Con l’avviso di pubblicazione del numero 5 della newsletter Prospettive, inizia la collaborazione fra il nostro Centro Studi e la Camera di Commercio italo-serba.
Le ragioni di questa collaborazione sono molteplici per via degli storici rapporti che sono intercorsi, da sempre, fra le due sponde del Mar Adriatico.
Tuttavia, credo che sia opportuno indicarne una ben precisa. Il fatto che l’area dell’ex Jugloslavia è un’area di particolare sensibilità geopolitica nello scacchiere europeo. Da questa constatazione discende l’obbligo di seguire "step by step" l’evoluzione della situazione. Evoluzione che ha e avrà un peso significativo non solo nell’area, ma a livello europeo.
In quest’ottica nasce tale collaborazione.
Il numero 5 della newsletter Prospettive edita dalla Camera di Commercio italo-serba contiene il seguente sommario:
a. Kosovo di Ennio Remondino
b. IL PUNTO: Roma e Belgrado
c. ALITALIA
d. NOTIZIE IN BREVE
Pubblichiamo qui di seguito l’editoriale a firma di Ennio Remondino, certamente uno dei più acuti conoscitori italiani di fatti balcanici.
Kosovo post indipendenza
Il Kosovo come le ciliegie: una indipendenza unilaterale tira l’altra. Più
acuto il detto contadino della preveggenza di tante cancellerie
occidentali. Lo avevano preavvertito in tanti e alcuni, Stati Uniti e
Unione Europea in testa, avevano giocato alle tre scimmiette che non
vedono, non sentono e non dicono cose sensate. “Caso unico e
irripetibile”, hanno sentenziato, senza averne l’autorità e la saggezza
antica sull’eccezione che alla fine fa la regola. Ora è Putin a dire
chiaramente al mondo di un “tentativo di creare un’organizzazione
sostitutiva dell’Onu”. Parla della Nato e stuzzica l’Unione europea. “E’
poco probabile che l’umanità sia d’accordo con una tale architettura
dei futuri rapporti internazionali. Io penso che il potenziale di conflitto
andrà soltanto aggravandosi”. Un bel pezzo d’umanità probabilmente
non è affatto d’accordo ad affidare il ruolo arbitro dell’Onu all’alleanza
militare della Nato, da cui l’Unione europea fotocopia la sua politica
estera.
Stiamo alle ciliegie: Abkhazia, Ossezia del Sud già hanno chiesto il
riconoscimento della loro indipendenza e poi, a seguire, pronti allo
scatto, il Nagorno Karabakh e il Transdniestr. E poi Adzharia e
Nakhishevan. Tutti ad agitarsi, tutti a chiedere la loro indipendenza, a
cominciare da pezzi decisivi dei Balcani. Prima o poi alcune di quelle
ciliegine le raccoglieremo anche in Europa. Da costringerci a buttare
via, ancora una volta, i nostri atlanti. Vuoi che sia colpa della politica
egemonista americana e della non politica di Bruxelles, vuoi
dell’intraprendenza della Russia di Putin, il dopo Kosovo albanese,
anche senza i fuochi d’artificio temuti all’inizio, sta diffondendosi nelle
relazioni internazionali come un’infezione inarrestabile. Virus senza
vaccino in vista e senza medici all’altezza, viene da aggiungere.
Il primo paese ad esserne contagiato è stato ovviamente la Serbia.
Crisi di governo aperta dal premier Vojslav Kostunica, dopo un’agonia
che si trascinava da mesi. Sulla questione Kosovo le posizioni politiche
di quello che fu il blocco democratico anti Milosevic sono inconciliabili
e rendono evidenti altre maggioranze di fatto. Giovedì 6 marzo il
parlamento impone al governo di vincolare ogni trattativa sul percorso
verso l’integrazione europea al riconoscimento formale dell’integrità
territoriale della Serbia. Più o meno come chiedere a Bruxelles di
rimangiarsi gli affrettati e parziali riconoscimenti del Kosovo albanese. I
conservatori di Kostunica votano assieme ai nazionalisti di Nikolic e a
quello che resta dei socialisti del fu Milosevic. Il partito filo europeista
del presidente Tadic finisce in minoranza. Nessun ribaltone comunque
a Belgrado ma l’11 maggio, nuova conta elettorale. Auditel sul
gradimento balcanico dello sceneggiato Europa.
In Kosovo intanto, lontano dai riflettori televisivi mondiali, inizia il
percorso della Indipendenza vigilata. All’andatura del gambero.
Ad andare più indietro che avanti, a scontrarsi, sorpresa, non tanto
serbi e albanesi sul fronte del fiume Ibar, a Mitrovica, quanto l’Onu e
l’Unione europea. Che poi vuol dire esattamente quanto affermava
prima Vladimir Putin. Alti funzionari del Palazzo di Vetro hanno
chiesto a Xavier Solana di non importunare più il Segretario generale
dell’Onu Ban Ki-Moon. La richiesta insistita, non evasa e non
accoglibile è la benedizione Onu alla missione europea in Kosovo.
“Eulex”, non soltanto nasce con un nome che suona male, ma rischia
di non nascere affatto. Non come l’avevano raccontata. Da New York
avvertono che il periodo di transizione di 120 giorni previsto per il
trasferimento dei poteri dalla missione Unmik alle autorità kosovare e
alla missione civile Eulex “dovrà essere esteso”. Nella sostanza l’Onu
dubita che Eulex possa assumere il controllo della parte a
maggioranza serba nel nord di Mitrovica e nelle enclavi dove la
stessa missione Onu non ha alcun mandato per far applicare il piano
Ahtisaari, sposato da Usa e Ue, ma sempre e soltanto una proposta
buona per la parte albanese e respinta da quella serba. Insomma, fa
dire Ban Ki-Moon a Solana e soci euroatlantici, non forzate troppo le
regole altrimenti la Russia si arrabbia. Come? “Mosca ha già fatto
sapere -ammoniscono dal Palazzo di Vetro- che durante la sua
presidenza del Consiglio di sicurezza inserirà all’ordine del giorno in
ogni occasione ritenuta appropriata la questione del Kosovo”.
Siamo alla prevedibile diarchia tra Nazioni unite e Europa unita, nel
dubbio su quale dei due farraginosi organismi sia meno unito
dell’altro. Assieme al più preoccupante quesito su quale “comando”
riconosca realmente il contingente militare Nato legalizzato in Kosovo
dall’Onu. Unmik si trova nella situazione paradossale di essere la
sola presenza internazionale accettata nella parte serba senza avere
strumenti per fare realmente da arbitro. Del resto, aggiungono gli
stessi funzionari da New York, “L’Onu non può costringere i giudici
serbo-kosovari a rientrare nei tribunali, come non può forzare i
poliziotti serbi nelle enclavi a rispettare l’autorità di Pristina”. L’ovvietà
sotto gli occhi di tutti colta a Bruxelles soltanto grazie al timbro UN.
Nelle intenzioni Statunitensi e dell’Ue, l’Unmik sarebbe dovuta uscire
di scena gradualmente lasciando Eulex e l’Ufficio civile internazionale
(Ico) a sorvegliare l’indipendenza del Kosovo, ma all’Onu c’è anche
la Russia che farà certamente pesare l’assenza di qualsiasi accordo
formale sullo smantellamento della missione decisa con la 1244.
Nazioni unite più che mai disunite rispetto ad un’Europa sparpagliata.
Per non parlare della questione soldi dell’Onu che, per promessa
americana e UE, dovevano passare alla gestione diretta delle
autorità kosovare. Su quale base legale? chiedono dal Palazzo di
Vetro. Un’improbabile nuova risoluzione del Consiglio di sicurezza
con l’avallo di Russia e Cina?
L’altro inciampo dell’Europa atlantica di Solana riguarda la questione
dei riconoscimenti internazionali del Kosovo. Almeno la metà di quelli
che hanno un seggio all’Onu, avevano promesso Stati Uniti e UE.
Citazione testuale di una recente agenzia di stampa che affronta la
questione: “All’Onu era stato fatto credere da Washington e Bruxelles
che sarebbero stati fatti sforzi enormi” prima dell’indipendenza di
Pristina “per assicurare che questo avvenisse, ma non è successo”.
Molte capitali dell’America Latina, dell’Africa e dell’Asia, interpellate
dai funzionari del Palazzo di Vetro, hanno riferito di non essere mai
stati contattati da nessuno.
In questa messa in onda balcanica di “dilettanti allo sbaraglio”, non
deve neppure stupire che Eulex si muova poco e a stento, segnata
alla sua nascita da un’accurata lottizzazione nazionale negli incarichi
che non coincide mai con una garanzia nei valori. Già narrano di
“europei” che nel selezionare la loro squadra, neppure ascoltano i
loro connazionali Unmik, in Kosovo da anni. Sto parlando di italiani.
Nell’attesa di costituzione, codice civile e penale, amministrazione
locale ed economia, consola l’impegno dei nuovi vertici kosovari
verso lo sport. Progetto del neo CT di calcio Edmond Rugova:
convocare nella nazionale kosovara, assieme al portiere del Palermo
Samir Ujkani e al laziale Valon Behrami, anche Nikola Lazevic, serbo
di Mitrovica che gioca nel Torino. Se il Donadoni kosovaro ce la fa,
potremo finalmente mandare al diavolo Unmik ed Eulex, Ban Ki-
Moon e Solana, assieme ed utilmente occuparci d’altro.
Sito Camera di Commercio italo-serba