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Processo a Dio


Come può Dio avere permesso l’Olocausto? Dov’era Dio quando la mano nazista calava la mannaia sul capo innocente dei figli di Israele? Perché Dio non rispose...
sabato 5 gennaio 2008, di Giuseppe Artino Innaria - 2705 letture

PROCESSO A DIO di Stefano Massini Regia: Sergio Fantoni. Scene e costumi: Gianfranco Padovani. Musiche: Cesare Picco. Disegno luci: Iuraj Saleri.

Personaggi e interpreti: Elga Firsch che volle il processo (Ottavia Piccolo); Nachman Bidermann rabbino di Francoforte (Vittorio Viviani); Adek Bidermann suo figlio (Francesco Zecca); Solomon Borowitz anziano di Francoforte (Silvano Piccardi); Mordechai Cohen anziano di Francoforte (Olek Mincer); Rudolf W. Reinhard SS – Scharfuhrer (Enzo Curcurù).

Come può Dio avere permesso l’Olocausto? Dov’era Dio quando la mano nazista calava la mannaia sul capo innocente dei figli di Israele? Perché Dio non rispose all’invocazione di aiuto delle vittime di una violenza cieca e terribile? Questi interrogativi lacerarono la coscienza religiosa ebraica del secondo dopoguerra novecentesco, mettendo a seria prova la fede di un popolo che dell’osservanza della Legge Divina, della Torah, aveva fatto uno strumento di coesione e di forza spirituale. La Shoà aveva aperto una ferita dolorosa nel patto tra Dio e il Popolo eletto. Non pochi furono gli ebrei, sopravvissuti a quella tragedia, che vissero un dramma emotivo, non meno intenso, nel puntare il dito contro il silenzio e l’assenza di Dio: ognuno di loro celebrò, nel foro interiore della propria coscienza, il suo personale processo a Dio.

“Processo a Dio” è un testo di Stefano Massini, che fa parte di una quadrilogia, insieme a “L’odore assordante del bianco”, “Memorie del boia”, “La fine di Shavuoth”, adattato per il teatro con la regia di Sergio Fantoni. Nel campo di concentramento di Majdanek, appena liberato dai nazisti, Elga Firsch, celebre attrice di origini ebraiche, decide di processare Dio e di farlo con tutti i crismi di un giudizio rituale. Due anziani, Solomon e Mordecai, vengono chiamati a costituire il Tribunale investito dell’istruttoria, al rabbino Nachman Bidermann viene affidata la difesa dell’imputato Dio, mentre al figlio del rabbino, Adek, è assegnata la funzione di segretario cancelliere. Un ufficiale nazista prigioniero, protagonista di quel massacro, di cui è accusato anche Dio, è costretto ad assistere al dibattimento per essere pronto ad essere chiamato in causa al momento opportuno. La rabbia di Elga è lucida e dà sfogo ad una requisitoria supportata dalle prove della colpevolezza di Dio, reo di aver consentito che gli ebrei fossero resi schiavi, sterminati, venduti, traditi e spogliati di ogni umanità. La difesa del rabbino Bidermann in principio è debole, schiacciata dalla evidenza del materiale probatorio addotto da Elga, eppure egli - ancorché obbligato, dal ragionamento serrato dell’accusatrice, ad ammettere l’assenza e il silenzio di Dio - pian piano riesce a dar forza alla sua perorazione: forse Dio non è assente, Dio è semplicemente nascosto, perché la sua presenza è offuscata dalla malvagità umana, ed è proprio nello squallore della barbarie prodotta dall’uomo che si avverte più forte il bisogno e il conforto di Dio. Per il rabbino Bidermann non è Dio l’origine del male, ma l’uomo, la sua Hybris, la insolente tracotanza di aspirare all’onnipotenza di Dio, di cui è emblema il regime nazista, personificato sulla scena dal capitano Reinhard. Di fronte ad una giuria che non sa sciogliere il verdetto, il giovane Adek coglie il dilemma di un giudizio al di là della portata della umana conoscenza, rispetto al quale “tertium non datur”: o è l’uomo a dover rispondere del male in forza del libero arbitrio oppure l’unico colpevole è Dio, che muove le fila della marionetta umana. Nel dramma teatrale la soluzione è rimessa ad una roulette russa, la sentenza lasciata allo spettatore.

Non esitiamo a dire che “Processo a Dio” è un’opera teatrale molto riuscita. Ne è testimone lo straordinario coinvolgimento emotivo che riesce ad infondere al pubblico, merito di un testo asciutto, di un ritmo avvolgente nei dialoghi, di una regia abile, di una performance di alto livello degli attori, tra i quali svetta la brava e superlativa Ottavia Piccolo, la quale non riesce a distendersi dalla tensione del personaggio e a disfarsi della maschera neppure a sipario calato mentre la platea applaude lei e i suoi colleghi di scena.

L’atto di accusa di Elga Firsch, l’urlo angosciato delle vittime dell’Olocausto, risuona nelle orecchie dello spettatore anche a spettacolo finito, perché esprime la reazione di orrore dell’uomo di fronte all’esperienza del male, esperienza che trascende la dimensione storica, densa com’è di implicazioni metafisiche. A cospetto di una violenza di inaudite proporzioni, che si propone lo sterminio e la cancellazione dell’Altro, il Male assume una connotazione di assolutezza, che sconcerta e chiama in causa Dio. L’insensatezza del genocidio, l’innocenza delle vittime mettono a nudo la gratuità del male, lo scollegamento di esso da qualsiasi giustificazione retributiva. Non esiste solo la gratuità del bene, di cui è espressione la carità, esiste pure la gratuità del male, come insegna Lafcadio ne “I sotterranei del Vaticano” di André Gide, così radicata da appartenere ad ogni epoca e da far dire al rabbino Nachman Bidermann: “il Processo a Dio non lo facciamo noi: non si è mai chiuso. Da cinquemila anni”.

Il disorientamento degli ebrei davanti alla Shoà è simile a quello provato da Giobbe molto tempo prima. La scure dello sterminio si abbatte sul popolo ebraico, nonostante l’obbedienza alla Torah e la conservazione per secoli di essa, proprio come le sventure perseguitano Giobbe malgrado la sua “pietas”. Giobbe è un uomo giusto, ma Satana dubita della forza della devozione di Giobbe e Dio acconsente che essa sia messa alla prova. Giobbe viene colpito da una serie di disgrazie, eppure la sua fiducia in Dio persiste salda, finché il crescendo di sventure non lo mette alle corde. Dalla protesta di Giobbe scaturisce il primo processo a Dio che la letteratura ebraica conosce. Tre amici di Giobbe - Elifaz da Teman, Bildad da Shuah e Sofar da Naama – lo coinvolgono in una disputa in cui tentano di convincerlo della giustizia dell’operato di Dio, laddove Giobbe scandaglia l’arbitrarietà del criterio con cui Dio dispensa agli uomini il bene e il male. Chiude la contesa Jahvè, parlando dal mezzo della tempesta a Giobbe e manifestandosi in tutta la sua maestosità e potenza, incommensurabili rispetto alle forze umane. A Giobbe non resta che la ritrattazione, riconoscendo che Dio può tutto e nessun progetto è impossibile a lui. Il processo a Dio di Giobbe si risolve in un nulla di fatto, per l’insondabilità del disegno divino, inafferrabile dalla mente dell’uomo, il quale non può che sottomettersi ad esso, anziché giudicarlo secondo categorie umane. Giobbe deve ammettere che Dio non può essere tratto a giudizio per lo scarto metafisico che lo separa dall’uomo, perché Dio non è un uomo come lui: non è possibile un confronto ad armi pari, né esiste tra Dio e l’uomo un terzo arbitro che sovrasti entrambi, Dio è l’unico giudice (v. per le riflessioni sul “Libro di Giobbe”: Marco Revelli, La politica perduta, Giulio Einaudi Editore, 2003, pagg. 10 e ss.). Il silenzio di Dio non è altro che il mutismo opposto dall’imperscrutabilità del progetto divino, inaccessibile all’uomo e destinato a rimanere un mistero, dinanzi al quale non vi sono che due vie d’uscita: o la fede nella bontà finale di quel progetto, nonostante la presenza del male, o il ripudio di Dio.

Mendel Singer, protagonista di “Giobbe”, il bel romanzo breve di Joseph Roth, è anch’egli, come il Giobbe biblico, un ebreo osservante e devoto che finisce per essere perseguitato da una sequenza di sventure familiari, fino al punto da smarrire la fede e da bestemmiare quel Dio che ingiustamente si accanisce contro di lui. Gli amici si sforzano di riportarlo alla ragione quando minaccia addirittura di voler bruciare un Dio crudele, che si rivela severo quanto più gli si ubbidisce. Nessuna colpa legittima la sproporzione delle sofferenze inferte a Mendel. Sarà il miracolo del ritorno di Menuchim, il figlio minorato e perduto, divenuto, invece, famoso musicista, a riaccendere la speranza in Mendel.

Il silenzio fa apparire Dio come lontano. Il pastore Tomas Ericsson, nel film di Ingmar Bergman “Luci d’inverno”, alle prese con una fede vacillante che non trova più risposte, ripete le parole di Cristo sofferente sulla Croce: “Dio perché mi hai abbandonato?”. Ma se Dio sembra continuare a non parlare, è all’uomo che spetta dar voce alla propria fede o al proprio rifiuto.

Così il finale ancipite della versione teatrale di “Processo a Dio” di Massini si dimostra assolutamente coerente con il Dio silente che gli uomini si sforzano invano di interrogare.


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Processo a Dio
13 gennaio 2008, di : DIO

NON DEVO PIU’ CREDERE IN DIO?
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