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Q-Live8

Se si è tornati a Wembley venti anni dopo per dire e sperare nelle stesse cose, forse è il caso di pensare che, o nel 1985 non si parlò chiaro o come dice un vecchio proverbio: chi di speranza vive...

di Piero Buscemi - mercoledì 6 luglio 2005 - 4021 letture

Accaldati come allora. Sotto il getto degli idranti. Sulle spalle le morbide anatomie di ragazze conosciute sul momento. Urla che ti entrano nell’anima strappata all’illusione. E voglia di cantare per sentirsi diversi. O solo più sensibili. Inventando le parole che abbiamo dimenticato negli anni. Riguardando quella sagoma nera sullo sfondo.

Quella sagoma di Africa che “qualcuno” dice “dimenticata”. Quell’Africa che “nessuno” ha mai dimenticato nella lista degli acquirenti del mercato bellico. Quell’Africa che non è diversa da quell’Afghanistan che abbiamo invaso perché le donne non hanno hai tolto il burqa, nemmeno dopo l’arrivo del nostro contingente di “pace”.

Quell’Africa sporcata sulla bocca di Blair, che ha abbracciato Bob Geldof davanti alle telecamere della BBC, ma non ci ancora spiegato come si raccolgono fondi per la fame nel mondo e si finanziano guerre sante in Iraq, con la stessa enfasi.

Ma noi eravamo lì, a calpestare impunemente il prato immacolato di Hyde Park. Come venti anni prima. Aspettando una pioggia purificatrice che forse, non arriverà mai. Eravamo lì ad applaudire i miliardi di Bill Gates che lo hanno fatto tornare a casa, convinto di aver nettato la coscienza, tra una “finestra” che nessuno ha veramente voglia di aprire del tutto.

O forse, con il culo incollato sulla finta pelle del nostro divano. Il freddo vetro di una birra tra le mani e note stonate da interpretare. Il sonno che intorpidisce l’attenzione e i discorsi dei big che parlavano di debiti da annullare e di una Storia dove dovremmo entrare tutti. Ma dalla porta giusta, questa volta.

Le corde delle chitarre distorte a tagliare connotati dei potenti sullo schermo. Ma poi, perché l’Italia è nel G8, se a Bruxelles continuano a bastonarci con i loro giudizi da Terzo Mondo? Ma tutto è proponibile, se il futuro della fame nel mondo è anche nelle mani di quel signore con gli occhi a mandorla, che ha negato un giorno al ricordo di Tienhamen. Tutto è giustificabile se Mr. Bush e Mr. Putin continuano a giocare a Risiko nei paesi trans-sahariani. Tutto è plausibile se Berlusconi continua a prorogare la data del ritiro del contingente italiano dall’Iraq ed intanto qualche soldato volontario fa la parte dell’eroe per 5.000 dollari al mese. Tutto è credibile se Chirac si allontana dal conflitto in Medio Oriente per dimenticare gli esperimenti atomici di Mururoha.

Tutto. Nelle mani di pochi. In un mondo dove “tutto” non è più il contrario di niente, ma si confonde nella contraddizione di un bianco che si mescola al nero. Il risultato è un grigio come la strada dove adagiare i morti dell’ipocrisia.

Si, noi eravamo lì a battere le mani. A farci trasportare dagli accordi che avevamo dimenticato e quelli che pensavamo di non conoscere. Nel mezzo, miliardi di occhi neri mangiati dalle mosche e l’emozione cancellata da una fottuta realtà.

E ci siamo ricordati di quel lontano 13 luglio 1985. I personaggi erano diversi: i Dire Straits cantarono con Sting, Bob Dylan ci graffiò le orecchie con i suoi sogni “blowind in the wind” e le porte del paradiso restarono chiuse con dietro una coda di disperati, stanchi di continuare a bussare. E anche i potenti erano diversi. Solo nei nomi. Le idee, impregnate di egoismo, hanno lasciato la bava per le generazioni dei dignitari del futuro. Noi abbiamo liberato la vecchia maglia del LiveAid dalla naftalina. Un po’ ingrassati e un po’ rassegnati. Ci siamo uniti ai ventenni di oggi, dai loro strani gusti musicali e abbiamo aspettato che un a solo di chitarra potesse fermarci il tempo, almeno per una notte rubata alla nostalgia.

Poi, sul palco sono saliti i Pink Floyd con un nuovo “diamante pazzo” da far brillare. E abbiamo rivisto Roger con la voce scavata dagli anni ed una rabbia pronta a riesplodere. Una rabbia da placare le guerre che “nessuno” ha voglia veramente di spegnere. E lui ha guardato David Gilmour facendogli un segno con la testa. E la chitarra di David ha parlato per lui. Ha detto che loro erano sotto le luci dei riflettori, dopo più di venti anni a suonare vecchie canzoni, integrate nel tempo che passa e a sostenere con la musica, ideali che disturbano “tregue” economiche adagiate sugli indifesi.

Forse, saremmo dovuti andare ad occupare Gleneagles con le nostre bandiere africane, irachene, afgane, indiane. Unite nel solo stendardo ammissibile di un Mondo Unico. E di tutti. Forse, tra venti anni ci ritroveremo a masticare l’erba amara di un nuovo Wembley assordati da altri 10.000 watts sputati all’indifferenza.

Nell’attesa, migliaia di telecamere sono puntate sulla Scozia. Proviamo a spogliare quegli otto uomini dall’arroganza. Proviamo a smascherarli dal loro cerone di contraddizione. Proviamo a togliergli la sedia da sotto il loro ozio culturale.

E se gli “aborti” intellettuali, che usciranno dalle loro bocche, diventassero troppo nauseabondi, prendiamo alla lettera un consiglio del “vecchio saggio”: schiacciamo il pulsante OFF del nostro telecomando e spegniamo i riflettori su questo schifo di spettacolo!


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> Q-Live8
11 luglio 2005, di : antonella

Giusto, ma se la speranza e una musica divina hanno smosso tante coscienze, è già un bel risultato. Il mondo è forte, ce la farà.