribuendo a liberarli dando, piu’ che e’ possibile,
il bene.
La nonviolenza e’ attivissima, per conoscere gli aspetti della violenza e
smascherarli impavidamente; per supplire all’efficacia dei mezzi violenti
col moltipllcare i mezzi nonviolenti, facendo percio’ come le bestie piccole
che sono piu’ prolifiche delle grandi; per vincere l’accusa e il pericolo
intimo che essa sia scelta perche’ meno faticosa e meno rischiosa; per dare
effettivamente un contributo alla societa’, che ci da’, in altri modi. altri
contributi. Proprio in questo tempo la nonviolenza ha il suo preciso posto
nell’indicare una svolta decisiva e nell’inserire il fatto nuovo. Che non si
veda un altro impero romano e un altro impero barbarico, e sempre
oppressioni e rivolte, nascere e uccidere e morire, e l’uomo dolorante e
illusoriamente lieto, perche’ ancora non ha imparato a fondo quanto
dinamismo rinnovatore hanno l’interiorita’, la liberta’, l’amore. Proprio
appassionandoci per l’esistenza degli esseri viventi, rispettandoli piu’ che
si puo’, e dolendoci della loro morte, noi impariamo a sentire immortali i
morti e uniti all’intima presenza.
Chi e’ nonviolento e’ portato ad avere simpatia particolare con le vittime
della realta’ attuale, i colpiti dalle ingiustizie, dalle malattie, dalla
morte, gli umiliati, gli offesi, gli storpiati, i miti e i silenziosi, e
percio’ tende a compensare queste persone ed esseri (anche il gatto malato e
sfuggito) con maggiore attenzione e affetto, contro la falsa armonia del
mondo ottenuta buttando via le vittime.
La nonviolenza e’ impegnata a parlare apertamente su cio’ che e’ male, costi
quello che costi, non cedendo mai su questa liberta’, e rivendicandola per
tutti; e a non associarsi mai a compiere cio’ che ritiene il male. Contro
imperialismo, tirannia, sfruttamento, invasione, il metodo della nonviolenza
e’ di non collaborare al male; e di creare difficolta’ all’esplicazione di
quei modi, senza sospendere mai l’amore per le singole persone, anche
autrici di quei mali, ma non esaurentisi in essi; cosi’ si riconosce di
avere un alleato alla solidarieta’ che si stabilisce tra gli oppressi,
nell’intimo stesso degli oppressori.
Chi e’ persuaso della nonviolenza tende alla comunita’ aperta, e percio’ a
mettere in comune il piu’ largamente le sue iniziative di lavoro, la
proprieta’, non sfruttatrice, che egli possiede, la cultura (partecipando e
celebrando i valori culturali con altre persone), la liberta’ (favorendola
con altri in assemblee nonviolente per il controllo e lo sviluppo
amministrativo della vita).
(Principi elaborati per il Centro di Perugia per la Nonviolenza costituito
nel 1952)
* * *
La nonviolenza nella prospettiva individuale e in quella sociale
La nonviolenza e’ lotta
Agli uomini usciti dalle guerre, agli animi che sentono il peso di
un’immensa stanchezza e il bisogno di un riposo che talvolta e’ perfino
sogno di annullamento e piu’ spesso e’ idoleggiamento di uno stato lento,
comodo, col gusto di piaceri che non vengano tolti; prospettare l’idea e le
conseguenze della nonviolenza produce un urto doloroso; ed essi domandano
tra stizziti e allarmati: "ma e’ cosi difficile ricomporre una vita
tranquilla, una casa, un orario giornaliero, e la fruizione dei beni della
terra; e bisogna invece affrontare un problema cosi sconcertante e
paradossale? Noi vogliamo la pace, l’umanita’ vuole, merita la pace".
Penso che questa gente abbia una sensazione esatta. E’ un errore credere che
la nonviolenza sia pace, ordine, lavoro e sonno tranquillo, matrimoni e
figli in grande abbondanza, nulla di spezzato nelle case, nessuna
ammaccatura nel proprio corpo.
La nonviolenza non e’ l’antitesi letterale e simmetrica della guerra: qui
tutto infranto, li’ tutto intatto. La nonviolenza e’ guerra anch’essa, o,
per dir meglio, lotta, una lotta continua contro le situazioni circostanti,
le leggi esistenti, le abitudini altrui e proprie, contro il proprio animo e
il subcosciente, contro i propri sogni, che sono pieni, insieme, di paura e
di violenza disperata.
La nonviolenza significa esser preparati a vedere il caos intorno, il
disordine sociale, la prepotenza dei malvagi, significa prospettarsi una
situazione tormentosa. La nonviolenza fa bene a non promettere nulla del
mondo, tranne la croce. E quegli uomini che dicevo prima non vogliono la
croce: disfatti o disorientati preferirebbero ritagliarsi una parte anonima
della vita, con uno stipendio immancabile, e frequenti "bicchierini" per
tirare avanti. Gli uomini, la civilta’ infine del "bicchierino" per reggere;
e il bicchierino puo’ essere liquore, fumo, vincita di lotteria, vita
sensuale, un appoggio insomma che ci sia realmente, un qualche cosa di
sensibile, che dica all’uomo attraverso un piacere: tu sei.
Questi uomini furono ingannati perfettamente dal fascismo, il quale di rado
era scomodo, ma nell’insieme ordinato e piacevole; e quando divenne pieno di
punte problematiche quegli uomini gli si ribellarono contro con una
sincerita’ tale come se gli fossero stati avversi dall’inizio.
Per scoprire l’inganno del fascismo sarebbe bisognato non prendere l’ordine
per cosa assoluta; e per reagire sarebbe bisognato non prendere per cosa
assoluta il comodo proprio e circostante.
I regimi politici che assicurano comunque un ordine trovano sempre
moltissimi che li accettano, senza badare se l’ordine esterno non e’ tradito
potenzialmente da una mentalita’ sopraffattrice e avventuriera.
Si diceva durante il fascismo: "Nel ’21 c’era il disordine, scioperi, i
treni non partivano; il fascismo ha stabilito l’ordine, la concordia tra
capitale e lavoro". E si diceva cosa insulsa; perche’ il fascismo non
risolse i problemi del dopoguerra, quelli che generavano il "disordine"; e
se delle due fazioni avesse invece trionfato la socialista, avrebbe essa
stabilito il suo ordine; e allora e’ da discutere sull’essenza, sulla
qualificazione dell’ordine: ordine fascista o ordine socialista? Che cosa
fosse l’ordine fascista si poteva intrinsecamente gia’ vedere con l’occhio
alla sua sostanza morale; ma si vide nel fatto: partirono, si’, i treni, ma
sono partite poi anche le stazioni.
La nonviolenza non e’ appoggio all’ingiustizia
Ma oltre l’equivoco della nonviolenza come pace, io vorrei chiarire e dissip
are un altro equivoco, che e’ ancor piu’ insinuante e pericoloso.
Nella lotta politica e sociale, necessaria in una societa’ di ingiustizia e
di privilegi, la nonviolenza fa tirare un sospiro di sollievo ai tiranni di
ogni specie; e questo sospiro di sollievo e’ per noi oltremodo tormentoso.
Se la nonviolenza dovesse essere interpretata, o comunque risolversi in
un’acquiescenza all’ingiustizia, a quella violenza di secoli cristallizzata
in potere e in privilegi decorati ora di una apparente legittimita’, non ci
sarebbe una piu’ tentatrice sollecitazione a metterla in dubbio ed
abbandonarla.
La nonviolenza non e’ soltanto rifiuto della violenza attuale, ma e’
diffidenza contro il risultato ingiusto di una violenza passata. Di quanto
piu’ di violenza e’ carico un regime capitalistico o tirannico, tanto piu’
il nonviolento entra in stato di diffidenza verso di esso.
Bisogna aver ben chiaro che la nonviolenza non colloca dalla parte dei
conservatori e dei carabinieri, ma proprio dalla parte dei propagatori di
una societa’ migliore, portando qui il suo metodo e la sua realta’. Il
nonviolento che si fa cortigiano e’ disgustoso: migliore e’ allora il
tirannicida, Armodio, Aristogitone, Bruto. Due grandi nonviolenti come Gesu’
Cristo e San Francesco si collocarono dalla parte degli umiliati e degli
offesi. La nonviolenza e’ il punto della tensione piu’ profonda del
sovvertimento di una societa’ inadeguata.
La nonviolenza e’ attiva e modesta
Percio’, e cosi chiariamo il terzo equivoco, la nonviolenza e’ attivissima.
La nonviolenza e’ prova di sovrabbondanza interiore, per cui all’uso della
violenza che sarebbe ovvio, naturale, possibilissimo, viene sostituita, per
ulteriore ricerca e sforzo, la nonviolenza.
Sarebbe anche qui falsificazione intendere il nonviolento come un pedante
occupato esclusivamente a torcere il volto davanti ad ogni menomo atto
violento, senza addentrarsi nella vita e nei suoi motivi. Tra il nonviolento
inerte e il soldato che si esercita faticosamente ed arrischia, la
possibilita’ di un valore morale e’ piu’ nel secondo che nel primo.
Il nonviolento deve essere attivissimo sia per conoscere le ragioni della
violenza, per individuare la violenza implicita che si ammanta di legalita’
e smascherarla impavidamente; sia per supplire all’efficacia dei mezzi
violenti con il moltipllcarsi dei mezzi nonviolenti, facendo come le bestie
piccole che sono piu’ prolifiche (e anche sopravvivono alle specie delle
bestie grandi); sia per vincere l’accusa e il pericolo intimo che la
nonviolenza venga scelta perche’ meno faticosa e meno rischiosa: il
nonviolento deve portarsi alla punta di ogni azione, di ogni causa giusta,
appunto per curare il proprio sentimento che potrebbe stagnare e per farsi
perdonare dalla societa’ la propria singolarita’. E’ noto che gli obbiettori
di coscienza (cioe’ coloro che non hanno voluto collaborare alla
coscrizione) sono stati uccisi a migliaia dai governi totalitari; e dove
sono stati tollerati, hanno chiesto spesso servizi rischiosi e dolorosi, per
esempio di sottoporsi agli esperimenti medici o di raccogliere i feriti
nelle prime linee.
E infine sara’ opportuno chiarire anche un quarto equivoco, che cioe’ il
nonviolento pretenda essere superiore per il suo atto di nonviolenza.
Non e’ l’atto di nonviolenza per se stesso, ma tutto cio’ che sta con esso e
all’origine di esso, che puo’ costituire un valore.
L’animo, l’intenzione, l’amore, gli sforzi fatti, quanto di proprio
sacrificio ci sia stato messo: qui e’ il valore sia dell’atto di violenza
che dell’atto di nonviolenza. E’ evidentissimo che tra colui che per evitare
l’uccisione di un bambino si slanciasse con l’arma in mano a difenderlo a
rischio di essere ucciso egli stesso, e il nonviolento che se ne stesse ben
lontano e inerte, avrebbe maggior valore il primo, quando il secondo non si
fosse gettato tra l’uccisore e il bambino a persuadere ed anche a offrire il
suo corpo, avanti a quello del bambino, al colpo mortale.
Concetti e modi della nonviolenza
Chiariti e dissolti questi equivoci, sara’ bene ora prender contatto con il
concetto stesso della nonviolenza.
Violenza e’ un concetto relativo all’oggetto sul quale si esercita una certa
azione. Quanto meno io considero quell’oggetto in cio’ che esso e’ per se
stesso, tanto piu’ mi avvio alla violenza contro di esso.
La nonviolenza e’ una presa di contatto col mondo circostante nella sua
varieta’ di cose, di esseri subumani, e di esseri umani, e’ un destarsi di
attenzione alle singole individualita’ di tutti questi oggetti circostanti
per porsi un problema: "che cosa e’ questo singolo oggetto? qual e’ la sua
caratteristica, la sua vita, la sua liberta’, il suo formarsi dal di
dentro?".
E’ la sospensione dell’attivismo che consideri tutto, senza eccezione, come
mezzo, fino a quei casi tipici che sono come il lusso e il gioco di questo
attivismo, come l’incendio di Roma da parte di Nerone per vederne la
bellezza, o il letto su cui il brigante greco Procuste stendeva i suoi
prigionieri stirandoli o stroncandoli secondo che fossero piu’ corti o piu’
lunghi. Sospensione di attivismo che e’ attivissima moltiplicazione
d’attenzione, d’interesse, di affetto, potenziamento della vita interiore
proprio mediante questo collegamento in atto di tutto il reale nelle sue
innumerevoli individuazioni con l’intimo nostro.
Ma questo non e’ che un punto di partenza, perche’ di qui comincia un
movimento, una tensione.
Ad una parte degli oggetti assegno un compito di collaborazione, prendendo
interamente su di me la definizione del fine del lavoro con cui essi
collaborano; e questi oggetti chiamo cose.
Nei riguardi delle "cose" io non mi pongo altro dovere che di adoperarle
bene, di chiamarle a collaborare ad atti di cui assumo la responsabilita’; e
la malvagita’ sta non nell’usare l’acqua per un bagno, ma se nel bagno
affogo il bambino, invece di lavarlo semplicemente, buttando l’acqua ad
altro destino. Per il carbone fossile stare nell’interno della terra o
muovere una locomotiva puo’ essere indifferente, come per la pietra che sta
nel monte, in un monumento o come polvere sulle strade.
Puo’ darsi che un giorno il nostro occhio scopra altro e diventi possibile
ridurre il campo delle cose, stabilendo con alcune di esse un rapporto di
collaborazione meno imperioso e meno antropocentrico: e’ un problema questo
non vano, e di un orizzonte vastissimo, schiuso proprio dal principio della
nonviolenza, che e’ inquietudine continua, passione mai saziata di interesse
per le individualita’.
Vi e’ poi il gruppo di esseri subumani. E c’e’ come un gruppo di passaggio
in tutti quegli esseri di minima vita, microrganismi e microbi, rispetto ai
quali non possiamo fare che una valutazione di "cose" sempre pero’ con
quella speranza e quel problema, che nuove indagini e nuove intuizioni
permettano una collaborazione migliore: chissa’, per esempio, che non si
riesca a trovare il modo di volgere a benefica l’azione malefica di molti
microbi.
Ma quando incontriamo vite piu’ sviluppate, individualita’ con cui e’
possibile stabilire un rapporto complesso, qui sentiamo la gioia di salvarci
con piu’ ragione dalla considerazione di "cose". Cio’ non toglie che ci si
possa interessare a cose minime, rispettarle nel loro essere; che io possa
appassionarmi all’individualita’ di quella farfalla che ho visto nel
boschetto e che vivra’ oramai una settimana, di quel filo d’erba, di quel
sasso. Questo prova che la nonviolenza, essendo unita’-amore e’ espressione
nostra, e’ collocazione e scelta volontaria, non un dogma; e ognuno puo’ a
sua ispirazione (Spiritus ubi vult spirat) dirigerla. San Francesco voleva
che l’ortolano non lavorasse tutto l’orto, ma ne lasciasse una parte dove le
cosi’ dette erbacce potessero crescere liberamente, perche’ per lui la
spontaneita’ di quel crescere, la bellezza di quelle erbe, e che esse
attestassero e lodassero Dio, era la stessa cosa. E cosi egli preferiva che
l’albero si tagliasse lasciandogli la radice e la possibilita’ di crescere
nuovamente.
Noi possiamo su tutta la scala degli esseri non umani istituire a noi stessi
delle direttive, che anche se non sempre attuate, provano che in noi vive un
problema, una passione, una direzione.
Preferire, per esempio, di regalare piante intere piuttosto che fiori,
rinunciare alla caccia, adoperarsi per addomesticare bestie selvagge.
Il vegetarianesimo, per esempio, e’ una cospicua scelta che viene fatta nel
campo degli esseri subumani. Si decide di rinunciare al cibo che comporti
uccisione di animali; e con cio’ stesso muta il nostro modo di avvicinarsi
ad essi, il nostro modo di considerarli; si accetta sorridendo ma con
fermezza l’apparente stranezza che galline e pecore, dopo averci dato uova e
lana, "muoiano di vecchiaia": si amplia, al posto della violenza spietata
alle sofferenze e all’uccisione, quel piano di collaborazione in cui
consiste l’incremento della civilta’.
Questa "sospensione" introdotta nella leggerezza sterminatrice e nella
freddezza utilitaria si riflette in accrescimento di valore interiore. Ma
c’e’ di piu’ e forse di meglio. Io debbo confessare che, pur avendo un
notevole interesse all’esistenza degli animali, mi decisi al vegetarianesimo
nel 1932, quando, nell’opposizione al fascismo, mi convinsi che l’esitazione
ad uccidere animali, avrebbe fatto risaltare ancor meglio l’importanza del
rispetto dell’esistenza umana.
Consideriamo, dunque, la nonviolenza in questi gradi anteriori come un
addestramento che ha due atteggiamenti, quello di considerare cio’ che e’
altro da noi come "cosa" ma con l’impegno a servirsene per un fine degno e
alto; e l’atteggiamento di considerarlo come "esistente", rispettato e amato
percio’ come tale.
Due atteggiamenti, come ho detto, non rigidi, ma in dialettica, in
travaglio, e appunto percio’ prova della vitalita’ interiore di un
appassionamento. Ma sia come un prologo al mondo umano. Noi sappiamo che
tutte le volte che in pedagogia ci si e’ posti il problema del piu’ basso,
di cio’ che e’ infimo, si e’ fatto un grande passo: quando si e’ cercata
l’educazione dei deficienti, o dei molto piccoli o dei molto poveri, si sono
scoperti sempre metodi che hanno dato risultati prodigiosi applicati agli
altri.
E cosi in questo prologo ci siamo posti dei temi: portiamoli ora nel mondo
umano, e sentiremo una risonanza grandiosa.
Riguardo ad esseri umani la nonviolenza e’ l’appello continuo e intenso alla
comprensione, alla spontaneita’, alla capacita’ che ha l’altro essere umano
di giungere ad una decisione razionale.
Nel campo umano la dedizione a questo appello ha un fondamento piu’ saldo
che per ogni altro essere: basta che io pensi che colui che incontro,
potrebbe essere mio figlio: nulla di eccezionale in questo sentimento di
genitura, per la somiglianza umana che c’e’ tra noi.
Del resto, io penso che sempre nei riguardi di un essere umano debbo
richiamarmi a un punto interno in cui io mi senta madre di lui; che debbo
abituarmi a costituire costantemente questo atteggiamento nel mio intimo;
che, insomma, almeno per una volta, esaurite e sfogate se si vuole, tutte le
altre possibilita’, io debbo domandarmi: "ma mi sono anche considerato pur
per un istante madre di costui? come agirei se fossi sua madre, certo una
madre non stolta, ma pronta a vedere che cosa c’e’ a favore di lui, a
sperare per lui?".
La nonviolenza, porgendo l’appello alla razionalita’ altrui, e’ anche un
potenziamento del tu, e dell’interesse a che l’altro viva, si svolga, e come
un generarlo dall’intimo nostro, una gioia perche’ l’altro esiste, un
appassionamento alla radice. Come noi potremmo avvicinarci all’infinita
miseria degli esseri umani, alle loro limitazioni, curare le loro
infermita’, sopportarli, se non portassimo un infinito compiacimento che
l’altro esiste e proprio come essere umano? In questo atto si va oltre lo
stato di felicita’ e infelicita’, e si vive il sacro per cui ogni essere che
viene alla luce entra in qualche cosa di positivo, di la’ dalla sua miseria
e dalla sua grandezza. Lo spirito lo tocca, e io posso raggiungerlo col mio
atto: qui siamo nella presenza religiosa, che e’ piu’ di ogni limitatezza,
deformita’, malattia, bruttezza. La nonviolenza mi fa risaltare l’importanza
dell’atto col quale mi avvicino ad uno, atto di presenza aperta, superiore
alla felicita’ o infelicita’, a cio’ che puo’ accadermi o accadergli.
E se io voglio che l’altro sia in un certo modo, il ripudio dei mezzi
violenti mi induce ad una tensione interiore perche’ io anzitutto viva
quello che voglio dall’altro, perche’ io prenda su di me il compito di
attuare quel meglio, di portarmi a quel grado, di purificarmi, di
sacrificarmi, fino al sacrificio supremo di dare l’atto di nonviolenza al
posto dell’atto di violenza, e di trasferire con atto d’amore nell’intimo
dell’altro il punto a cui ero giunto. In questa nonviolenza si attua la fede
nell’unita’ di tutti, e nell’efficacia che cio’ a cui mi tendo io (o cio’
per cui io prego, per dirla nei termini tradizionali) influisce su di un
altro, pur lontano, quanto piu’ di sacrificio e di purezza interiore io vi
metto.
Sarebbe piu’ agevole che con un mezzo esteriore e violento io agissi
sull’altro, ma quanto perderei di interiorita’, di qualita’!
Attuazione della nonviolenza
Un principio che sta dentro l’atto della nonviolenza e’ la potente
sollecitazione dell’impegno della propria persona.
La radice della nonviolenza sta nell’essere nonviolento, internamente, prima
dell’atto rivolto agli altri; e anche questo conferma che la nonviolenza non
e’ un atto puntuale, ma una disposizione, una formazione, un’educazione,
un’intenzione, un insieme. Se la nonviolenza e’ promovimento della tua
razionalita’, della tua bonta’, della tua spiritualita’ superiore, bisogna
che io anzitutto mi tenda alla mansuetudine e alla ragionevolezza. Non si
puo’ insegnare la nonviolenza con l’odio e le fucilate. Se io voglio che tu
agisca da persuaso interiormente, bisogna che io prima sia in tutto persuaso
e non retore. Se io voglio che nel mondo ci sia qualche cosa, e in questo
caso, un atto di unita’-amore insistente fino anche al sacrificio, se non ci
metti tu questo atto, o ancora non ce lo metti, ce lo metto io.
Quanto ai modi dell’attuazione della nonviolenza io vorrei sottrarli a
quella casistica che sorge per ogni proposito di azione, e anche per questo.
Tutti quelli che hanno esperienza di questo proposito, hanno anche
esperienza di una lunga discussione con se stessi e con gli altri sui casi,
sui modi. Piu’ di quindici anni di questa esperienza mi hanno confermato che
e’ lo spirito che conta, ed e’ l’approfondimento di questo che fa progredire
la civilta’.
C’e’ una scala di attuazione, una scelta, una creazione; non e’ un dogma e
un ordine di chissa’ chi: la nonviolenza e’ una creazione che uno attua. Ci
puo’ essere un’attuazione cosi’ meticolosa da far sorridere; e non c’e’
nulla di male. Una civilta’ che consuma tanto suo tempo in mille cose futili
e fatue, puo’ ben consumarlo in questo campo. C’e’ un eccesso e un ridicolo
che e’ in funzione del sublime. Un discepolo di San Francesco aveva spinto
cosi’ oltre il precetto dell’imitazione della santita’, che ripeteva ogni
atto che vedesse fare al Santo, perfino sputare. E San Francesco ne
sorrideva. Tutti sappiamo che vi sono diverse interpretazioni e attuazioni
della nonviolenza, fino a quella che non si puo’ parlare di "violenza"
quando si colpisce per diritto e a giusta ragione. Io qui esporro’
l’interpretazione che risulta dalla mia esperienza.
Considererei come un grande dolore se nel momento della morte di un
qualsiasi essere umano io non desiderassi con tutte le mie forze che quella
morte non avvenisse.
Non posso accettare come veramente mio il mondo dove le persone cadono come
oggetti, ma quello dove tutti sono soggetti, vivono, si svolgono. Se non
sentissi sempre questo, se avessi fatto qualche eccezione a questo, oggi
dovrei moltipllcare la mia tensione per riparare al passato.
E realmente io debbo riparare al passato, che oltre che mio, e’ di tutte le
civilta’ trascorse; e, istruito da questa insufficienza, oggi non sono tanto
disposto a farmi sorprendere dall’indifferenza, e sto attento perche’ non
perda questa passione fondamentale ad ogni momento in cui la morte si
manifesta in questa realta’.
Percio’ e’ inutile che io raccolga armi vicino a me e mi addestri ad usarle,
se so gia’ quale sarebbe la mia posizione domani. Da questo si riflette uno
stimolo ad atteggiare il mio fare in modo che senta di non poter far conto
su mezzi violenti, e che a mia disposizione non c’e’ che il prestigio
dell’esempio, l’intima trasparenza, la razionalita’ della persuasione, la
forza dell’anima. Potro’, a parte il ripudio della uccisione, ricorrere a
dei mezzi che diminuiscano l’effetto della violenza dell’altro, specialmente
se in uno stato di furia; ma sempre tali che non lo mettano in uno stato di
tortura ne’ in uno stravolgimento della sua possibilita’ di razionalita’.
L’importante e’ che in quel momento io mi immedesimi col problema
dell’altro, e della sua formazione verso la liberta’, la razionalita’, la
bonta’; e che, assicurate queste dalla parte mia, mi rifiuti ai mezzi che la
turbino nell’altro. La tortura, cioe’ che io provochi in te il dolore per
ottenere qualche cosa da te, che senza la tortura mi rifiuteresti, non e’
per me giustificata da nulla, perche’ io non voglio mai provocare il dolore,
ma riparare al dolore: essere non al punto in cui si causa il dolore (che e’
questa realta’ e il mondo della limitatezza), ma al punto in cui si supera
il dolore, che e’ la realta’ autentica, il mondo del valore. Se questo mondo
e’ la mia croce, ma io sono piu’ del mondo, sono dall’infinito. Come davanti
alla morte, cosi davanti alla sofferenza di un altro, ho la passione di
essere non dalla parte del mondo ma del sopramondo eterno che qui si apre,
non dalla materia ma dalla forma, non dall’esteriorita’ ma
dall’interiorita’, non con un Dio che batte, ma con un Dio che porta nel
valore dell’amore che sempre si accresce, e che, come la liberta’, non
esiste, se non si fa ancora piu’ amore, ancora piu’ liberta’.
La nonviolenza e la societa’
A questo punto, dopo aver guardato la cosa dall’individuo, bisogna guardarla
dalla societa’; altrimenti mi si potrebbe dire che tutto quello che ho detto
e’ "prima della nascita della societa’, dello Stato". L’obbiezione piu’
formidabile e’ questa: "non faccio questione di me come singolo, della mia
difesa, della mia esistenza, ma della societa’, del suo ordine, della norma
che io debbo sostenere e contribuire a tener viva, per cui non e’ lecito che
uno si serva della violenza: come potro’ far questo senza l’uso della forza?
come potra’ avvenir questo se il cittadino manca al suo dovere di
riconoscere la necessita’ dell’uso della forza in qualche caso? Una societa’
non ha connessione senza l’uso parco e regolato della forza".
Qui debbo richiamare quel carattere drammatico della nonviolenza del quale
ho parlato all’inizio. Ho gia’ detto che per intendere la nonviolenza
bisogna lasciar di guardare l’ordine, la compostezza, la pace: bisogna,
invece, prender su’ risolutamente una responsabilita’, che puo’ essere anche
in mezzo all’avversione e al biasimo; e’ una scelta severa e tremenda. La
nonviolenza non e’ per conservare alcuna cosa di questo mondo, sia
dell’individuo o della societa’: non il piacere, il comodo, la casa, il
letto, la roba, la vita, le cose fatte, costruite, l’ordine sociale, la
regolarita’ dei servizi pubblici, l’esistenza dei cari, degl’innocenti. Non
e’ un accrescimento di sicurezza che tutte queste cose permangano; anzi e’
una rinuncia interiore a questa sicurezza; e’ in potenza la morte di tutto
questo. E’ la possibilita’ di perdere tutto cio’ che e’ nel mondo, il
Memento mori, non immaginazione oziosa, ma legato a un impegno, a un’azione.
Perche’ nello stesso tempo la nonviolenza afferma un valore; ed e’ dunque
atto, resurrezione. La societa’ col suo ordine, la vita con i suoi oggetti,
non possono costituire quell’assoluto che si imponga indiscutibile e tolga
la possibilita’ di un contributo, di un’iniziativa. Siamo davanti, in questo
tempo, ad una societa’ impiantata cosi’ che vorrei chiamarla "la societa’
dei pubblici servizi", una societa’ pratica, del tempo dell’attivismo, del
tempo dei molti aspetti del vivere, delle varie cose. I pubblici servizi
esigono una difesa di essi con tutti i mezzi; e questo non e’ la societa’
come concetto eterno: non e’ che un tipo della societa’ della vita,
corrisponde a una scelta che l’uomo di oggi fa: il che non esclude che si
possa fare un’altra scelta, presentare un altro tipo. Il significato
religioso della nonviolenza sta proprio nel preparare un altro tipo,
un’altra realta’. E’ evidente che se si volesse configurare la societa’ non
con la trama interna della difesa dei pubblici servizi, ma con la trama
interna della celebrazione di atti di infinito tu alle persone, tutta la
prospettiva muterebbe. La societa’ romana aveva per trama la tutela dei
diritti del civis, la societa’ cristiana aveva per trama la fruizione dei
carismi divini.
La societa’ non e’ un qualche cosa di staccato da me. E percio’ come io, in
quanto individuo, ho il dovere di interiorizzarla e di rendermi conto delle
sue ragioni, ho anche il diritto di andare eventualmente oltre di essa. Non
quando io fossi ribelle, disordinato, ex lege, per natura; ma se seguo le
leggi che ritengo giuste, se attuo cio’ che e’ ordine, se continuamente
utilizzo l’esperienza tradizionale della societa’, posso bene, quando sia in
gioco un valore, quando nel resto della mia vita sia solito a stare in
guardia contro il gusto personale e l’originalita’ di proposito, innovare,
prendere un’iniziativa, dare un contributo, e in questo caso sentire,
vivere, e far vivere, che la vera societa’ e’ oltre quella dell’ordine
sociale, della difesa dei diritti, del mantenimento dei pubblici servizi; ma
e’ oltre, nel regno degli spiriti, cioe’ dei soggetti, cioe’ dell’amore da
instaurare subito a costo di sacrifici. Accanto ad una societa’ che usa la
guerra come via alla pace, la violenza come via all’amore, la dittatura come
via alla liberta’, la religione mi porta ad anticipare di colpo il fine nel
mezzo; e ad attuare comunque, qui e subito, pace, amore, liberta’. La
religione e’ impazienza dell’attendere il fine; e oggi che l’universo, il
tempo, lo spazio, non sono sentiti in dualismo stabile con l’infinito e
l’eterno, porremo noi questo dualismo nella societa’ tra il mezzo e il fine?
Il limite del realismo
Se si ostenta la natura umana nel suo fondo utilitario e violento, nelle sue
forze brute, che vanno continuamente represse e indirizzate, ma che sono
insopprimibili, la persuasione della nonviolenza non nega senz’altro questo,
non chiude gli occhi come lo struzzo per non vedere il nemico; e riconosce
che la situazione e’ drammatica, quasi sempre drammatica, e ne accetta le
conseguenze. Pero’ porta con se’ una fede, che ha tanta conferma nella
attuale concezione della realta’ fisica; la fede che tutto cio’ che e’ un
dato non e’ un continuum senza interruzione, ma e’ come a respiri con
intervalli, nei quali e’ possibile inserire altro. Con quale certezza
possiamo noi dire che quella cosa e’ sempre cosi? Questa sospensione della
continuita’ si puo’ applicare alla politica, per cui viene a risultare
insufficiente e quasi ingenuo, quel certo realismo di tipo machiavellico che
non tiene conto degli intervalli in cui e’ possibile far agire forze d’altra
provenienza: quel realismo e’ una specie di imitazione della natura in
ritardo. E cosi’ per quella natura che e’ la psiche, alla quale si vorrebbe
applicare solidita’ e costanza invece di un ritmo di respiri e di tentativi
con intervalli e possibilita’ di inserzione di temi e forze e prospettive
diverse. La nonviolenza e’ fede in questa possibilita’ di intromissione
miracolosa e rinnovatrice, per lo meno a suggerire e far rivivere una certa
realta’ diversa.
Accettiamo che la civilta’ culmini nel culto attivo dei valori, e che le
forme della civilta’ siano insufficienti quando sono principalmente
amministrative, giuridiche, diffonditrici piu’ che produttrici di valori. Ma
se la nonviolenza e’ nella sua radice, nella sua intenzione, nella zolla che
la sostiene, un valore, ha ben il diritto di chiedere che la civilta’
attuale si allarghi a comprenderlo. Quando si segue un valore si scopre
sempre qualche cosa, una realta’ anche maggiore della cercata, come Colombo
che ritrovo’ non le Indie, ma scopri’ un nuovo continente. Lo so, si puo’
perdere tutto; ma si puo’ approfondire la conferma che la vita da un punto
di vista religioso e’ eterna presenza aperta nel mondo, quanto piu’ vivendo
dall’intimo i valori e la loro pace, tanto piu’ incontrando asprezze, disagi
nelle cose e nel corpo, colpi simili alla morte. Non per pochi aspetti la
civilta’ attuale sembra perdere il senso della distinzione tra il valore,
che e’ fine, e il resto, che e’ mezzo; e conquista e difende quelli che
sarebbero semplici mezzi come se essi fossero valori. Si mette, certe volte,
tutto nella conquista e nella difesa, e si tratta anche di cose fatue; tanto
piu’ e’ importante stabilire una prospettiva, e mostrare che si e’ capaci,
per un valore, di perdere tutto il resto.
Mostrare, ho detto intendendo: non soltanto agli altri, ma a se stessi,
perche’ anzitutto la nonviolenza ha un carattere di edificazione interiore.
Cio’ non e’ contro il principio dell’estensione della razionalita’. Si puo’
e si deve accettare che la razionalita’ nell’uomo e nella societa’ si
estenda sempre, e che l’uomo si faccia sempre piu’ autonomo, e la societa’
sempre piu’ democratica. Ma ad un tratto potrebbe avvenire, e avviene, che
si sospende la razionalita’ e la democrazia con un atto di violenza. Il
metodo religioso, invece, contrappone l’atto e l’esempio di nonviolenza,
aggiunto ad arricchire la razionalita’ e la democrazia. Rendiamo la societa’
sempre piu’ democratica promovendo la razionalita’, l’autogoverno, lo
scambio razionale, il controllo e lo sviluppo etico, civile, economico di
tutti; e in questa societa’ aggiungiamo persone o gruppi che costituiscano
centri religiosi.
Tutti quelli che hanno parlato di nonviolenza nella esperienza
etico-religiosa di millenni hanno sentito piu’ o meno consapevolmente che la
vita offre difficolta’ e fatiche, che ogni giorno ha la sua pena, e che se
ci si vive dentro semplicemente lottando, ma divisi l’uno dall’altro, non
basta; che se invece si attua anche una intima e superiore unita’, di
apertura sincera, di aiuto incondizionato, di sostituzione, tra noi, del
bene al posto del male, allora la realta’ della lotta con le asprezze puo’
essere sostenuta, integrata, superata. E alle reazioni moderne alla
nonviolenza, reazioni, per esempio, del Marx e del Sorel in nome dello
sviluppo sociale, noi diciamo: ebbene, permetteteci di vedere questo flusso
storico da un intimo, di aggiungere questa presenza.
(Da Il problema religioso attuale, 1948)
* * *
Carattere della nonviolenza
Della nonviolenza si puo’ dare una definizione molto semplice: essa e’ la
scelta di un modo di pensare e di agire che non sia oppressione o
distruzione di qualsiasi essere vivente, e particolarmente di esseri umani.
Perche’ questa scelta? Per amore: ecco, vediamo subito che si tratta di una
cosa positiva, appassionata. Ma e’ l’amore che non si ferma a due, tre
esseri, dieci, mille (i propri genitori, i figli, il cane di casa, i
concittadini, ecc.); e’ amore aperto, cioe’ pronto ad amare altri e nuovi
esseri, o ad amare meglio e piu’ profondamente gli esseri gia’ conosciuti. E
qui si capisce uno dei caratteri essenziali della nonviolenza bene intesa:
essa non e’ mai perfetta e non finisce mai, appunto perche’ e’ una cosa
dell’anima; e’ un valore, e’ come la musica, la poesia, e si puo’ sempre
fare nuova musica, nuova poesia; e la vecchia musica, la vecchia poesia,
possono essere vissute piu’ profondamente.
Il paragone con la musica ci fa comprendere anche un’altra cosa: come
nessuno puo’ desiderare di ascoltare e comporre la "musica ", tutta la
Musica; ma desidera ascoltare e comporre "delle musiche particolari e
concrete"; cosi nessuno abbraccia l’astratta "Nonviolenza", ma compie atti
particolari di nonviolenza, in situazioni concrete. La nonviolenza e’,
dunque, dire un tu ad un essere concreto e individuato; e’ avere
interessamento, attenzione, rispetto, affetto per lui; e’ avere gioia che
esso esista, che sia nato, e se non fosse nato, noi gli daremmo la nascita:
assumiamo su di noi l’atto del suo trovarsi nel mondo, siamo come madri.
Nell’agire secondo la nonviolenza ha grande rilievo non uccidere, non dare
la morte. Si potrebbe obbiettare: quella persona morra’ ugualmente, prima o
poi. Rispondiamo che anzitutto c’e’ una grande differenza; e noi stiamo
parlando con serieta’, per cui l’atto nostro ha il suo valore non nel fatto,
ma nel proposito. E’ ben diverso che io uccida mia madre e che essa muoia
assistita amorevolmente da me. Sono non solo due modi di vivere diversi, ma
due mondi. Inoltre: chi ci dice che la morte sia un fatto costante,
ineliminabile? Abbiamo tentato di non dare la morte ne’ col pensiero ne’ con
l’atto, per vedere se la realta’ ci seguisse? Che ragione abbiamo noi di
rimproverare la realta’ che da’ dolore e morte, se diamo dolore e morte?
Sicche’ chi non da’ la morte, produce due cose: in se’, tanto e’
l’appassionamento all’esistenza delle persone, il senso della loro presenza
anche se muoiono; e nella realta’ introduce un’iniziativa che la puo’
trasformare.
Proprio l’amore per le persone, fino al rispetto della loro esistenza e fin
sull’orlo della morte, prende su di se’ la presenza di quelle persone,
quando e’ amore non per uno, due, dieci, ma aperto a tutti. Il nostro agire
innocente sente che quelle persone, se muoiono, restano unite all’intima
presenza; mentre l’omicida, soltanto se si pente amorevolmente, ritrova in
se’ la presenza della persona uccisa; altrimenti sente il vuoto intorno a
se’.
Con la nonviolenza, dunque, s’impara concretamente che i modi di
manifestarsi attuali della realta’ (tra cui la separazione, il dolore, la
morte) non sono permanenti, ma possono trasformarsi in meglio; e’ una prova
che vale la pena di tentare, e percio’ la nonviolenza e’ appello al mondo
per una grande mobilitazione dell’unita’ amore, con la fede nella
trasformazione della realta’ stessa.
E’ percio’ un errore credere che la nonviolenza si collochi nel mondo
lasciandolo com’e’; piu’ si pensa alla nonviolenza e si cerca di attuarla,
piu’ si vede che essa ha un dinamismo tale che non puo’ accettare il mondo
com’e’, ma essa porta tutto verso una trasformazione: l’umanita’, la
societa’, la realta’. Come strumento di conservazione del mondo, la
nonviolenza e’ discutibile; come strumento di trasformazione in meglio, essa
ha un valore inesauribile, appunto perche’ non fa modificazioni e
spostamenti in superficie, ma va nel profondo, al punto centrale.
E un altro e simile errore e’ credere che la nonviolenza sia contro le
violenze attuali, ma accetti quelle passate, dell’umanita’, della societa’,
della realta’. Se fosse cosi’ la nonviolenza sarebbe conservatrice e
accetterebbe il fatto compiuto, le prepotenze avvenute, le oppressioni, le
monarchie, gli sfruttamenti. La vera nonviolenza non accetta nemmeno le
violenze passate, e percio’ non approva l’umanita’, la societa’, la realta’,
come sono ora. Non accetta la realta’ dove il pesce grande mangia il pesce
piccolo; e percio’ cerca di stabilire unita’ amore anche verso gli animali,
appunto per iniziare il bene; non accetta che i viventi prendano il posto
dei morti, e percio’ tende a soccorrere i deboli, gli stroncati; non accetta
il potere e la ricchezza privata, e percio’ tende a costituire forme di
federalismo nonviolento dal basso e forme di aiuto e reciprocita’ sociale e
fruizione comune di beni sempre piu’ larghe. Essa ha come guida instancabile
la presenza di tutti, e il principio che ogni singolo essere e’
insostituibile.
Percio’ essa tende a ridurre ed eliminare gli schemi generici e impersonali.
Noi viviamo troppo di questi schemi, e molte volte non ci curiamo d’altro;
ma non esistono gli schemi (gli amici, i nemici, i malati, gl’italiani, i
religiosi, gli autisti, ecc.); esistono i singoli individui, e la vita
fondamentale e’ quella che li considera nella loro singolarita’
insostituibile. Noi usiamo lo schema, per esempio se cerchiamo un autista, e
poi un altro autista, un librario ecc. Ma il progresso e’ proprio nel
ridurre questo uso di schemi. La guerra invece e’ il mostro piu’ immane di
questo uso di schemi, che divora le singole individualita’: non ci sono che
i nostri e i nemici; e’ percio’ sommamente diseducatrice.
Ci avviciniamo cosi ad alcuni punti problematici della nonviolenza. Che cosa
succede nella societa’ cosi’ com’e’ ora costituita? La risposta deve
richiamare a quello che gia’ si e’ detto: la nonviolenza non puo’ mettersi
nel mondo com’e’, e lasciarlo tale e quale; la nonviolenza e’ lotta (contro
se stessi, le proprie tendenze. i propri sogni di quiete), e’ dramma
tormentoso, e’ spinta a scegliere cio’ a cui uno tiene di piu’, a fare una
prospettiva; e se uno continua a vedere la vita come la vedono tutti, trova
assurda la nonviolenza; poi vengono le disgrazie e la morte, e uno non ci
capisce nulla. Invece la nonviolenza fa una prospettiva che da’ una
preparazione religiosa per tutte le disgrazie e la morte: l’unita’ amore con
le persone, come singole e come eternamente presenti, l’unita’ amore che si
perde di sentirla se noi compiamo atti di violenza e di distruzione delle
persone. Tenuto fermo questo senso di eterno, esso si allarga a comprendere
tutto cio’ che di bello, di buono viene creato, ed uno si sente in un mondo
piu’ vero di quello apparente nel tempo e transeunte. Ora, in una societa’
se io sto inerte, sono colpevole. Ma se io, pur essendo per la nonviolenza,
sono attivissimo, e con quella scelta e quella fede la vivo e la concreto e
la diffondo con il mio costume, sono a posto verso la societa’. Nella quale
percio’ saranno due gruppi di persone: quelle che useranno eventualmente la
violenza, e quelle che non la useranno, ma esplicheranno una intensa
attivita’.
Ci siamo cosi preparati per affrontare una delle obbiezioni piu’ insistenti;
se usiamo la nonviolenza, trionfano i cattivi. Rispondiamo che, anzitutto,
l’uso della violenza non ci da’ sufficiente garanzia che trionfino i buoni,
perche’ l’uso della violenza con efficacia richiede che si facciano tanti
compromessi e tanti addestramenti che si perde una parte di quella bonta’,
di quella elevatezza; e questo si vede dopo le guerre, quando c’e’ un
diffuso trionfo di violenti, e ci vuole l’azione di nuclei puri per cercare
di guarire (ecco la fortuna di idee religiose in ogni dopoguerra). Ora, gli
uomini non hanno bisogno soltanto di ordine nella societa’, ma che ci siano
vette alte e pure. Se per tener testa ai cattivi, bisogna prendere tanti dei
loro modi, all’ultimo e’ realmente la cattiveria che vince. La cosa e’ piu’
evidente se i cattivi posseggono armi potentissime, e noi per avere armi
piu’ potenti ancora, mettiamo tutta la nostra forza: alla fine scompare la
differenza tra noi e loro, e c’e’ bisogno che sorga una differenza netta tra
chi usa le armi potenti, e chi usa altri modi, con fede che essi trasformano
il mondo.
Gia’ queste poche considerazioni mostrano quali modi spirituali piu’ ricchi
scaturiscono dalla nonviolenza. E anche in questo essa ha un grande ufficio
nel mondo d’oggi, nel quale sembra che tutto si risolva nell’organizzazione
sociale. C’e’ il pericolo di restringere l’orizzonte dello spirito.
L’organizzazione sociale non e’ che un aspetto, e se noi piegassimo tutto ad
essa, perderemmo cose anche piu’ importanti. E’ certo che Gesu’ Cristo
porto’ scompiglio, divisioni, altri modi nell’organizzazione sociale; eppure
siamo convinti che egli era ben degno di nascere. Forse col Settecento si e’
accentuata questa tendenza politico-sociologica; ma non bisogna dimenticare
che la civilta’ vuol dire essenzialmente non ripetizione, ma creazione. Per
di piu’ lo sviluppo tecnico ha portato il beneficio di tali comodi e
servizi, che uno si e’ affezionato troppo ad essi; e allora la civilta’
perde in serieta’ confrontata con civilta’ passate, che saranno state devote
a miti, ma erano piu’ evolute. Bisogna quindi tornare ad una gerarchla o
prospettiva di valori; e allora si vedra’ che i valori che si difendono o
acquistano con la violenza sono inferiori a quelli che si difendono o
acquistano con l’attivita’ nonviolenta.
Insieme con questa prospettiva, che si diffondera’ a poco a poco negli
uomini, specialmente se dovranno subire una nuova guerra, c’e’ un fatto che
appare nuovo. Fino ad ora chi ha attuato la nonviolenza in una parte, per
esempio in India, non si e’ sentito perfettamente unito a chi ha usato la
nonviolenza in un’altra parte, perche’ uno diceva di farlo per una ragione,
uno per un’altra; e ci rientravano miti, dogmi diversi. Oggi c’e’
un’unificazione e noi lavoriamo per questo. E l’unificazione delle ragioni
della nonviolenza porta, tra l’altro, che consideriamo violenza e
nonviolenza non come un fatto privato e personale, ma internazionale. E
percio’ puntiamo prima di tutto sul fatto guerra, ci opponiamo alla violenza
internazionale.
Una volta c’e’ stato un pacifismo molto blando, tanto e’ vero che davanti
alla prima guerra mondiale e alla seconda vacillo’. Esso credeva di arrivare
alla pace molto facilmente attraverso la cultura, la scienza, l’interesse al
benessere, il cosmopolitismo delle classi dirigenti. Si e’ visto poi che non
bastavano, e si capisce perche’. Non era stato affrontato il lato religioso
del rifiuto della violenza, che cioe’ la violenza si rifiuta in nome
dell’amore (e non dello star bene), di una realta’ liberata dagli attuali
limiti (e non della continuazione di una realta’ insufficiente), e con una
disposizione al sacrificio, ad essere come il seme del Vangelo che muore per
far sorgere la nuova pianta. Il vecchio pacifismo era ottimista e di corta
vista, il nuovo e’ drammatico e di fede nella liberazione
dell’uomo-societa’-realta’ dagli attuali limiti.
Percio’ anche a proposito dell’attuale mondialismo la nonviolenza da’
un’ottima guida. Non si oppone, sia perche’ c’e’ tanta gente che in quella
forma esprime per ora quello che vuole la nonviolenza, sia perche’ c’e’
sempre qualche cosa di educativo in questo dirsi "cittadini del mondo",
tanto piu’ in presenza a tanti persistenti nazionalismi, e alquanto torbidi:
una prima purificazione puo’ esser quella di dire, "conveniamo insieme tutti
nel mondo", vediamo di intenderci, ascoltiamo e parliamo. La’ dove la
nonviolenza interviene e’ nei primato da dare; il mondialismo dice: facciamo
un’assemblea mondiale e un governo, e un codice, e una polizia mondiale; la
nonviolenza dice: persuadiamoci dell’interna ragione dell’unita’ umana
attraverso l’impegno nonviolento, poi vedremo le forme sociali che ne
conseguono. Il mondialismo sembra piu’ concreto, ma corre il rischio di
mantenere la violenza e di appoggiarsi a un impero vincente, e tutto resta
quasi come prima; diminuira’ qualche guerra, perche’ il diritto di farla
rimane al centro dell’impero, ma e’ grave l’inconveniente che se questo
governo mondiale fa ingiustizie, non c’e’ scampo (mentre ora, almeno, si
puo’ mutare Stato). Il mondialismo sembra troppo facile accettarlo (e questa
facilita’ dovrebbe rendere attenti). La nonviolenza pone impegni precisi,
chiede fede; e’ difficile, ma va in profondo, si occupa della radice: ha
fiducia di trarre da se’ e dalla trasformazione che porta nuovi modi anche
sociali, diversi dai vecchi del codice, dello Stato, della polizia, della
distruzione repressiva.
La nonviolenza, per quello che vede finora, considera ogni rapporto non in
senso di autorita’, potere, repressione, ma in senso federativo,
orizzontale, aperto. Per questo nella societa’ circostante porta un modo
diverso che agisce sia direttamente per le persone che coltivano in se’
questo senso orizzontale, fraterno (e che ne sono trasformate), sia
indirettamente per le persone che ricevono questo nuovo agire nonviolento,
purche’ costante e convinto. Bisogna tener presente questa trasformazione
dell’uomo, e allora se si dice che la nonviolenza tende ad un "federalismo
nonviolento dal basso", si capisce che non si tratta di un federalismo in
cui ognuno resta tale e quale, ma di un federalismo nel quale opera un
elemento dinamico, che e’ la nonviolenza intesa in quel senso aperto.
Da quello che si e’ detto risulta chiaramente che la nonviolenza tende anche
a trasformare le strutture delle comunita’, e stabilire rapporti diversi da
quelli repressivi. Tuttavia si puo’ osservare che l’azione dell’organo di
"polizia" in una comunita’ e’ lontana da quegli eccessi di distruzione e di
eccitazione psichica e di impersonalita’ che ci sono per gli eserciti e le
guerre: quell’azione e’ circoscritta, diretta specificamente contro chi
porta violenza e con lo scopo piu’ di distogliere dalla tentazione che
altro. Naturalmente il nonviolento tende ad altro, e a smobilitare polizie e
prigioni, ed ha fiducia che questo sia possibile, perche’ crede alla
superabilita’ del male e alla attuabilita’ di migliori rapporti umani; e per
intanto compie un’opera instancabile perche’ la repressione sia umana, non
torturatrice, educatrice, non vendicatrice, ma cooperante al bene anche del
criminale stesso. Ma si rende anche conto che quello della polizia e della
coercizione giudiziaria e’ l’ultimo strumento a cui una comunita’ rinuncia,
e solo quando ci sia un ampio sviluppo di modi nonviolenti di convivenza. Il
nonviolento si dedica a questo, specialmente con l’apertura verso il
probabile violento, rimovendo le cause, rafforzando l’unita’ sociale gia’
nell’intimo.
(Da La nonviolenza, oggi, 1962)
* * *
La nonviolenza nei casi personali
Nei rapporti personali (che e’ il campo dei "casi" e delle critiche nelle
discussioni sulla nonviolenza) la persuasione della nonviolenza si manifesta
come tendenza generale, come una direttiva che va applicata pazientemente, e
con la buona volonta’ di cercare di evitare l’uso della violenza, e con la
lealta’ di correggersi se si devia, e di affrontare il dolore conseguente.
Chi si mette su questa linea puo’ errare mille volte, ma fa uno sforzo, apre
una via, incide nella realta’ abituale e fuga l’inerzia: non merita il
rimprovero di chi sta inerte a non tentare nulla. Si’, e’ vero, e’ difficile
essere nonviolenti integralmente: e’ piu’ facile rifiutarsi agli eserciti e
alle guerre; ma nell’ambito personale e immediato e’ piu’ difficile
purificare dalla violenza i nostri atti, e ci possiamo trovare in situazioni
nelle quali spingiamo la difesa fino alla violenza. L’importante e’ non
stancarsi di tendere ad attuarla, vivendola nelle sue profonde ragioni; che
cosa fa il musicista, se non tendere a realizzare musica meglio che puo’?
eppure puo’ riuscirgli anche musica non sempre di valore, pura, alta.
Se uno mi assale per colpirmi, che cosa debbo fare? E’ chiaro che dal punto
di vista della nonviolenza io debbo evitare di colpirlo, e tanto piu’ se il
mio colpo sarebbe per lui la morte. Se sono capace di tenerlo nella
incapacita’ di colpirmi, cerchero’: lo faro’ con il dolore di esser tirato
ad un contrasto con una persona ma posso tentare di farlo, e sappiamo che
sono costruibili arnesi con i quali si puo’ senza uccidere e senza ferire,
impedire ad uno di colpire. E’ probabile anche che io possa fare dei
tentativi di parlare e di distogliere l’avversario. Certo e’ che, nel punto
estremo, nel quale o muore lui o muoio io, la nonviolenza mi dice quale e’
la scelta da fare. E tuttavia le circostanze, le ragioni, significano molto
se io decidessi diversamente; e con molto dolore dopo, per la tristezza del
caso.
Cosi e’ nelle altre ipotesi tormentose. Per esempio: se uno volesse uccidere
un bambino? E’ molto probabile che vi siano mezzi per immobilizzare chi vuoi
compiere quell’atto, e che sia alquanto raro il caso che egli lo possa
compiere senza che lo si cerchi di tener fermo e disarmato. In ogni modo,
nel caso estremo, si puo’ arrischiare anche la propria vita davanti a quella
del bambino. Sara’ stimabile chi, in omaggio alla nonviolenza e per tutto
cio’ che essa significa e produce, non compie la violenza di uccidere
l’aggressore. Sara’ stimabile anche chi compia questa violenza, con il puro
scopo di difesa del bambino. Sarebbe un’impostazione errata del problema
dire che non c’e’ che un modo d’agire; e ogni altro e’ delittuoso e
traditore. L’atto vale per tutta la sua sostanza, e la sostanza della
nonviolenza e’ rispettabile tanto quanto quella della difesa, purche’ siano
entrambe serie e profonde. Del resto, non e’ detto che tutte le volte che si
opera con violenza si riesca ad impedire il misfatto; mentre se ci si desse
a diffondere un’educazione alla nonviolenza si agirebbe anche sul sorgere di
atti di violenza dove che siano, perche’ nell’intimo siamo tutti un’unita’.
Del resto, la nonviolenza oggi si presenta con un accento straordinario.
Appunto perche’ la violenza, in atto o potenziale, e’ salita a un culmine
straordinario, la nonviolenza interviene per coordinare i tentativi di
decongestione, e la cosa vale bene il sacrificio di qualcuno di noi se sara’
offeso ed egli non reagira’ con la violenza. Non che il sacrificio di noi,
di altri o di cose, sia cercato di proposito; ma il fatto e’ che si sta non
salvando la bianchezza delle proprie mani, ma intervenendo perche’
l’umanita’-societa’-realta’ prendano un nuovo corso, si trasformino. E la
trasformazione essenziale, da cui mille altre, e’ quella di aprirsi ai
singoli esseri, elevandoli coralmente, infinitamente, eternamente, ai valori
puri. Il non usare violenza verso singole persone e’, insieme, simbolo e
realta’: volere che i singoli siano presenti e partecipi in eterno; iniziare
la realizzazione paradisiaca in terra, che richiede (naturalmente)
iniziativa e sacrificio. Quest’aria eccezionale di ora religiosa, di fine di
una realta’ e di inizio di una realta’ migliore, questa luce festiva tocca i
sacrifici che la nonviolenza richiede.
Viene talvolta obbiettato che e’ bene arrestare il violento con altrettanta
violenza, proprio per il suo bene, per amore di lui, perche’ conosca cio’
che e’ giusto, e trovi, fuori di se’, un aiuto di forza per costringere la
propria bestialita’ e cattiveria. Rispondiamo che se fosse sempre cosi,
sarebbe realmente gia’ miglior cosa della violenza che trascura la
situazione della persona che la riceve. Tuttavia e’ da notare che
l’efficacia di un tal metodo per migliorare gli altri e’ ben discutibile, e
nella realta’ il violento si vede vinto da una violenza maggiore, e non
impara a trasferirsi su un altro piano. Anzi vede che non c’e’ che il piano
della forza, e che vince chi ne ha di piu’. E’ molto male che agli uomini
non si porga l’esempio, l’ipotesi, l’insegnamento di tutto un altro modo di
comportarsi. E fanno male i sacerdoti ad abdicare, quando abdicano, su
questo punto. Inoltre chi usa questa "violenza pedagogico-giuridica", si
cristallizza in essa: i romani la usarono, risparmiando i sottomessi e
debellando i superbi; ma solo il cristianesimo porto’ liberta’ e autentica
cittadinanza mondiale, e al posto dell’intenzione pedagogico-giuridica, mise
la costruttiva e reale apertura dell’anima. In quel modo, opponendo violenza
al violento, si ottiene, se mai, un risultato nel momento; mentre opponendo
la nonviolenza e i suoi modi si otterra’ un risultato piu’ lontano, ma
veramente di qualita’ migliore.
Non si puo’ sperare che poco dalla persuasione! viene obbiettato.
Ammettiamolo, ma rispondendo: che se non si tenta, non si puo’ dire, e
bisogna dunque tentare con cuore intrepido; e poi, il valore della
nonviolenza non sta nel persuadere subito di colpo: essa afferma se stessa e
stabilisce unita’ amore, apre una migiore realta’; questo atto viene deposto
nell’unita’ che lega tutti gli esseri; prima o poi dara’ il suo effetto,
anzi esso ha cominciato gia’ a darlo se c’e’ stato chi ha iniziato.
Ma voi persuaderete i buoni, i gia’ persuasi; mentre i cattivi non vi
daranno ascolto; ci vien detto. Noi non crediamo, invece, che le persone
siano divisibili in due gruppi netti, ma se, col parlare di nonviolenza, si
riuscisse a ritagliare un gruppo di persuasi, meglio cosi, che non, tacendo
sulla nonviolenza, avere tutte persone violente. E poi: tante volte si parla
di cattivi, e dei peggiori, che si volgono energicamente al bene; ed e’ vero
che spesso i fortemente buoni sono dei mancati briganti: che vuol dir
questo? che non dobbiamo guardare a nature fisse, precostituite,
predeterminate; ma piuttosto a impulsi, esempi, forze spirituali pure che
entrano nel campo della vita delle persone; ed e’ qui che la nonviolenza
puo’ fare piu’ che puo’.
(Da La nonviolenza, oggi, 1962)
* * *
Ragioni della nonviolenza
1. La nonviolenza prende in considerazione il nostro rapporto con gli altri
esseri viventi, con la fiducia di renderlo sempre piu’ reciprocamente
amichevole, comprensivo, soccorrente, lieto, malgrado le difficolta’ che gli
altri stessi possono metterci. Questa fiducia non cessa di colpo al confine
degli esseri umani e spera anche per gli esseri viventi non umani; ma si
rende conto che la storia con la sua spinta vitale ha separato da noi finora
questi esseri (animali e piante) in forme di piu’ difficile educazione,
trasformazione, liberazione.
2. La nonviolenza e’ aperta all’esistenza, alla liberta’, allo sviluppo di
ogni essere. Quando nel Settecento sono stati banditi i principi di
liberta’, eguaglianza, fratellanza, non e’ stato fatto tutto. La liberta’
era piu’ la liberta’ propria come diritto che la liberta’ degli altri come
dovere; l’eguaglianza era un bel principio, ma si fermava a meta’ perche’
restavano i miseri e gli sfruttati; la fratellanza era piu’ quella generica
con i lontani che quella difficile, nonviolenta e perdonante verso i vicini.
3. La bellezza della nonviolenza e’ che essa preferisce non di distruggere
gli avversari, ma di lottare con loro in modo nobile e dignitoso, con il
metodo nonviolento, che fa bene, prima o poi, a chi lo applica e a chi lo
riceve. In fondo e’ piu’ coraggioso volere vivi e ragionanti gli avversar!,
che farli a pezzi.
4. Ma sarebbe errore credere che la nonviolenza consista nel non far nulla,
nell’incassare i colpi, le cattiverie e le stupidaggini degli altri. La
nonviolenza e’ sveglia e attiva, e protesta apertamente, anzi cerca i modi
non solo per convincere gli autori delle ingiustizie, ma per informare
l’opinione pubblica, di cui ha la massima considerazione: la nonviolenza per
nessuna ragione crede che si possa sospendere la liberta’ e la possibilita’
abbondante di informazione e di critica per tutti, fino all’ultimo essere
umano. Anche qui la nonviolenza attua al massimo un principio del
Settecento, che la borghesia ha poi alterato a proprio vantaggio: la
formazione libera dell’opinione pubblica, comprendente tutti.
5. La nonviolenza puo’ rinnovare veramente la vita interna di un paese,
perche’ nell’insieme di un’opinione pubblica, tutta sveglia e
obbiettivamente informata, porta eventuali piani di non collaborazione e
perfino, in casi estremi, di disobbedienza civile, che servono a bloccare
iniziative autoritarie dall’alto. In Italia un popolo privo di esatta
informazione e critica responsabilita’ fu portato ad uccidere e a morire, e
poi al popolo privo del metodo di opposizione nonviolenta fu imposta una
dittatura. L’uso del metodo nonviolento avrebbe salvato e trasformato
l’Europa, a cominciare dall’Italia e dalla Germania.
6. Trasformare la situazione interna dei paesi vuoi dire anche avere un
continuo promovimento di campagne giuste e rinnovatrici, in cose piccole e
in cose grandi, e senza portare il terrorismo della guerra civile nelle
strade e nelle case. E’ un metodo nuovo, il tenere attiva una societa’ con
il metodo nonviolento, controllando e smascherando, protestando e agitando,
sacrificandosi e cosi educando i giovanissimi a cercare coraggiosamente di
migliorare le societa’ dal di dentro. Anche qui la nonviolenza salva i
giovani, occupandoli bene (rivoluzione permanente).
7. La nonviolenza e’ strettamente congiunta col punto a cui e’ giunta la
guerra, con la sua attrezzatura tecnica e le armi nucleari. L’esasperazione
della ferocia e della vastita’ distruttiva della guerra, specialmente dopo
Hiroshima, ha posto il problema di arrivare a un altro modo di condurre le
lotte e la stessa difesa. Come ci si difende alle frontiere da missili che
varcano i continenti e in pochi minuti distruggono citta’, specialmente le
industrie, i civili? Si puo’ arrischiare una tale strage e un tale
avvelenamento dell’educazione delle generazioni? Dietro e dopo le soluzioni
provvisorie dell’equilibrio del terrore, mentre e’ enorme nel mondo la
fabbricazione di armi di tutte le specie e la loro distribuzione anche ai
popoli sottosviluppati, la nonviolenza prepara la svolta storica del
possesso in tutto il mondo di un metodo di lotta che esclude la distruzione
dei nemici, attraverso la non collaborazione con il male, la solidarieta’
aperta dei giusti. Questo metodo non ha bisogno di armi e percio’ di
appoggiarsi ad una nazione con industrie capaci di darle, come sono
costretti a fare i guerriglieri violenti, che usano anche i vecchi modi del
terrorismo tra gli avversari e della tortura dei prigionieri.
8. Il metodo nonviolento esige prima di tutto qualita’ di coraggio, tenacia,
sacrificio, e di non perdere mai l’amore; poi esige un addestramento fisico
e psicologico, ma possibile anche per persone di forze modeste. Un metodo in
cui un cieco puo’ essere piu’ utile di un gigante. Cosi il metodo
nonviolento si rivela come la possibilita’ di partecipazione attiva,
appassionata ed eroica, di persone che non hanno altro che il loro animo e
le loro giuste esigenze: la nonviolenza le valorizza, illumina, e rende
presenti anche moltitudini di donne, di giovinetti, folle del Terzo Mondo,
che entrano nel meglio della civilta’, che e’ l’apertura amorevole alla
liberazione di tutti. E allora perche’ essere cosi’ esclusivi (razzisti)
verso altre genti? Oramai non e’ meglio insegnare, si’, l’affetto per la
terra dove si nasce, ma anche tener pronte strutture e mezzi per accogliere
fraternamente altri, se si presenta questo fatto? La nonviolenza e’ un’altra
atmosfera per tutte le cose e un’altra attenzione per le persone, e per cio’
che possono diventare.
9. Davanti a questa svolta storica in anni e decenni, il prevalere di gruppi
violenti per un certo periodo rimane un episodio. L’unica forza che scava
loro il terreno e’ la nonviolenza, ma ci puo’ volere pazienza, tempo,
costanza. E’ vero che un atto di violenza puo’ fronteggiare un altro atto di
violenza, ma poi? Nel quadro generale e’ meglio attuare un altro metodo. Si
possono conservare ancora forze coercitive per piccoli fatti, di ordine
quotidiano, ma nel piu’ e nell’insieme e’ il metodo del rapporto nonviolento
che va risolto e articolato sempre piu’. In esso, nel fatto che esso e’
amorevolezza, approfondimento dell’unita’, festa della vicinanza, inizio di
una storia nuova con nuovi modi di realizzarsi, sta il compenso per i
sacrifici della lotta nonviolenta e per il ritardo delle vittorie.
10. La nonviolenza e’ la porta da aprire per non sentirsi soli. La
nonviolenza cerca sempre di essere con gli altri. E questo e’ molto
importante oggi, perche’ sta dilagando il bisogno di una democrazia diretta,
dal basso, con il controllo di tutti su tutto. Contro i poteri imperiali dei
capi degli eserciti e delle industrie che li servono (private o statali), la
democrazia diretta costituira’ i suoi strumenti con la continua guida della
nonviolenza, per smontare la varia violenza dei potenti (violenza
burocratica, giudiziaria, nella scuola, nel lavoro, negli enti di
assistenza, nella stampa e nella radio), non con assalti sanguinari che non
trasformerebbero, ma con la preparazione al controllo serio e aperto.
11. Dire nonviolenza e’ come dire apertura in tutti i campi, occuparsi degli
esseri viventi in modo concreto e aiutarli (che e’ anche un modo per avere
forza in se stessi); tenersi pronti per sostenere cause giuste e meritare il
nome di essere perfettamente leale; riconoscere che negli errori degli altri
c’e’ sempre una qualche responsabilita’ e possibilita’ attiva per noi;
perdonare facilmente al passato nella serieta’ di impegni migliori per il
futuro; invidiare Dio che puo’ conoscere piu’ da vicino tutti gli esseri e
aiutarli infinitamente; tendere a costituire comunita’ di vita con piu’
persone e famiglie in modo che ci sia uno scambio piu’ attivo e
un’educazione comune dei piccoli; essere piu’ sensibili ad ogni altro valore
pratico e contemplativo (l’onesta’, l’umilta’, la musica, ecc.); essere piu’
fermi nella serieta’ e severita’ quando occorra (per esempio contro le
ingiuste e molli raccomandazioni); cercare di estendere il rispetto della
vita quando e’ possibile (per esempio col vegetarianesimo, ma facendolo bene
perche’ non sia dannoso) e assecondare dalla fanciullezza la zoofilia;
utilizzare l’appassionamento universale per la massima valorizzazione degli
esseri per arricchire l’attenzione nel tu rivolto a un singolo essere,
perche’ non sia isolato e stagnante; attuare quotidianamente la gentilezza
costante, senza ipocrisia e con franchezza; portare in ogni situazione
un’aggiunta di ragionevolezza umana e di comprensione reciproca; garantire
una riserva di serenita’ per il fatto che la nonviolenza e’ qualche cosa di
piu’ rispetto alla semplice amministrazione della vita.
12. La nonviolenza non sta in un individuo astratto, ma e’ da individui a
individui in situazioni, strutture, grandi problematiche e urgenti
realizzazioni. Un modo in cui si fa presente e’, come abbiamo visto, quello
del pacifismo integrale. Il che vuol dire non solo il rifiuto di collaborare
alla guerra e guerriglia, e a cio’ che inevitabilmente le accompagna, il
terrorismo contro i civili e la tortura sui prigionieri; ma anche la scelta
del disarmo unilaterale, unito all’addestramento all’azione del metodo
nonviolento. Percio’ la nonviolenza indica il pericolo dell’equilibrio del
terrore, durante il quale eserciti e industria alimentano di armi tutto il
mondo, da cui conflitti grandi e piccoli; indica gli spegnimenti della
democrazia che vengono fatti per allinearsi in grandi blocchi
politico-militari; mostra l’immenso consumo di denari nelle spese militari
invece che nello sviluppo civile. Le Nazioni Unite, come insieme di sforzi
per dominare razionalmente le situazioni difficili e per provocare
continuamente la cooperazione, sono sostenibili, anche perche’ tutte le
trasformazioni rivoluzionarie che la nonviolenza porta, sono sempre il
fondamento e l’integrazione di quelle decisioni razionali e giuridiche che
gli uomini prendono, quando esse sono un bene per tutti. Certo, il
nonviolento non si scalda per il governo mondiale, che potrebbe diventare
arbitrario e oppressivo, ma per il suscitamento di consapevoli e bene
orientate moltitudini nonviolente dal basso.
13. La nonviolenza vuole la liberazione di tutti, e non cessa mai di portare
l’eguaglianza a tutti i livelli. Ora un problema molto importante e’ che
l’uomo non subisca la violenza mediante il lavoro. Il lavoro e’ uno dei modi
che l’uomo ha (non il solo) per esprimere la sua personalita’, ed e’ percio’
positivo, un diritto-dovere, una partecipazione alla comunita’. Ma va sempre
piu’ realizzato il fatto che ogni lavoro e’ verso tutti, e in certo senso
pubblico, non privato e sottoposto a condizioni di servitu’ e di
sfruttamento. Difendere e sviluppare la posizione di tutti i lavoratori vuol
dire renderli sempre piu’ capaci di eguaglianza di fruizione della vita
comune, nei beni materiali e nei beni culturali, mediante la formazione
nell’adolescenza e mediante il tempo libero, e capaci di partecipazione
attiva, civica, critica, costruttiva. Percio’ i provvedimenti per cui la
proprieta’ viene resa pubblica e controllata, cioe’ aperta e non chiusa
(socialismo) snidano la violenza sostanziale di chi si vale della proprieta’
per alienare gli uomini staccandoli dal loro pieno sviluppo nonviolento e
creativo sul piano orizzontale di tutti.
14. Il grande fatto della meta’ di questo secolo e’ il discorso sul potere.
La nonviolenza, meglio di ogni altro atteggiamento, puo’ indicare quanta
violenza si annidi nel vecchio potere. Si e’ constatato che la
statalizzazione della proprieta’ non toglie la durezza del potere. Non basta
far cadere le posizioni della proprieta’ privata perche "il potere operaio"
abbia il diritto di tutto costruire. Il problema non e’ che nuova gente
arrivi, in un modo o in un altro, al potere; ma che il potere sia esercitato
in modo nuovo; altrimenti e’ meglio continuare a lottare e formare un
terreno piu’ favorevole per arrivare ad un "potere nuovo", magari
cominciando da forme di potere locale, dove e’ meglio possibile attuare tipi
di "potere aperto", che conta sulla costante collaborazione degli altri e
possibilmente di tutti.
15. Che fa la nonviolenza davanti alla legge? La scruta per intenderla, per
integrarla con l’animo, per migliorarla, per ridurre la violenza. La legge,
come decisione razionale, che riguarda azioni da comandare o da impedire,
non puo’ essere respinta senz’altro per sostituirla con la naturale
istintivita’ individualistica umana. La legge e’ una conquista della
ragione, e spesso merita di essere aiutata. Ma il nonviolento l’aiuta a modo
suo. L’accetta quando e’ molto buona. Consiglia di sostituire
progressivamente alla esclusiva fiducia nei mezzi coercitivi, lo sviluppo di
mezzi educativi e di controllo cooperante di tutti. Fa campagne per
sostituire leggi migliori, quando le attuali sono insoddisfacenti e
sbagliate. Errato e’ insegnare a ubbidire sempre alle leggi e a non volerle
riformare, come se non esistesse la coscienza e la ragione. La nonviolenza
aiuta a capire che non basta dire: "Noi siamo autonomi e ci diamo percio’ le
nostre leggi". Bisogna aggiungere: "E le nostre leggi hanno l’orientamento
di realizzare la nonviolenza come apertura all’esistenza, alla liberta’,
allo sviluppo di tutti".
16. In questo tempo in cui la nonviolenza allarga e approfondisce le sue
responsabilita’, essa si trova davanti il potere delle autorita’ religiose,
e l’urto e’ inevitabile. Tali autorita’ pretendono di decidere su violenza e
nonviolenza. La nonviolenza porta una sua prospettiva, di un sacro aperto e
non chiuso, del valore di raggiungere l’orizzonte di tutti come superiore al
cerchio dei credenti. Il credente nonviolento finisce col trovarsi piu’
volentieri a fianco del nonviolento di un’altra fede che con l’"autorita’"
della propria fede. Lo spirito di autoritarismo che pervade tutto il corpo
ecclesiastico cerca di scacciare proprio quello spirito della nonviolenza
aperto all’interesse per ogni singolo nel suo contributo e nel suo sviluppo,
e impone una assenza di violenza che e’ passiva obbedienza. Ben altro e’ la
nonviolenza aperta, che non ha paura di nessuna autorita’, ed e’ sicura di
farsi valere prima o poi.
17. La nonviolenza non e’ soltanto una cosa della vita e nella vita. Nel suo
sforzo continuo di migliorare il rapporto tra gli esseri, e di congiungere
piu’ saldamente la vita del singolo con la vita di tutti, avviene
effettivamente un’influenza sulla cosi’ detta "natura", che e’ la vitalita’,
la volonta’ di forza, di vita come vita, come piacere, come guadagno e
profitto, come potenza, come riposo utile, come schiacciante energia dal
seno stesso della realta’ fisica. Il Vesuvio sterminatore osservato dal
Leopardi e che uccise tanta gente; l’acqua di un’inondazione, che copre
indifferente un sasso e il volto di un bambino, sono aspetti della natura.
Ma natura e’ anche la vitalita’ che spinge il bambino a nascere e a
crescere; la forza che ci affluisce ogni giorno mediante il cibo, il riposo,
l’aria. Non si puo’ tagliare da noi tutta la natura; ma si puo’ scegliere: o
svilupparci come bruta natura, o svilupparci come crescente nonviolenza
verso gli esseri, rimediando la crudelta’ della natura e proseguendola nel
buono, nel vivo, trasformandola progressivamente. Perche’ al limite estremo
c’e’ la sua trasformazione e il suo portarsi al servizio di tutti gli esseri
affratellati. Un atto di nonviolenza e’ percio’ anche un atto di speranza in
questa trasformazione della cruda forza della natura.
18. Ma la nonviolenza non soltanto progredisce come rapporto. Essa qualche
volta ha a che fare direttamente con la morte: e’ rifiuto di dare quella
morte determinata, e’ constatazione dell’impotenza davanti ad una morte, e’
l’improvviso trovarsi a dire un tu ad un essere che ci sembra non lo riceva
piu’ perche’ e’ morto. Il nonviolento, che fonda molto della sua decisione
sul rispetto della vita, puo’ anche semplicemente confermare, davanti alla
morte, il proposito di non darla, e accomunare i morti in una cara memoria
dei singoli e in una generale pieta’. Ma puo’ anche considerare ogni morte
come una crocifissione che la natura fa di ogni essere, come l’impero di
Roma la faceva per i ribelli; e se ogni morte e’ una crocifissione, il morto
non e’ spento ma risorge nella compresenza di tutti. Cosi la nonviolenza
puo’ condurre a vivere questo grande mistero della compresenza di tutti,
viventi e morti.
19. Vista ora nell’insieme di queste possibili attuazioni e prese di
influenza e di azione su una realta’ che oggi parrebbe cosi’ contraria ad
essere penetrata dalla nonviolenza, essa mostra il suo posto, l’aggiunta che
fa al mondo presente. E’ facile la profezia che ancora gli imperi
militari-industriali del mondo concentreranno forze immani. Ma la
nonviolenza ha cominciato ad aprire in ogni paese un conto, in cui ognuno
puo’ depositare via via impegni e iniziative. Se si pensa alla creativita’
teorica e pratica di pochi decenni, si sente la crescita potenziale di una
Internazionale della nonviolenza. Bisogna riconoscere che, indipendentemente
dalle altre sue teorie, Gandhi, con la formazione del metodo di azione
nonviolenta, ha dato il piu’ grande contributo all’era della nonviolenza; e
cosi ogni altro grande attuatore del metodo nonviolento, e suo testimone, ci
e’ fratello e padre. Nessuna paura e nessuna fretta, nessuna gelosia e
nessuna presunzione, per l’organizzazione: possono sorgere innumerevoli
centri per l’addestramento alle tecniche del metodo nonviolento.
20. E se da questo largo quadro torniamo al semplice e singolo individuo che
prende interesse per la nonviolenza, che prova a sceglierla, che vede di
poter resistere al pensiero della violenza come soluzione, che non
s’impiglia nella casistica dello schiaffo e del non schiaffo, del bambino
ucciso e non ucciso, perche’ non tutto sta li’, e bisogna rifarsi al quadro
generale, vediamo che Io stesso processo di sviluppo c’e’ in grande come
c’e’ in piccolo, nel mondo e nel singolo individuo. Noi abbiamo ancora molta
violenza addosso, come ce l’ha il mondo. Se uno per togliersela si isolasse
da eremita, sbaglierebbe, perche’ si priverebbe di tutte le occasioni per
far progredire in se’ e nel mondo la nonviolenza, che e’ amore concreto, e
per riprenderla, se l’avesse trascurata.
(Dalla rivista "Azione nonviolenta", agosto-settembre 1968)
* * *
Tanto dilagheranno violenza e materialismo che ne verra’ stanchezza e
disgusto; e dalle gocce di sangue che colano dai ceppi della decapitazione
salira’ l’ansia appassionata di sottrarre l’anima ad ogni collaborazione con
quell’errore, e di instaurare subito, a cominciare dal proprio animo (che e’
il primo progresso), un nuovo modo di sentire la vita: il sentimento che il
mondo ci e’ estraneo se ci si deve stare senza amore, senza una apertura
infinita dell’uno verso l’altro, senza una unione di sopra a tante
differenze e tanto soffrire. Questo e’ il varco attuale della storia.
(Da Elementi di un’esperienza religiosa, 1936)
* * *