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Punti critici per una nuova forza politica: contro lo sviluppo - Marino Badiale, Massimo Bontempelli –

Una nuova forza politica che voglia combattere contro la decadenza del nostro paese deve mettere in questione i dogmi che sono alla base del pensiero e dell’azione delle forze politiche attualmente esistenti. Il primo è la nozione di sviluppo intesa come crescita del PIL. Il secondo è la coppia destra/sinistra, rispetto alla quale discuteremo qui la nozione di “sinistra”.

di Redazione - mercoledì 16 maggio 2012 - 2388 letture

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Contro lo sviluppo.

Lo sviluppo dell’economia è considerato una necessità inderogabile del paese da tutte le forze politiche rappresentate in parlamento, siano esse di destra, di centro o di sinistra, di maggioranza o di opposizione. Ogni schieramento politico dichiara di voler rimettere in moto lo sviluppo, e rimprovera allo schieramento che gli si contrappone nella competizione per il potere di non essere capace di farlo.

Ma cosa si intende per sviluppo nel senso economico contemporaneo? Lo si capisce bene dall’elemento con cui lo si misura, che è il Prodotto Interno Lordo, in sigla PIL. Come si calcola il PIL? Si sommano, in ogni attività economica, i valori monetari di tutti i beni e servizi che essa ha venduto nel corso di un anno. Dai risultati ottenuti si sottraggono i costi monetari sostenuti nello stesso anno da ogni attività economica per l’acquisto dei beni e servizi cosiddetti intermedi, che sono cioè serviti alla produzione dei suoi beni e dei suoi servizi. Si ottiene così il valore aggiunto lordo di ogni attività economica. La somma di tutti i valori aggiunti lordi prodotti da un paese è il suo PIL.

Lo sviluppo, nel senso economico contemporaneo del termine, è la crescita del PIL. Il tasso di sviluppo è il tasso annuo di crescita del PIL. Quando perciò si dice che quest’anno l’economia italiana si svilupperà probabilmente del 2%, e forse anche più, invece che dell’1% inizialmente previsto, si intende che il PIL del paese crescerà appunto del 2%. Che cosa è allora lo sviluppo, nel senso economico contemporaneo del termine? Poiché coincide con la crescita del PIL, poiché il PIL è misurato dai valori monetari dei beni e dei servizi venduti e comprati, e poiché beni e servizi scambiati secondo i loro prezzi sono merci, lo sviluppo nel senso economico contemporaneo del termine altro non è che l’incremento della produzione di merci.

Questo è lo sviluppo. L’ideologia dello sviluppo è la convinzione che la diffusione del benessere economico e il progresso delle conoscenze dipendano dallo sviluppo, e che quindi un’eventuale decrescita comporterebbe necessariamente una regressione sociale e storica. Anche quando non viene espressa nelle forme più sciocche e superficiali tipiche di certi discorsi del senso comune (del tipo: la decrescita ci farebbe tornare al tempo delle candele e delle carrozze, la decrescita ci ricondurrebbe ad antiche miserie e privazioni, è roba per monaci medioevali, nasce dalla nostalgia romantica per una natura incontaminata che non è mai esistita, e banalità simili), una tale convinzione si riferisce non alla realtà, ma ad una rappresentazione ideologica di essa.

Stiamo alla realtà. Non c’è alcun rapporto necessario tra aumento quantitativo dei beni economici, diffusione del benessere e progresso delle conoscenze. Per un lungo periodo storico, fino a tutti gli anni Sessanta del secolo scorso, l’allargamento della scala di produzione, pur con tanti risvolti negativi, è stato effettivamente associato, in un quadro storico complessivo, alla diffusione del benessere economico, all’ampliamento della libertà individuale, all’avanzamento dei costumi e delle conoscenze. A partire dagli anni Settanta del secolo scorso, però, l’ulteriore aumento quantitativo dei beni prodotti è stato sempre più correlato, non accidentalmente (come mostra una vasta letteratura economica e sociologica), alla crescita delle diseguaglianze sociali, alla riduzione delle risorse destinate alla protezione sociale, a minori diritti del lavoro dipendente, alla diminuzione del tempo libero dal lavoro, allo sviluppo di processi di de-emancipazione e di marginalizzazione, cioè a indicatori precisi di un diminuito benessere della maggioranza della popolazione e di una minore libertà individuale.

Diversi sono, nel nostro tempo, i casi in cui una vita migliore e più libera è correlata ad una minore quantità di beni economici. Nei paesi più sviluppati una dieta più sana presuppone il consumo di una minore quantità dei tanti prodotti altamente sofisticati e calorici dell’industria alimentare. Nelle città degli Stati Uniti una minore esposizione ai rischi presuppone una diminuzione delle armi da fuoco vendute e comprate. Una più libera fruizione delle nostre spiagge e delle nostre scogliere presuppone una minore quantità di colate di cemento sulle nostre coste. E via dicendo.

In diversi altri casi, invece, la libertà individuale e la creatività mentale richiedono che la disponibilità di beni e servizi non diminuisca, oppure che addirittura aumenti. Ma attenzione: beni e servizi nella nostra società vengono offerti quasi soltanto nella forma di merci, e quasi sempre comportano un grande consumo di energia sia per la loro produzione che per la loro commercializzazione. Ma non è necessario, se non nella nostra forma sociale, che beni e servizi appaiono nella forma di merci, e siano fonti di dissipazione di energia. Una disponibilità accresciuta di beni e servizi può essere realizzata anche in un contesto non di sviluppo, ma di decrescita. Cerchiamo di capirci con qualche esempio. Immaginiamo che le grandi aziende agro esportatrici operanti nei paesi africani siano espropriate, e le loro terre affidate a contadini indigeni che le usino producendo direttamente per il loro consumo, con coltivazioni di sussistenza. I prodotti di tali coltivazioni aumenterebbero la disponibilità di beni alimentari da parte delle popolazioni africane, riportandole indietro ad un’epoca in cui non c’era l’attuale strage da denutrizione. Si faccia bene attenzione: in una tale situazione, purtroppo immaginaria, le popolazioni africane mangerebbero più di ora, per effetto non di uno sviluppo, ma di una decrescita. I maggiori beni alimentari disponibili, infatti, non arrivando al consumo attraverso lo scambio monetario e il mercato, non avrebbero la forma di merci, e non aggiungerebbero quindi alcun valore al Prodotto Interno Lordo, a cui verrebbero invece sottratti i valori delle merci non più esportate (cacao, caffè, arachidi ecc.).

Inoltre la sostituzione di tali merci, consumatrici di molta energia (attraverso i fertilizzanti, l’irrigazione, il trasporto fino a lontani consumatori), con beni di sussistenza, consumatori di poca energia, farebbe anche in questo modo diminuire il PIL. D’altra parte, il venir meno delle importazioni, prima finanziate dai ricavi del capitalismo agro esportatore, sottrarrebbe beni soprattutto alle minoranze ricche, mentre aumenterebbe il tenore di vita della maggioranza della popolazione, che sostituirebbe con alimenti di propria produzione quelli, spesso inaccessibili per i loro prezzi, importati dai paesi sviluppati. Un altro esempio: immaginiamo che il nostro sistema sanitario cominci a svolgere una seria attività di prevenzione ecologica delle patologie mediche, e, con un’immaginazione ancor più sganciata dalla realtà attuale, che il nostro sistema politico e amministrativo produca e faccia rispettare leggi che riducano drasticamente i rischi di infortuni sul lavoro e di contatto nell’ambiente con sostanze patogene. In una tale situazione il cittadino fruirebbe di migliori servizi sanitari e potrebbe maggiormente disporre di quei beni preziosi che sono cure mediche attente alle persone e basate su buone informazioni ambientali, nel quadro non di uno sviluppo, ma di una decrescita dell’economia. Infatti il contributo del sistema sanitario al PIL, e quindi allo sviluppo, è dato dalla quantità di farmaci immessi sul mercato, di apparecchi diagnostici smerciati, di tempi di degenze ospedaliere, che evidentemente diminuirebbero nel caso di un’efficace prevenzione di diverse patologie e di una drastica diminuzione di malattie e infortuni sul lavoro. Il benessere collettivo è dunque perfettamente inscrivibile in una decrescita dell’economia, progettata con intelligenza, è ovvio, e non semplicemente derivata da un arresto dell’economia per crisi o guerre.

D’altra parte, lo sviluppo economico non può oggi che produrre danni sociali. E’ interessante notare come questa verità abbia finito per rendersi visibile anche all’interno di saperi accademici lontani da intenti di critica anticapitalistica. Nel 1996 Marc e Luise Miringoff, studiosi della Fordhan University, hanno costruito un grafico cartesiano in cui hanno rappresentato insieme le variazioni del Prodotto Interno Lordo degli Stati Uniti nell’ultimo mezzo secolo e quelle, relative allo stesso periodo, di un “indicatore di salute sociale” (ISH) di loro costruzione. Questo indicatore rappresenta la media ponderata di sedici indicatori di progresso sociale (fra gli altri: mortalità infantile, occupazione lavorativa e redditi da essa derivanti, copertura sociale dei rischi sanitari). L’effetto visivo del grafico ha un’evidenza addirittura spettacolare: le due linee, quella del PIL e quella dell’ISH, crescono insieme fino al 1973, ma a partire dal 1974 la prima continua a salire e la seconda inizia scendere. A metà degli anni Novanta il valore dell’ISH è nettamente più basso di quello della metà degli anni Settanta. Altri indici di benessere, introdotti da altri autori, hanno simile andamento. Si tratta dell’evidenza grafica di un dato storico, ricostruibile anche per altre vie, che riguarda non soltanto gli Stati Uniti, ma la maggior parte del mondo capitalistico: a partire dagli anni Settanta del secolo scorso, per lo più dalla metà degli anni Settanta, lo sviluppo dell’economia, fino ad allora associato al miglioramento del benessere sociale, si trova invece correlato ad un suo peggioramento.

Una politica di decrescita dell’economia è resa necessaria, prima di tutto e per una ragione più forte di tutte le altre, dal semplice fatto che ormai la continuazione dello sviluppo sovraccarica l’ambiente naturale, e quindi quello sociale, di elementi devastanti per la vita umana (depauperamento ed avvelenamento delle falde acquifere, pessima qualità dell’aria respirata, accumulo di rifiuti non smaltibili senza danni, nocività degli alimenti, dai pesci al mercurio alle carni agli ormoni e agli antibiotici ecc.ecc.). La crescente invivibilità dell’ambiente per effetto dello sviluppo è una tale evidenza, di cui ciascuna persona psichicamente sana ha percezione quotidiana, che per negarla bisogna essere o privilegiati che hanno ancora per lungo tempo i mezzi per sottrarsi a gran parte delle sue venefiche conseguenze, o sciocchi resi tali da una radicale atrofia dell’anima. Non stiamo però qui affrontando i problemi ecologici e ambientali indotti dallo sviluppo. Ne facciamo astrazione per meglio mostrare come, anche a prescindere da essi, e rimanendo esclusivamente sul terreno delle dinamiche sociali, la razionalità imponga una politica di decrescita dell’economia. Facciamo anche astrazione da un altro nesso, pure cruciale, quello tra sviluppo dell’economia e sviluppo delle guerre imperiali, perché non è evidente a prima vista, e richiederebbe un lungo ragionamento a parte. In questa sede vogliamo soltanto mostrare come lo sviluppo dell’economia non produca più nessun altro vantaggio che la crescita dei profitti capitalistici. Si è ormai rotto persino il nesso tra sviluppo dell’economia, da una parte, e aumento delle occupazioni lavorative e destinazione di qualche briciola dei profitti alla crescita dei salari, dall’altra, come mostra un economista legato al potere, ma serio, come Paul Krugman. Se la dannosità sociale dello sviluppo è sotto gli occhi di tutti, perché è così forte la resistenza a rendersene consapevoli? Perché l’ideologia dello sviluppo è, contro ogni evidenza dei fatti, così cogente che non c’è forza politica, dall’estrema destra all’estrema sinistra, da Rauti a Ferrando, che la metta in questione? Si sbaglierebbe a pensare che ciò sia l’effetto dell’eredità culturale del “progressismo” dei secoli scorsi. Per capirlo occorre servirci degli strumenti interpretativi dell’”Ideologia tedesca” di Marx. L’ideologia dello sviluppo non è che l’ombra mentale del processo autoreferenziale di riproduzione allargata del plusvalore, e, poiché tale processo è ormai penetrato in tutti gli aspetti e in tutti i dettagli della vita sociale, sussumendo a sé persino le strutture della personalità individuale, tale ombra ideologica avvolge ormai quasi tutte le menti, proprio quando non ha più alcuna relazione reale con lo stato delle cose, se non quella di esserne indotta, e quando non è più, come era un tempo, una forma di pensiero, ma piuttosto un non-pensiero, o, per usare la terminologia di Todd, un pensiero-zero.

Si pensi al carattere antropologicamente devastante della pubblicità, che non sta tanto nella diffusione di false informazioni sulle merci (che c’erano ben prima dell’odierno capitalismo assoluto), come se si potesse separare una buona pubblicità da una cattiva pubblicità, quanto piuttosto nella sua funzione di plasmare l’individuo come consumatore, cioè come soggetto non più libero, ma passivo terminale del processo di realizzazione del plusvalore, quindi come mezzo della sua riproduzione allargata, ossia dello sviluppo. Si pensi quanto l’odierna comunicazione mediatica allontani l’individuo, costituito come spettatore, dalla realtà e dalla verità delle cose. Quello della comunicazione mediatica è uno dei problemi cruciali del nostro tempo, che nasce dalla commercializzazione della comunicazione di massa, cioè dal suo essere diventata una forma di pubblicità, su cui si innestano facilmente gli interessi politici a cancellare i fatti. La chiusura completa e l’autoreferenzialità del mondo politico istituzionale sono, d’altra parte, funzionali ai comandi dell’economia, dunque allo sviluppo. Leopold Kohr ha elaborato la legge secondo cui nell’universo sociale, ma anche in quello fisico, gli organismi cominciano a disgregarsi quando in loro qualche elemento ha avuto uno sviluppo quantitativo oltre una certa misura. La sua elaborazione è sempre interessante e sotto molti aspetti persuasiva. Si tratta, del resto, di una riproposizione dell’antica sapienza greca sulla dismisura come causa di degradazione. Ma il processo di riproduzione allargata del plusvalore genera un’ideologia nel cui ambito “più” e “meglio” diventano sinonimi. Eppure questa identificazione è contraddetta in tutta evidenza dalla realtà attuale, nella quale in tantissimi casi il “meglio” sta nel “meno”. Meno automobili che intasino e ammorbino le strade, meno cibo carneo e ipercalorico nell’alimentazione dei paesi sviluppati, meno consumo di alcool e tabacco, meno tempo speso nel lavoro o davanti al monitor, meno consumo di energia, rappresenterebbero con tutta evidenza un miglioramento rispetto ad oggi.

Vediamo allora che una prospettiva di superamento degli aspetti più negativi della contemporaneità deve necessariamente inserirsi in una critica, teorica e pratica, della nozione di sviluppo. Occorre però rendersi conto che la prospettiva della decrescita non rappresenta nell’immediato la base di un possibile programma di governo. Si tratta infatti, nonostante la moderazione verbale di molti suoi sostenitori, di una prospettiva di estrema radicalità. Poiché lo sviluppo è il cardine del sistema socioeconomico che domina il mondo, la decrescita implica né più né meno che lo scardinamento dei fondamenti di tale sistema. Nella situazione attuale, nella quale coloro che sono disposti a inserirsi in questa prospettiva sono pochi e disuniti, non c’è nessuna possibilità concreta di pensare a un governo dell’Italia che vada nella direzione della decrescita. Ma se la decrescita non è nell’immediato un programma di governo, può certamente essere un programma di lotta. Anzi: la decrescita è l’unica prospettiva che dia un senso unitario ai movimenti di opposizione che sono spontaneamente sorti in questi anni in Italia. Ci riferiamo ai quei movimenti (NO TAV, NO ponte sullo stretto, NO rigassificatori ecc.) che nascono come difesa di un territorio da progetti economici invasivi e devastanti per gli equilibri del territorio stesso. Questa invasività e queste devastazioni sono inevitabili, all’interno del meccanismo dello sviluppo. Infatti, lo sviluppo non può fare a meno dell’accumulazione di realtà fisiche sul territorio (strutture produttive, infrastrutture edilizie come autostrade e aeroporti, strutture commerciali, mezzi di trasporto, rifiuti che occorre smaltire in qualche modo). Ma il territorio italiano è saturo (altrove la situazione può essere diversa): l’Italia è un paese piccolo e sovrappopolato, il cui territorio è stato da tempo invaso dalle realtà fisiche legate allo sviluppo. Non essendoci più spazio libero, le nuove strutture fisiche necessarie per lo sviluppo possono inserirsi solo in una realtà fisica e sociale già organizzata, mettendone in crisi gli equilibri. In parole povere, le nuove strutture devono invadere la vita quotidiana degli abitanti del territorio, sconvolgendola. L’opposizione da parte degli abitanti del territorio attaccato è dunque naturale e istintiva, non necessariamente derivante da opzioni politiche e ideologiche generali, ma, questo è il punto cruciale, essa va nella direzione della critica dello sviluppo, anche se i suoi attori possono non averne coscienza. Con questo intendiamo dire che la prospettiva della critica dello sviluppo è l’unica che renda coerenti queste lotte, dando ad esse un valore e una prospettiva generali. Al di fuori di questa prospettiva, queste lotte possono essere facilmente criticate e isolate indicandole come espressione di egoismi locali che devono cedere il passo all’interesse generale. La risposta a questa critica sta appunto nell’indicare il rifiuto dello sviluppo, cioè la decrescita, come interesse generale del paese.La prospettiva politica attorno alla quale radunare le scarse forze di opposizione oggi disponibili è dunque quella dell’unificazione delle lotte in difesa del territorio. Una nuova forza politica di opposizione dovrebbe dare una dimensione politica nazionale a tali lotte, inquadrandole nell’obiettivo di un ritorno al rispetto della Costituzione repubblicana e coordinandole col rifiuto intransigente della partecipazione italiana alle guerre imperiali.


Contro la sinistra.

La questione da discutere è allora se una tale nuova forza politica possa ancora definirsi di sinistra. La nostra risposta a tale questione è un deciso NO. Ci sono ragioni teoriche e ragioni pratiche, per questa nostra risposta (che sono ovviamente intrecciate fra loro).Per quanto riguarda il piano teorico, occorre naturalmente capirsi su cosa si intenda per sinistra. Chi difende la prospettiva di ricostruire una sinistra “vera” e “giusta”, diversa da quella che la realtà ci offre, in genere identifica la nozione di sinistra con l’adesione ad alcuni ideali (giustizia, eguaglianza, solidarietà), che in quanto tali possono sempre rappresentare una fonte di ispirazione, e non possono essere smentiti dai fatti. Di fronte allo spettacolo miserevole delle attuali sinistre, la reazione di una persona di questo tipo sarà che “quelli là” non sono più la vera sinistra, e che la vera sinistra deve essere ricostruita e rilanciata. Questa posizione ha una sua coerenza, ma trascura un fatto: una entità storica, che ha concretamente inciso sulla realtà mondiale per circa due secoli, non può essere identificata con alcuni “ideali” o alcuni principi ispiratori. Nel giudizio sulla natura profonda della sinistra, la sua concreta realtà storica non può essere trascurata. Se ne teniamo conto, vediamo che la sinistra realmente esistita non si caratterizza unicamente per gli ideali emancipatori sopra ricordati, ma per il fatto decisivo che quegli ideali sono pensati come realizzabili concretamente solo attraverso lo sviluppo economico. La sinistra è stata cioè, negli ultimi due secoli, la forza politica e intellettuale che ha cercato di fondere sviluppo ed emancipazione, che ha cercato di realizzare alcuni ideali emancipatori sfruttando la dinamica storica indotta dallo sviluppo economico. Come abbiamo ricordato sopra, questo è stato possibile fino agli anni Sessanta del Novecento. Per due secoli o poco meno, cioè, il progetto storico-politico della sinistra (emancipazione attraverso lo sviluppo) ha trovato nella concreta realtà storica una solida base. Ma questa base è stata disgregata dalla dinamica del capitalismo a partire dagli anni Settanta del Novecento. Da quel momento, emancipazione e sviluppo si separano e si contrappongono. Questo rappresenta la fine della sinistra. Se lottare per gli ideali emancipatori tradizionali della sinistra significa oggi lottare contro lo sviluppo, allora è la natura stessa della sinistra che diventa insostenibile, rendendo improponibile ogni suo riaggiornamento o riedizione. Queste argomentazioni teoriche sono ben confermate dai fatti. Sono in molti oggi a rendersi conto di come la sinistra tradizionale, in tutte le sue componenti (i “moderati” come i “radicali”, il ceto politico come il “popolo di sinistra”) abbia subito un’autentica mutazione genetica che la porta a sostenere politiche totalmente opposte ai suoi ideali storici, per esempio l’attacco ai diritti e ai redditi dei ceti subordinati, o le aggressioni imperialistiche al seguito degli USA. Questa mutazione genetica non è né un caso né un accidente misterioso, ma è una conseguenza dell’impossibilità, nella situazione attuale, di mantenere l’identità tradizionale della sinistra: nel momento in cui emancipazione e sviluppo si sono contrapposti, la maggioranza della sinistra ha scelto lo sviluppo contro l’emancipazione, e si comporta di conseguenza. Chi invece voglia difendere gli ideali emancipatori tradizionali della sinistra, deve naturalmente per prima cosa rompere con l’attuale sinistra di governo, che coerentemente persegue una politica di negazione di tali ideali, e con il popolo di sinistra che la sostiene. Ma non può illudersi in questo modo di star ricostruendo la vera sinistra: chi sceglie l’emancipazione contro lo sviluppo è al di fuori dell’identità tradizionale della sinistra, allo stesso modo di chi sceglie lo sviluppo contro l’emancipazione. La sinistra è morta e niente la può resuscitare.

Questo, per quanto riguarda le argomentazioni teoriche contro la prospettiva di ricostruire una forza di opposizione radicale che si definisca come sinistra. Quelle pratiche sono altrettanto stringenti. Infatti una forza politica di opposizione radicale inevitabilmente nascerà minoritaria. Sarà quindi molto più debole, all’inizio, rispetto all’attuale sinistra. Se tale forza politica commette l’errore di definirsi “sinistra”, la conseguenza è inevitabile: verrà riassorbita dalla “sinistra reale”. E’ assurdo che la navicella spaziale scelga di passare vicino a Giove sperando di deviarlo dalla sua orbita, perché è del tutto ovvio che accadrà il contrario: il campo gravitazionale di Giove catturerà la navicella costringendola a orbitare attorno a sé. Definirsi “sinistra” significa appunto scegliere di rimanere nel campo gravitazionale della “sinistra reale”, che è molto più grossa di noi. La più radicale delle contrapposizioni rispetto alla sinistra governativa, se viene fatta continuando a definirsi “sinistra”, avrà come unico effetto quello di creare un gruppo residuale, privo di ogni capacità di influenzaLa conseguenza sarà la sconfitta, lo scoraggiamento, la dispersione delle forze.Restare nell’orbita della sinistra non significa solo costringersi a oscillare fra integrazione e residualità. Significa anche rinunciare all’apporto di tante energie di diversa estrazione, di tante persone che, pur non avendo origini “di sinistra”, sentono ormai intollerabile l’attuale situazione. E’ facile capirlo. Abbiamo detto sopra che le lotte in difesa del territorio sono la base su cui costruire un’opposizione alle dinamiche mortifere dell’attuale capitalismo. Ma è immediato capire che tali lotte non hanno un carattere “di sinistra”. Riguardano un’intera popolazione, quindi sono per loro natura trasversali. Coinvolgono il leghista e il frequentatore di centri sociali, la casalinga moderata e l’intellettuale impegnato. Proprio in questa trasversalità sta la loro grande ricchezza. Ma è chiaro che questo impedisce di mettere sopra a queste lotte un’etichetta “di sinistra”. Una forza politica che voglia rappresentare un momento di unificazione nazionale di tali lotte, non potrà essere di sinistra.La stessa trasversalità la si può ritrovare su altre tematiche, dal rifiuto della guerre imperiali alla difesa dei beni comuni come l’acqua.

Concludiamo: la situazione del nostro paese presenta seri aspetti di decadenza civile. L’intero arco delle forze politiche rappresentato in parlamento è coinvolto in tale degrado. L’unica vera rottura, l’unica novità che può rompere gli schemi e attivare le energie antisistema, che ci sono, è l’opposizione al dogma dello sviluppo e alle connesse guerre imperiali, e il proclamarsi al di fuori di destra e sinistra e contro entrambe.

Fonte: http://www.movimentozero.org/index.php?option=com_content&task=view&id=363&Itemid=53


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Punti critici per una nuova forza politica: contro lo sviluppo - Marino Badiale, Massimo Bontempelli –
16 maggio 2012, di : Rossana Zerega

Elementare, Watson. Grazie per l’eusastiva analisi che fa soffrire ma scardina il pensiero ormai debole da tempo e propone un nuovo modo di appartenenza e partecipazione e si spera, di cambiamento graduale in una realtà che è sotto gli occhi di tutti.... Occorre "riempire di contenuti" le ultime righe dell’articolo.... l’analisi è altamente condivisibile... le risposte sono in un lungo ma realistico cammino di là da venire. Auguri quindi alla costruzione non violenta delle prerogative per un etica della politica, che ci ritrovi tutti ad inventare, a partire dai bisogni di equità sociale, di lavoro e di salute fisica e mentale nel rispetto del territorio che urla di dolore come le nostre vite, strattonate da qualcosa che è davvero mostruoso e inarrestabile. Un autarchia dei consumi? Un ritorno al localismo? Dal mondo dei Gas e della Strategia Rifiuti Zero verso il 2020 sto apprendendo molto, un modello di relazione delle economie in relazione alle nostre singole vite, nella re-visione dei consumi. Il territorio ci dice solo a respirarne la (residua ormai) qualità ciò che dobbiamo fare... prima che sia troppo tardi, visti gli ultimi rapporti del wwf con l’allarme di G. Bologna di questi giorni. Sento ora a Radio 24 che oggi i trasporti del ns paese sono veloci quanto quelli del 700... ingessati dallo sviluppo e nella crisi? L’Italia con la sua tradizione di inventiva, di artigianato, di picolissime imprese, di creatività e sopratutto di cultura avrebbe molto da dire al mondo...