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Processo "Rinascita-Scott": Bartolomeo Arena, un pentimento osteggiato

Nei giorni scorsi, un protagonista delle udienze del “Rinascita-Scott” è stato Bartolomeo Arena. Quarantacinquenne del Vibonese, Arena apparteneva alla famiglia Arena-Pugliese, clan che vanta affiliati sin dalle origini tardo-ottocentesche del fenomeno ‘ndranghetista.

di francoplat - mercoledì 6 ottobre 2021 - 1087 letture

Pur se in sordina, almeno in relazione alla visibilità mediatica, il processo "Rinascita-Scott" prosegue. Non ci si aspetta certo una serie di annotazioni quotidiane e certosine, ma gioverebbe alla credibilità del nostro sistema di informazione una comunicazione periodica della lenta ricostruzione del quadro complesso che il dibattimento sta disegnando. È noto che uno dei punti qualificanti dell’operazione avviata dal procuratore capo di Catanzaro, Gratteri, e dai suoi collaboratori sia quello relativo all’asse criminale e complice tra la ‘ndrangheta e alcune porzioni, ampie a quanto pare, della società civile e della politica locale.

Davanti alla sentenza di alcuni giorni fa della Corte d’Assise di Palermo, quella che azzera le condanne a carico dei protagonisti non mafiosi della cosiddetta “trattativa”, la mancata sottolineatura delle risultanze processuali sui legami illeciti tra l’organizzazione criminale calabrese e la “zona grigia” regionale gioca a favore di quella parte dell’opinione pubblica che accoglie con fastidio tali legami, che preferisce ignorarli, per convenienza, complicità, fastidio o, semplicemente e colpevolmente, per disabitudine a curare la salute democratica del Paese in cui vive. Invece, è fondamentale non perdere di vista quelle relazioni, il cui consapevole oscuramento le aiuta a persistere e la cui persistenza contribuisce a far abbassare sempre più l’asticella del livello di civiltà della penisola italiana. Dunque, pare opportuno non sottrarsi alla necessità di gettare uno sguardo su quel processo, come fa, ad esempio, “laCnews24.it”, giornale online calabrese che dedica una pagina aggiornata sul dibattimento in corso.

Nei giorni scorsi, un protagonista delle udienze del “Rinascita-Scott” è stato Bartolomeo Arena. Quarantacinquenne del Vibonese, Arena apparteneva alla famiglia Arena-Pugliese, clan che vanta affiliati sin dalle origini tardo-ottocentesche del fenomeno ‘ndranghetista. Giovane scalmanato e, per questo, non fatto picciotto, crebbe come mafioso sotto l’egida di Andrea Mantella, oggi pentito, e con l’ostinata volontà di vendicare la morte del padre Antonio, boss di un certo prestigio nel mondo criminale calabrese tra gli anni ’70 e i primi anni ’80, scomparso di lupara bianca nel gennaio 1985. Da due anni, Arena ha deciso di collaborare con la giustizia. Grazie a lui, ad esempio, è stato possibile venire a conoscenza dell’esistenza del “buon ordine” nelle carceri del Vibonese, ossia una struttura di gestione delle dinamiche interne dell’istituto penitenziario, che farebbe capo ai più eminenti tra i boss detenuti. Si tratta di un aspetto che getta un ulteriore squarcio sul mondo custodialistico quale luogo di composizione di alcune trame criminali di grande spessore, in barba a qualsiasi ipotesi di recupero del carcerato e in perfetta sintonia con il progressivo smantellamento dei presupposti del “carcere duro” così poco caro alle mafie dai tempi, appunto, della “trattativa”.

Quanto al processo “Rinascita-Scott”, nel corso delle ultime udienze, Arena ha sottoposto all’attenzione del combattivo sostituto procuratore della Dda di Catanzaro, Annamaria Frustaci, alcuni aspetti inediti della propria storia personale di pentito, dai quali emerge un quadro tutt’altro che rassicurante per la società vibonese. In sostanza, Arena avrebbe dichiarato che, pur collaborando dal 2019 con la giustizia, già molto tempo prima avrebbe cercato di farlo, ma, aggiunge, «non collaborai prima perché non potevo e perché la situazione della magistratura e delle forze dell’ordine di allora non era quello di adesso». Pur fermato dal pm Frustaci, in quanto si tratta di atti coperti da segreto istruttorio, Arena avrebbe precisato che tentò un primo approccio con lo Stato nel 1999, dopo essere uscito dal carcere, tramite un alto funzionario di polizia e con un prete come garante, tanto che l’incontro si svolse in chiesa. Qui, secondo il racconto del collaboratore di giustizia, sarebbe stato sentito dai poliziotti e avrebbe mosso delle accuse nei confronti di alcune personalità di Vibo Valentia, legati anche alla magistratura. Nessun verbale fu redatto in quell’occasione, né fu più ricontattato dalle forze dell’ordine, così come gli era stato promesso; per sovrappiù, la dirigente della polizia a cui si era rivolto fu trasferita.

Due anni dopo, Arena ritentò la collaborazione, ma, pure in questo caso, il tentativo fallì; secondo le sue dichiarazioni, i poliziotti lo derisero al sentirgli pronunciare un nome – coperto da segreto istruttorio – di un soggetto importante del Vibonese e gli precisarono che non avrebbero potuto proteggerlo. Non solo: in quell’occasione, Arena invitò la polizia a proteggere Filippo Gangitano, ‘ndranghetista poi effettivamente ucciso, secondo le dichiarazioni del pentito Mantella, perché gay e quindi fonte di disonore per le cosche. Ma neanche tale invito fu accolto. Al dibattimento, Arena ha chiosato così la vicenda: «devo dire che negli anni scorsi erano i Mancuso a comandare a Vibo su Questura, Procura e forze dell’ordine e questo l’ho dichiarato già all’inizio della mia collaborazione».

Si sa per esperienza che le parole dei collaboratori di giustizia vanno assunte con estrema cautela. Tanto più che qualche motivo di risentimento nei confronti della potente cosca Mancuso di Limbadi, Arena ce l’ha: Giuseppe, Peppe ‘Mbrogghia, il potente boss di quella famiglia era, per l’attuale collaboratore di giustizia, il responsabile della morte del padre Antonio, e lui era disposto a vendicare il genitore anche trasformandosi in un kamikaze, così come ha dichiarato agli inquirenti.

Detto ciò, fatta la tara alla veridicità delle affermazioni di Arena, appare evidente che nell’aula bunker di Lamezia Terme si sta tentando di ribadire un principio importante, ossia l’idea coraggiosa e insolita per questo Paese che sia necessario e giusto guardare anche nei pozzi più torbidi, nel più maleodorante sottosuolo della vita locale e nazionale. E non sia solo giusto guardarvi dentro. Ma anche giudicarlo, con gli strumenti della magistratura in quell’aula bunker e con quelli dell’educazione civica e dei valori democratici nella società civile. Per potersi dire, almeno un poco, liberi davvero.


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